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Il dolce sonno o l’Addormentatrice (1889) *

15 novembre 2012

L’Endormeuse» è stato scritto nel 1889. Il racconto comparve con il titolo «L’Endormeuse» su L’Èco de Paris del 16 settembre 1889 e fu ripubblicato varie volte nell’anno seguente anche col titolo «L’Endormeuse ou le doux sommeil» su La vie populaire, su La revue pour tous, sul supplemento di La Lanterne. Poiché il racconto non è stato edito in volume durante la vita di Maupassant, si è utilizzato il testo dell’ultima pubblicazione.

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La Senna si stendeva davanti alla mia casa, senza una ruga, verniciata dal sole del mattino. Era una larga, bella, lenta distesa di argento fuso, qua e là chiazzata di porpora. Dall’altra parte del fiume, grandi alberi schierati componevano lungo tutta la sponda una verde muraglia.
La sensazione della vita che ricomincia ogni giorno, della vita fresca, gaia, amorosa, fremeva tra le foglie, palpitava nell’aria e vibrava sull’acqua.
Presi i giornali che il postino aveva portato proprio allora e me ne andai a passi lenti proprio sulla riva per leggerli.
Nel primo che aprii trovai queste parole: «Statistiche dei suicidi» e seppi che, in quell’anno, più di 8500 uomini si erano uccisi.
Li vidi subito! Vidi quel massacro orrido e volontario di disperati stanchi di vivere. Vidi uomini sanguinanti, la mascella sfracellata, il cranio sbriciolato, il cuore traversato da un proiettile, che agonizzavano lentamente, soli in una cameretta d’albergo, dimentichi della loro ferita, col pensiero fisso alla propria infelicità.
Ne vidi altri, la gola tagliata o il vente squarciato, che reggevano ancora in mano il coltello da cucina o il rasoio.
Altri ne vidi, seduti davanti a un bicchiere nel quale sono immersi dei fiammiferi, o davanti ad una fiala con l’etichetta rossa.
Guardavano quegli oggetti con occhi fissi, senza muoversi; poi bevevano, poi aspettavano; poi una smorfia incavava le loro guance, torceva le loro labbra; lo spavento stralunava i loro occhi, perché essi non sapevano che si soffre tanto prima della fine.
Si alzavano, si fermavano, cadevano a terra, si comprimevano il ventre con ambo le mani, si sentivano gli organi arsi, i visceri rosi dal fuoco del veleno, prima che il loro pensiero fosse soltanto oscurato.
Altri ne vidi impiccati a un gancio del muro, alla spagnoletta della finestra, a un anello del soffitto, a una trave del solaio, al ramo di un albero sotto la pioggia della sera. E indovinavo tutto qello che avevano fatto prima di trovarsi là, immobili, con la lingua penzoloni. Indovinavo la loro angoscia, le loro ultime esitazioni, i loro movimenti per legare la corda, per provare se reggeva bene, e li vedevo passarsela intorno al collo e lasciarsi cadere.
Ne vidi altri coricati su squallidi letti, madri coi loro figlioletti, vecchi morenti di fame, ragazze straziate da pene d’amore, irrigiditi, soffocati, asfissiati, mentre in mezzo alla camera fumava ancora un braciere.
E ne vidi che passeggiavano nella notte sui ponti deserti. Erano i più tetri. L’acqua scorreva sotto le arcate con un rumore fiacco. Non la vedevano… la indovinavano aspirando il suo odore gelido! La desideravano e la temevano. Non avevano coraggio! Le ore sonavano lontano a qualche campanile e improvvisamente, nel vasto silenzio delle tenebre, si udivano, presto soffocati, il tonfo di un corpo nel fiume, qualche grido, uno sciacquio d’acqua battuta con le mani. A volte non si udiva se non il plaf della loro caduta quando si erano legati le braccia o si erano attaccato un sasso ai piedi.
Povera gente! povera gente! povera gente! Come ho sentito la loro angoscia, come sono morto della loro morte! Ho attraversato tutte le loro miserie, ho sofferto in un’ora le loro torture. Ho conosciuto tutti i dolori che li hanno portati a quella terribile meta: perché nessuno quanto me sente l’infamia ingannatrice della vita.
Come li ho capiti coloro che, deboli, perseguitati dalla sfortuna, abbandonati dai loro cari, tratti dal sogno di una tardivia ricompensa, dall’illusione di un’altra esistenza nella quale Dio finalmente diverrebbe giusto, dopo essere stato crudele, e disingannati dei miraggi della felicità, non aspettano più nulla e vogliono mettere fine a questo perpetuo dramma, a questa commedia vergognosa.
Il suicidio! Ma è la forza di coloro che non hanno più forza, la speranza di coloro che non sperano più, è il sublime coraggio dei vinti! Sì, c’è almeno una porta in questa vita, la possiamo aprire quando vogliamo e passare dall’altra parte! La natura ha fatto un gesto di pietà: non ci ha imprigionati. Grazie per i disperati!
Quanto ai semplici delusi, continuino pure la loro strada, l’anima libera e il cuore in pace. Essi non hanno nulla da temere: Perché possono andarsene, perché dietro ad essi c’è sempre questa porta che gli dèi sognati non possono neanche chiudere.
Pensavo a quella folla di morti volontari: più di ottomilacinquecento in un anno. E mi sembrava che si fossero riuniti per rivolgere al mondo una preghiera, per formulare un desiderio, per chiedere qualche cosa, da attuare più tardi, quando si capirà meglio.
Mi pareva che tutti quei suppliziati, quegli sgozzati, quegli avvelenati, quegli impiccati, quegli asfissiati, quegli annegati, se ne venissero, orda spaventosa, come cittadini che si recano a votare, per dire alla società: «Concedeteci almeno una morte quieta! Aiutateci a morire, voi che non ci avete aiutato a vivere! Vedete, noi siamo tanti, abbiamo il diritto di parlare, in questi giorni di libertà, di indipendenza filosofica e di suffragio popolare. Fate a coloro che rinunciano alla vita, l’elemosina di una morte che non sia né ripugnante né spaventosa».

Cominciai ad avere incubi: il mio pensiero collegava quelle morti a fantasticherie strane e misteriose.
Mi parve di essere, a un tratto, in una bella città. Era Parigi; ma in quale epoca? Camminavo per le strade guardando le case, i teatri, gli edifici pubblici ed ecco, in una piazza, vidi un grande edificio molto elegante, civettuolo, grazioso.
Stupii, perché sulla facciata era scritto a lettere d’oro:
«Opera della morte volontaria».
O stranezza dei sogni fatti da svegli, quando lo spirito spicca il volo in un mondo irreale e possibile! Niente stupisce, niente urta; e la fantasia sbrigliata non distingue più il comico dal lugubre.
Mi avvicinai a quell’edificio: alcuni valletti in calzoni corti erano seduti nel vestibolo, davanti al guardaroba, come nell’entrata di un circolo.
Entrai per vedere. Uno dei valletti si alzò e mi domandò:
«Desidera , signore?»
«Desidero sapere cos’è questo luogo».
«Nient’altro?»
«No davvero».
«Allora vuole che l’accompagni dal segretario dell’Opera?»
Esitavo. Domandai ancora:
«Ma non lo disturberò?»
«Oh no, signore, egli è qui per ricevere le persone che desiderano informazioni».
«Andiamo, vi seguo».
Mi fece attraversare dei corridoi dove alcuni vecchi signori conversavano: poi mi introdusse in un bello studio, un po’ scuro, ammobiliato in legno nero. Un giovanotto grasso, panciuto, scriveva una lettera fumando un sigaro il cui aroma mi rivelò la sua eccellente qualità.
Si alzò, ci salutammo e quando il valletto se ne fu andato domandò:
«In che cosa posso servirla?»
«Scusi la mia indiscrezione», gli risposi. «Non avendo mai veduto questo edificio. Le parole scritte sulla facciata mi hanno meravigliato assai; desidererei sapere ciò che si fa qui».
Sorrise prima di rispondere; poi, sottovoce, con aria soddisfatta:
«Oh Dio, signore, uccidiamo coloro che desiderano morire pulitamente e dolcemente, oserei quasi dire gradevolmente».
Non fui troppo turbato, perché la cosa mi parve davvero naturale e giusta.
Ero soprattutto stupito che su questo pianeta dominato da idee basse, utilitarie, umanitarie, egoiste e coercitive di ogni vera libertà, si fosse riusciti ad attuare una simile impresa, degna di una umanità emancipata. Soggiunsi:
«Come ci siete riusciti?».
Il giovanotto grasso rispose:
«Signore, il numero dei suicidi si è talmente accresciuto negli ultimi cinque anni dopo l’Esposizione universale del 1889 che è diventato urgente provvedere. La gente si uccideva nelle strade, nelle feste, nei ristoranti, a teatro, nei treni, nei ricevimenti del Presidente della Repubblica, dappertutto. Non era soltanto un brutto spettacolo per color che amano vivere bene come me, ma anche un cattivo esempio per l’infanzia. È stato necessario perciò centralizzare i suicidi».
«Quale la ragione di questa recrudescenza?»
«Non lo so. In fondo credo che il mondo invecchi. Si comincia a veder chiaro e si accetta male la propria sorte. Oggi il destino è come il Governo: si sa di che si tratta, si constata che si è infinocchiati dappertutto, e si tira via. Quando si riesce a riconoscere che la Provvidenza mente, truffa, ruba, inganna gli uomini, come un semplice deputato i suoi elettori, ci si irrita, e poiché non se ne può nominare un’altra ogni tre mesi, come facciamo per i nostri rappresentanti al parlamento, si abbandona questo luogo veramente troppo inospitale».
«Davvero?»
«Oh, io per me non mi lamento».
«Mi vuole dire come funziona la vostra Opera?»
«Volentieri. Lei può daltronde farne parte quando le piacerà. È un circolo».
«Un circolo?»
«Sissignore; fondato dagli uomini più eminenti del paese, dalle menti più elette, dalle personalità più in vista».
Aggiunse, ridendo di cuore:
«E le assicuro che ci si sta benissimo».
«Qui?»
«Si, qui».
«Lei mi sbalordisce».
«Oh Dio! Ci si sta molto bene perché i membri del Circolo non hanno quella paura della morte che rovina tutte le gioie della vita».
«Ma allora, perché sono membri di questo circolo se non si ammazzano?»
«Si può essere membri del Circolo denza avere l’obbligo di ammazzarsi».
«Ma allora?»
«Mi spiego. Davanti al numero smisuratamente crescente di suicidi, davanti all’orrido spettacolo che essi davano, si è formata una società di pura beneficenza, protettrice dei disperati, che ha messo a loro disposizione una morte calma e senza dolore, sebbene non imprevista».
«Chi mai ha potuto autorizzare un simile istituto?»
«Il generale Boulanger, durante la sua breve permanenza al potere. Egli non sapeva rifiutare nulla. Del resto non ha fatto che questo di buono. Dunque: Si è formata una società di uomini chiaroveggenti, delusi, scettici, che hanno voluto costruire in pieno centro di Parigi una specie di tempio del disprezzo della morte. In principio questa casa fu temuta e nessuno si voleva avvicinare. Allora i fondatori che vi si riunivano organizzarono una grande serata di inaugurazione con Sarah Bernhardt, Judie, Theò, Granier e tanti altri; de Reské, Coquelin, Mounet-Sully, Paulus ecc. Poi dei concerti, delle commedie di Dumas, di Meilhac, di Halévi, di Sardou. Abbiamo avuto un solo fiasco, un lavoro di Becque che è sembrato triste ma che in seguito ha avuto un grandissimo successo alla Comédie Française. Insomma tutta Parigi è venuta. Diventò una moda!»
«In mezzo alle feste! Che burla macabra!»
«Niente affatto. Non è necessario che la morte sia triste, bisogna che sia indifferente. Noi l’abbiamo resa gaia, l’abbiamo infiorata, l’abbiamo profumata, l’abbiamo resa facile. Si impara a soccorrere con l’esempio. Come vedrà, la morte non è nulla».
«Capisco che la gente sia venuta per i festeggiamenti; ma poi è venuta per… Lei?»
«Non subito, si diffidava».
«E più tardi?»
«Sono venuti».
«Molti?»
«In massa. Ne abbiamo più di quaranta al gorno. Non si pescano più annegati nella Senna».
«Chi è stato il primo?»
«Un membro del Circolo».
«Un cattolico?»
«Non credo. Un annoiato, uno squattrinato che in tre mesi aveva perduto somme enormi al baccarà».
«Davvero?»
«Il secondo è stato un inglese, un eccentrico. Allora abbiamo fatto delle pubblicità sui giornali, abbiamo spiegato il nostro metodo, abbiamo inventato alcuni tipi di morte suscettibili di attirare. Ma l’affluenza di massa l’abbiamo coi poveracci».
«Come operate?»
«Vuole visitare? Intanto le spiegherò».
Prese il cappello, aprì la porta, mi fece entrare in una sala da giuoco ove alcuni uomini giocavano come si gioca in qualsiasi bisca. Attraversò quindi diversi saloni. Vi si chiaccherava animatamente, allegramante. Di rado avevo veduto un circolo così vivo, così animato, così allegro.
Poiché manifestavo una certa quale meraviglia:
«Oh!», riprese a dire il segretario, «la nostra Casa ha un successo inaudito. Tutta la gente elegante del mondo intero ne fa parte, per mostrare che disprezza la morte. Poi, quando sono qui, si credono obbligati a mostrarsi allegri, per non sembrare spaventati. E si divertono, ridono, scherzano, fanno gli spiritosi e riescono a diventarlo. Certamente oggi è il Circolo meglio frequentato e più divertente di Parigi. Anche le donne cercano in questo modo di creare una sezione per loro».
«E malgrado ciò avete molti suicidi nella vostra Casa?»
«Come le ho detto, circa quaranta o cinquanta al giorno. Gli uomini di mondo sono rari, ma i poveri diavoli abbondano. Anche la classe media dà una buona percentuale».
«E come fate?»
«Per asfissia… Un’asfissia dolcissima!»
«Con quele procedimento?»
«Un gas di nostra invenzione. Brevettato. Dall’altra parte della casa, ci sono le entrate per il pubblico. Tre piccole porte che danno su viuzze. Quando un uomo o una donna si presentano, si comincia con l’interrogarli; poi offriamo soccorso, aiuti, protezioni. Se il cliente accetta, facciamo un’inchiesta e in questo modo ne abbiamo salvati parecchi».
«Dove trovate il denaro?»
«Ne abbiamo molto. La quota dei soci è molto alta. Poi è di buon gusto fare delle donazioni alla nostra Casa. I nomi degli offerenti sono pubblicati nel Figaro. E ogni suicidio di uomo ricco costa mille franchi. Costoro muoiono in posa. I suicidi dei poveri sono gratuiti».
«Come riconoscete che sono poveri?»
«Oh! Oh!, caro signore, ce ne accorgiamo a prima vista. E poi devono portarci un certificato di povertà rilasciato dal commissariato di polizia del loro quartiere. Se lei sapesse come è lugubre il loro ingresso in questa casa! Ho visitato una volta sola quella parte del nostro stabilimento, ma non ci tornerò mai più.
Il locale è uguale a questo, quasi altrettanto lussuoso e confortevole: ma… Loro! Se lei li vedesse arrivare, i vecchi cenciosi che vengono a morire, gente che crepa di miseria da mesi e mesi, nutrita ai cantoni delle strade, come cani randagi; donne coperte di stracci, scarnite, malate, paralizzate, incapaci di procurarsi da vivere e che dicono dopo averci raccontato la loro storia: “Capite bene che non è possibile continuare, perché non posso più fare nulla né guadagnare nulla, io!”.
Ne vidi arrivare una di ottantasette anni che aveva perso tutti i figli e i nipoti, e che da sei settimane dormiva all’aperto. Sono stato male per la pena. Poi abbiamo tanti casi diversi, senza contare coloro che non dicono niente e semplicemente domandano: “Dov’è?”.
Allora li facciamo entrare e la faccenda è sbrigata in un baleno».
Dissi a mia volta, con una stretta al cuore:
«E… Dov’è?»
«Qui».
Aprì una porta e aggiunse:
«Entri: è il reparto riservato ai soci del circolo, quello che funziona di meno. Abbiamo avuto sinora solo undici annientamenti».
«Ah, voi chiamate ciò, un… annientamento?»
«Sì, signore; entri».
Ero incerto. Infine entrai. Era un piacevolissimo locale, una specie di serra, dove vetrate di un azzurro pallido, di un rosa tenero, di un verde sbiadito circondavano praticamente degli arazzi. C’erano in quel grazioso salotto divani, palme sontuose, fiori olezzanti, rose soprattutto, libri sui tavoli, la Revue des Deux Mondes, e, ciò che mi sorprese, delle pasticche di Vichy in una scatola.
Poiché me ne mostravo meravigliato:
«Vengono spesso a conversare qui», disse la mia guida.
«Le sale per il pubblico», continuò, «sono come questa, ma mobiliate più semplicemente».
Indicò col dito una poltrona a sdraio, coperta di crespo di Cina color crema, a ricami bianchi, sotto una grande pianta di specie ignota, intorno alla quale si arrotondava una piccola aiuola di reseda.
Con voce più bassa il segretario soggiunse:
«Si cambia a volontà il fiore e il profumo, perché il nostro gas, del tutto impercettibile, dà alla morte il profumo del fiore preferito. Lo vaporizziamo mischiandolo alle essenze. Vuole aspirarlo per un secondo?».
«Grazie», gli dissi reagendo, «non ancora».
Si mise a ridere:
«Oh! signore, non c’è alcun pericolo. L’ho provato io stesso più di una volta».
Per non passare da vigliacco, dissi:
«Volentieri».
«Si stenda sull'”Addormentatrice“».
Un po’ preoccupato mi sedetti sulla poltrona coperta di crespo di Cina, stesi le gambe e quasi subito fui avvolto da un delizioso profumo di reseda. Aprii la bocca per aspirarlo meglio, perché la mia mente già s’intorpidiva, dimenticava, assaporava nel primo turbamento dell’asfissia, l’ebrezza affascinanate di un oppio incantatore e fulminante. Fui scosso per le braccia:
«Oh! Oh! Signore», diceva ridendo il segretario, «mi sembra che lei si lasci prendere dal dolce sonno».

Ma una voce, una vera voce, e non più quella delle fantasticherie, mi salutava con accento campagnolo:
«Buongiorno, come va?»
Il sogno era finito. Vidi la Senna chiara sotto il sole, e la guardia campestre del paese che arrivava da un sentiero, e alzava la destra in segno di saluto, al suo berretto nero gallonato d’argento. Risposi:
«Buongiorno, Marinel. Dove ve ne andate?»
«A fare un sopralluogo: un annegato che hanno ripescato presso i Morillons. Un altro ancora che si è buttato in acqua. Si era anche tolto i calzoni per legarsi le gambe».

Guy de Maupassant

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Cavie

6 ottobre 2010

La prima esperienza era stata positiva e serbavo nella mia memoria un ricordo certamente nitido ed estremamente piacevole di quei due giorni trascorsi presso le cliniche universitarie della città di S.; in definitiva, un ambiente pulito, asettico e un po’ misterioso, come si conviene ai templi della scienza.

Altrettanto impeccabile e sfuggente era il medico che si occupò di me durante quel breve periodo; uomo di mezza età, ben curato, gentile e sicuramente dotato di un’impostazione culturale classica. Ricordo che nel mostrarmi il luogo ove avrei dovuto soggiornare per quarantotto ore mi disse:

– Vada pure presso la penultima camera del corridoio e sistemi lì il suo bagaglio; prenderà così confidenza con la sua stanza e noterà che bella vista si gode da quel lato della struttura: questa è una costruzione antica e sembra di affacciarsi su di un’altra epoca.

Tuttavia nel suo sguardo brillava una sorta di ansia trattenuta e per questo motivo sospettai qualcosa di ambizioso, in lui. Per il resto, sapevo che in quel braccio delle cliniche, venivano condotti esperimenti di osservazione scientifica del sonno. Per l’occorrenza si reclutavano volontari ai quali, in cambio della loro disponibilità, venivano rimborsate piccole somme di danaro. Ammetto pertanto che in quel periodo, in qualità di banale studente universitario, spiantato come tanti, non potevo permettermi di disdegnare quella piccola opportunità economica.

Così, dopo due giorni di permanenza piuttosto noiosi, fui libero di andarmene; ricevetti i soldi e anche un fascicolo di analisi che confermavano il mio impeccabile stato di salute; rimasi però incuriosito dal fatto che quando domandai al medico se vi fossero altre persone che, come me, si erano sottoposte a tali test, mi disse che non era opportuno parlarne:

– La soggettività in questi casi è d’obbligo e poi ci sarebbe la deontologia professionale…

Ma il suo tono era poco convinto, molto incerto; potrei giurare che mi diede una risposta di comodo.

Nel foglio riepilogativo che mi fu consegnato, potei leggere questa laconica nota:

Sonno breve, intenso, scoordinato con conseguente carenza di riposo e spossatezza. Si consigliano sveglie regolari e intense attività psicofisiche.

Insomma, in sostanza avrei dovuto svegliarmi presto per riposare bene e meglio la notte, magari dopo aver fatto attività fisica e intellettuale. Ecco la scoperta dell’acqua calda.

Fu così che tornai alle mie incombenze quotidiane seguendo anche quel semplice consiglio che, in effetti, mi assicurò dei sonni piuttosto rilassanti; l’unica cosa di cui mi sarei potuto lamentare era una certa difficoltà di concentrazione nei primi minuti dal risveglio; ma fu un problema temporaneo, di circa una settimana che curiosamente ricollegai a un rumore, simile a una vibrazione, che sentii per la prima volta nella stanza assegnatami, in clinica.

Ben presto dimenticai anche quel piccolo dettaglio e potei immergermi nuovamente nei miei studi giuridici medievali; tra l’altro, con i pochi soldi ricevuti, comprai qualche libro universitario e pagai un paio di mensilità al padrone della mia stanza.

Dopo un certo lasso di tempo fu proprio la mia situazione economica a farmi prendere l’insana decisione di ripresentarmi alle cliniche per essere sottoposto a un nuovo ciclo di osservazioni; magari avrei imparato qualche nuovo segreto per migliorare il mio stile di vita, oltre a raggranellare qualche soldo.

Certo avrei dovuto notare subito che quella non si prospettava come una giornata ideale, per prendere iniziative di qualsiasi genere; infatti, mentre mi accingevo a varcare il portone di ingresso dell’edificio principale, mi si avvicinò un uomo dall’aspetto malconcio, vestito con abiti spiegazzati e con capelli e barba arruffati; senz’altro cominciò a parlarmi tirando il mio braccio con forza. Non ricordo in cosa consistesse il suo delirio, ma in fondo ribadiva sempre lo stesso concetto ossia che lui moriva di fame e che quelli della clinica qualche volta lo aiutavano, dandogli da mangiare qualche scarto di esperimento (ripeteva con insistenza la parola qualche) e adesso era qualche tempo che non veniva saziato. Io, che non reggo la vista dei minorati, inorridii quando sostenne, con un sorriso perso nel vuoto, che forse avrebbe degustato anche me; così, con uno strattone e un’imprecazione brutale, mi liberai dalla sua presa dirigendomi oltre; poi all’accettazione chiesi del dottor F. e mi fu indicato il suo ufficio. Quello, vedendomi, si ricordò subito di me e mi domandò se il mio riposo fosse migliorato; replicai alla sua cortesia con altrettanta gentilezza e arrivando al dunque, gli domandai se potessi partecipare a un nuovo ciclo di sperimentazioni; lui, con mio sollievo, mi assicurò che le cliniche erano a mia completa disposizione, se fossi stato disposto a rispettare le rigide regole del protocollo di sperimentazione. Io assentii e rimanemmo d’accordo che di lì a tre giorni mi sarei presentato per l’assegnazione della stanza e per le pratiche di registrazione.

Così arrivò il gran momento.

Come durante la prima occasione, anche successivamente notai le torme di studenti che affollavano androni e corridoi; alcuni di loro mi parevano quasi indispettiti per il fatto che uno come me, appartenente a un’altra facoltà di studi – portavo appeso alla tasca della camicia il mio tesserino di facoltà – quasi osasse dissacrare con la propria presenza quell’ambiente innalzato a uso esclusivo dei futuri sacerdoti della medicina. Tanto è vero che nessuno mai mi rivolse la parola; e certo io non feci alcunché per agevolare un qualsiasi tipo di approccio; però quell’ambiente, tutto sommato, non mi dispiaceva e in qualità di estraneo mi provocava sentimenti contrastanti che ondeggiavano tra la riverenza e la curiosità.

Dopo aver superato la penultima stanza, sulla sinistra del corridoio che ormai già conoscevo, mi ritrovai davanti all’ultima camera di cui F. mi aveva fatto consegnare la chiave. Appena dentro, mi accorsi che l’ambiente era in tutto e per tutto identico a quello della penultima sala; ovvio: quando un architetto si cimenta nella realizzazione di grandi strutture, non può esimersi dal creare delle vere e proprie serie ambientali, in ossequio ad una sorta di armonia costruttiva; anche gli arredi erano gli stessi: mobili in legno scuro e lucidi, letto in ferro tipico degli ospedali; solamente, sul comodino stava un oggetto che nella scorsa esperienza non vidi e che era simile a uno schermo ma pieno di pulsantiere, manopole e indicatori.

Guardando fuori dalla finestra, conseguentemente, notai che il panorama era il medesimo, solo leggermente sfalsato per il divario dei pochi metri che separavano quella stanza dall’adiacente; potevo comunque scorgere dalla mia attuale posizione un vecchio cancello, una stradina asfaltata che vi correva innanzi e un paio di vecchi palazzi costruiti con blocchi di trachite rossa, impiegata largamente in passato per l’edilizia pubblica.

Tornando a scrutare il mio alloggio, lo sguardo cadde nuovamente sullo strano macchinario poggiato sul comodino e, vinto dalla curiosità, decisi di manipolarlo un po’, per tentare di capire se fosse un dispositivo per elettrocardiogramma o qualcosa di affine. Premetti un pulsante che poteva essere l’alimentazione, ma non ottenni nulla perché subito mi accorsi che la spina era staccata dalla presa di corrente.

È durante questa circostanza che ebbi la mia prima amara sorpresa, infatti, mancando un adattatore, dovetti forzare un po’ la spina, riuscendo però a collegare l’apparecchio solo per pochi secondi; in quel breve lasso di tempo sul piccolo schermo lampeggiò un’immagine che mi turbò non poco, nonostante l’avessi scorsa per una fuggevole frazione di secondo soltanto.

Potrei dare infinite spiegazioni a proposito dell’immagine comparsa, ma allora, per quanto cercassi di sforzarmi, nulla poteva distogliermi dall’idea che fosse un volto reso orribile e contorto dalla paura, teso in un’invocazione d’aiuto. Probabilmente, erogando quel poco di corrente verso il dispositivo, che tra l’altro non osai da quel momento più toccare, forse causai il comporsi di un’immagine elettromagnetica che la mia mente interpretò, andando per esclusione, come un volto angosciato; in fondo questo è un fenomeno che si riscontra anche quando, osservando i mattoni di graniglia che pavimentano le vecchie case, si riesce a scorgervi le immagini più disparate. Questo spiega che la mente umana trova sempre, in un modo o nell’altro, una risposta plausibile al quesito: – Che cos’è? – posto dal subconscio.

Proprio in quel frangente entrò un’infermiera che, sorridendomi in maniera stereotipata, mi domandò se andasse tutto bene; io risposi di sì e accennando all’apparecchiatura domandai:

– Che modello di televisore è questo?

Disse che si trattava dello schermo facente parte di un complesso di telecamere a circuito chiuso e che comunque sarebbe rimasto lì fino a quando i tecnici non avessero revisionato l’intero impianto di videosorveglianza. Poi aggiunse che, prima di andare a dormire, avrei dovuto assumere due pastiglie: avevano lo scopo di rendere il sonno leggero ma continuo e comunque, nella fase di veglia, non mi avrebbero dato alcun fastidio. Detto questo, l’infermiera mi ricordò gli orari della mensa e andò via, lasciandomi con le medicine in una mano e alcuni interrogativi nella testa.

Poco dopo arrivò un inserviente che, senza parlare, caricò con mille precauzioni lo schermo sopra un carrello di acciaio e lo portò via; notai che il suo volto era sempre fisso in una smorfia che richiamava a un grottesco sorriso, fatto dovuto forse a qualche malattia nervosa; di sicuro non un bello spettacolo. Ma prima che se ne andasse, gli domandai se potessi fare una passeggiata lungo il padiglione, prima del pranzo. Quello per tutta risposta grugnì che non ci trovavamo in un carcere e che potevo andare in ogni luogo avessi voluto.

Così esplorai nuovi corridoi, scambiando rapide occhiate con studenti di medicina troppo distratti dalle loro tesi di laurea e dagli esami per occuparsi di me che, di conseguenza, ebbi l’opportunità di approfondire la mia perlustrazione. Ero curioso di vedere se da qualche parte vi fosse un dispositivo simile a quello che poco prima stava nella mia stanza, ma ben presto mi resi conto che l’infermiera doveva avermi mentito perché da nessuna parte trovai tracce di alloggiamento per schermi o telecamere a circuito chiuso.

Essendo ormai quasi l’ora di pranzo, decisi di recarmi alla mensa dove fu servito, come già immaginavo, un pasto a dir poco nauseabondo dato che pareva tutto mal cucinato; comunque non mi lamentai perché in camera avevo una buona scorta di vivande, per qualsiasi emergenza.

Dopo, desideroso di verificare se fossi l’unico a sottostare alle osservazioni delle cliniche, bussai alla porta della penultima stanza, quella che mi ospitò la prima volta e sentii che rispondeva una voce, all’apparenza femminile; tuttavia non mi feci avanti e mi ritirai per studiare qualche ora durante il pomeriggio.

Dopo aver dato una scorsa ad alcune dispense di diritto, mi sdraiai senza indugio, riflettendo sugli argomenti oggetto delle mie letture e sulle prossime tappe del programma d’esame; ma al momento in cui stavo per scivolare nel sonno, un suono simile a un ronzio mi ridestò completamente, portandomi con la memoria alla prima volta che ero stato lì; accesi così la luce e cercai di capire quale potesse essere la fonte di quel suono, ma ogni ricerca fu vana e presto fui così stanco da non poter più tenere gli occhi aperti.

Il mio fu un dormire senza sogni, lungo e tormentato da quel ronzio, tanto che il mattino seguente apparivo la parvenza di me stesso. Incontrando il dottore, si stupì nel vedermi in quello stato miserevole e mi domandò se io avessi avuto cura di prendere le compresse prescritte. Già, le compresse! Le avevo completamente dimenticate: erano rimaste nella tasca della camicia; allora mi assicurò che se io le avessi assunte, di sicuro avrei dormito regolarmente; per questo motivo aggiunse che sarebbe stato necessario che mi trattenessi un giorno in più, dato che il risultato degli studi era strettamente connesso all’assorbimento dei medicinali stabiliti.

Quindi mi si prospettava un giorno in più di soggiorno, noioso certo, ma con la possibilità, in mancanza d’altro, di esplorare con più cura e calma gli ambienti.

Così, quella mattina, dopo alcune analisi e la compilazione dei questionari di rito, ripresi le mie peregrinazioni; ben presto gli unici luoghi ove non fossi stato erano quelli interdetti al transito; ero consapevole che prendere la decisione di varcare una di quelle barriere avrebbe potuto determinare la mia espulsone dal programma e magari anche una segnalazione alla facoltà; comunque sia, decisi di rischiare e con il cuore in gola varcai una delle porte in cui era scritto: ingresso riservato al personale.

Non essendoci finestre, dovetti accendere una luce e presto potei constatare, in una stanza un po’ più grande di un ripostiglio, la presenza di due scaffali alti circa un metro e mezzo; nei vari ripiani stavano delle scatolette di medicinali; alcune mi erano note, altre, invece, sconosciute; pensai che avrei potuto anche di identificare i farmaci che mi erano stati prescritti.

Dunque cominciai a frugare, con un occhio alla porta, tra cortisonici, antidolorifici, antiinfiammatori… Infine mi capitò tra le mani una scatoletta vuota con sopra stampato un simbolo che mi fece rabbrividire: l’icona della radioattività. Sul retro della confezione erano riprodotte, su logo, le pillole che io avrei dovuto assumere e il nome della molecola, una di quelle parole tanto lunghe da leggere quanto complicate da comprendere per un profano della chimica. Mancando però il foglietto illustrativo, non potei individuare la posologia, le interazioni e le patologie per cui quel farmaco era stato sintetizzato. Questo fatto mi portò alla decisione di uscire dalla stanza con la ferma intenzione di domandare dottor F. spiegazioni.

Comunque considerai di contenere la mia perplessità mista a rabbia e attendere cosa sarebbe accaduto quella notte dopo aver preso le; tutto sommato, un’assunzione protratta per due giorni non mi avrebbe potuto nuocere.

La sera stessa, dopo una cena priva di fantasia e insipida, mi ritirai nella mia stanza per studiare e prepararmi alla nottata; però già qualcosa mi attendeva sul comodino, pronta a rubarmi la concentrazione: si trattava dello schermo misterioso portato via anzitempo dall’inserviente scorbutico; adesso stava di nuovo lì e non era spento! Una spia rossa, dalla pulsazione intermittente, ne denunciava il sicuro, regolare funzionamento. Lo schermo era comunque nero.

L’ora però era troppo tarda per domandare chiarimenti, quindi inghiottii le pastiglie e mi apprestai a dormire; in quegli istanti, il fastidioso e quasi impercettibile ronzio aveva ripreso a dilagare per la stanza; era una mia impressione, o durante il sonno il rumore aumentava progressivamente di intensità? Da lì precipitai in un incubo indefinito. Si sviluppava come se immagini rapidissime si volessero stampare per brevi istanti nella mia mente. La figura più ricorrente era quella di un uomo incappucciato, col volto in ombra, che assumeva nei miei confronti un atteggiamento di minaccia o probabilmente di accusa; una vera raffigurazione maligna, malvagia, carica di oppressione. Poi si susseguivano brevi scene del mio passato, recente o meno, ma sempre con un dinamismo così rapido e cangiante da non permettermi di cogliere il nesso logico e di insieme di quelle visioni.

Mi svegliai di soprassalto in piena notte, giusto in tempo per accorgermi che qualcuno usciva dalla stanza. Per di più, a pochi centimetri dalla mia faccia stava accostato il maledetto apparecchio! Allungando una mano lo allontanai, poiché era attaccato a una specie di braccio estensore simile a quelli utilizzati per le lampade da scrivania; ma immediatamente, da un altoparlante, una voce che mi parve familiare, intimò di fermarmi. Era il dottor F. che con il suo tono asciutto e accademico, mi spiegava che il sonno era monitorato, in quel momento e che non dovevo in nessun caso interrompere le analisi in corso.

Pur essendo in uno stato per metà di assopimento, gli domandai in che cosa consistesse quello studio per cui facevo praticamente da cavia; gli spiegai poi che nel profondo dell’animo provavo un opprimente senso di angoscia, stante la presenza di quel macchinario che ronzava, quasi come se volesse scavare nella mia testa, che mi terrorizzava e mi faceva stare male. Rispose laconicamente che io ero pagato per stare lì e per collaborare; se qualcosa fosse andato male nei test, sarei dovuto sottostare a un’altra giornata di esami. Poi aggiunse, come tra sé e sé:

– Interessante…

Mi sentivo dunque alla stregua di un prigioniero, ma il senso di torpore, forse indotto dai farmaci, mi fece acquietare nell’oblio di un sonno artificiale e nebbioso.

La mattina mi destai senza avere più davanti il macchinario; venne dunque un infermiere per consegnarmi la nuova dose pasticche. Così tramortito dalla nottata appena trascorsa, mi aggirai per i corridoi frequentati dai soliti studenti distratti. Ero talmente prostrato che non trovavo nessun interesse per alcunché, né per l’esplorazione di qualche altra stanza dall’accesso vietato, né per le riviste di nuova edizione che stavano su di un ripiano nei pressi dell’ingresso.

Infine mi decisi a parlare col dottor F. per annunciargli la mia improrogabile decisione di andarmene senza attendere oltre; insomma, che si tenesse i soldi e i suoi maledetti test, io ne avevo abbastanza di quell’orribile senso di spersonalizzazione. Sentivo che se non avessi agito così, sarei diventato di sicuro un vegetale!

Facendomi coraggio, andai presso il suo ufficio dove per fortuna lo incontrai mentre stava per accingersi a cominciare il suo primo giro di visite. Era sereno, ma non appena gli accennai della mia decisione il suo volto si deformò in una smorfia di disapprovazione, come solo alle persone apparentemente serene capita. Iniziò, infatti, a gridare davanti a tutti i presenti che io non potevo andare in casa altrui e dettare condizioni, soprattutto dopo aver firmato un documento con cui mi impegnavo in modo ben preciso a rendermi disponibile; per di più, che ne sarebbe stato dei fondi stanziati dal ministero per questi studi? Forse non mi rendevo conto del danno che avrei recato all’istituzione!

Evidentemente capì che la sua sfuriata era piuttosto fuori luogo, perché nel corridoio qualcuno cominciava a mormorare a causa di tutte quelle urla; così mi invitò a entrare nel suo studio privato, non prima di aver delegato a un suo assistente il giro delle visite. Approfittando di quella relativa calma, e nella riservatezza dello studio, presi nuovamente l’iniziativa, pur se con moltissima difficoltà e domandai a quale genere di studi mi stesse sottoponendo; intanto ci raggiunse l’infermiere di poche parole.

F. appariva calmo, in quel momento, anche se notavo un leggero tremito delle mani, forse per la rabbia provata prima, nei miei confronti; tuttavia si decise a darmi le spiegazioni che volevo e credo che dopo quello che mi disse, qualcosa cambiò definitivamente in me.

Cominciò:

– Bene, lei vuole sapere che cosa studiamo e in quale modo; glielo diremo, non abbiamo segreti, qui.

I due adesso si guardavano furbescamente; ma io comunque domandai:

– A che serve quel macchinario che mi avete puntato in faccia stanotte?

F. rispose prontamente:

– È un concentratore; permette di trattenere l’attività onirica di chi si sottopone alle analisi; in questo modo riusciamo a studiare la profondità della psiche umana, molto più di quanto potrebbe fare uno psichiatra con tecniche radiografiche.

Io replicai che la mente umana non è come un evento registrabile da una telecamera; insomma, volevo delle risposte, non una spiegazione tratta da un qualche film di fantascienza di serie zeta! Ma F. fu molto serio nella sua esposizione e mi domandò di osservare attentamente quello che l’infermiere mi stava per mostrare. Infatti, aprì uno scomparto del mobile, trasse fuori il macchinario divenuto l’incubo del mio soggiorno e cominciò a trafficare con manopole e pulsanti. Improvvisamente scaturirono delle immagini.

Ho già detto che quell’apparecchio aveva molto in comune con un dispositivo per elettrocardiogramma, poiché vi era uno schermo ed io stesso notai che era possibile metterlo in funzione; ma quello che vidi, dopo la corretta accensione, mi agghiacciò e stupì allo stesso tempo, perché riproduceva fedelmente e in prospettiva, l’incubo assurdo e incoerente della mia tormentata notte.

Ebbi solo la forza di balbettare:

– Ma come è possibile che…

F. mi anticipò:

– Sorpreso? Niente di complicato, in realtà; il concentratore, in abbinamento alle compresse che le abbiamo fatto assumere, permette tali risultati… e altro ancora.

E scambiò un altro sguardo di intesa con l’infermiere.

Allora domandai:

– Che c’entrano le radiazioni?

F. aggiunse:

– Semplice. Assumendo quelle pastiglie, grazie agli isotopi radioattivi presenti in minime quantità, la frequenza spettrografica del suo corpo, mente compresa, cambia; diventa, in sostanza, una frequenza rilevabile; detto volgarmente, la naturale emittenza del corpo viene amplificata e fissata su certi valori; il concentratore espone per tutta la durata del sonno la mente a un flusso costante di raggi X; in questo modo le onde vengono filmate, raccolte nella memoria del dispositivo e tradotte in immagini grazie ad un semplice algoritmo.

Radiazioni, raggi X… Capii di essere vittima di un esperimento mortale, omicida e che forse aveva già danneggiato in modo irreversibile il mio corpo, la mia salute! Azzardai un’altra domanda:

– Che danno ha subito il mio cervello?

F., compiaciuto, rispose:

– Questo non si può dire con certezza, ma per ogni notte credo che un milione di neuroni sia stato compromesso; non è molto…

Mi alzai di scatto e urlai che volevo andarmene immediatamente, che non credevo a nulla delle loro stupidaggini scientifiche!

Mi precipitai verso la porta ma – ancora adesso stento a crederci – ebbi la sensazione di passarci attraverso! Sentivo che la mia mente agiva in anticipo rispetto al mio corpo, una sorta di sdoppiamento molle in cui tutte le percezioni secondarie erano ritardate e offuscate.

Dal mio nuovo stato vidi che F. e il suo complice sollevavano il mio corpo che era rimasto imbambolato a metà strada tra la sedia e la porta e sollevandolo di peso lo portavano nella mia stanza. Il mio io rimaneva comunque legato al corpo, perché non se ne poteva distaccare per più di due metri circa; infine mi ritrovai sdraiato sul letto, incapace di alcun movimento.

Debolmente mormorai:

– Assassini!

F., che era rimasto a controllarmi, mi si accostò e disse:

– Non mi ha fatto concludere la spiegazione; è vero che noi possiamo filmare l’attività onirica delle persone, anche a costo di comprometterne il corpo, ma non le ho detto che miriamo anche a conservare l’essenza vitale delle nostre cavie; con lei l’esperimento è andato quasi a buon fine, mi pare; abbiamo un bel filmato del suo incubo indotto. Tuttavia la fase di distacco dello spirito dal corpo è incompleta; credo che lei diventerà un nostro ospite permanente…

Da allora sto attaccato a qualcosa che non mi appartiene più, un corpo immobile, incatenato da catene invisibili.

Eppure, nei barlumi di coscienza che sporadicamente riaffiorano, come questo, riesco ancora a trovare conforto nell’immaginarmi come sarebbe stata la mia fuga, zaino in spalla, in piena notte, dalle cliniche universitarie, avvolto dal buio gelido delle strade appena attenuato da smorti lampioni riflessi nelle pozzanghere.

S. Èffrena