Archive for the ‘Traduzioni’ Category

Bruno testa, Storia del museo Rimbaud

21 luglio 2015

testa+livre

Come Arthur il delinquente è diventato l’idolo di Charleville

Mentre il museo Rimbaud è in fase di ristrutturazione, in attesa di essere inaugurato il 27 giugno, Bruno Testa ripercorre le principali tappe della sua storia nel suo libro «D’Arthur le voyou à l’idole Rimbaud» (edizioni PMR).

Cosa sappiamo del museo Rimbaud? Cominciamo dall’inizio. Sappiamo che Rimbaud non riuscì a imporsi subito nella sua città natale; anche in questo caso è vero il detto che nessuno è profeta in patria. Si aggiunga a questo che il rapporto tra il giovane poeta e la sua città non è stato sempre idilliaco; nella sua corrispondenza non si contano i motteggi contro Charleville, spesso ribattezzata Charlestown; senza contare che spesso egli la definisce «la più idiota tra le piccole città di provincia».

Arthur il delinquente

Dal canto loro i cittadini di Charleville non mancarono di reagire alle sue provocazioni. Tanto è vero che nel 1901 il direttore de La croix des Ardennes scrisse:
Qui vengono prodotti dei meravigliosi chiodi, bulloni solidi, catene robuste, apparati di riscaldamento solidi e igienici; tutte cose che, venendo fuori dai nostri stabilimenti, renderanno molto più all’immagine del nostro paese di quanto possa fare tutta l’opera di Rimbaud.

Eppure dobbiamo riconoscere che Rimbaud è stato rapidamente onorato anche dalla sua città natale, grazie ai poeti parigini  e anche dei suoi amici ardennesi. Basti per tutti, l’episodio del busto a lui dedicato, per il quale si susseguirono tre inaugurazioni. La prima avvenuta dopo la sua morte, quando amici e ammiratori decisero di glorificare le Ardenne dedicando un busto di bronzo a uno dei più grandi poeti della Francia.
Questo primo busto è stato inaugurato il 21 luglio 1901 in Square de la Gare. Ma si deve attendere molto tempo prima della predisposizione di un museo e per varie ragioni. Prima di tutto non c’era unanimità per tale decisione; poi, le sue poesie non erano proprio le classiche poesie da recitare alla lavagna; e infine, la sua vita si è svolta molto fuori da Charleville e dalla Francia, ragione per cui vi era una grande scarsità di materiali personali. Per questo di dovette attendere il 1954, l’anno del centenario dalla nascita, per far uscire Rimbaud dal suo purgatorio.

Quell’anno si è tenuta una grande esposizione presso la Biblioteca Nazionale grazie alla collezionista Suzanne Briet, nativa di Attigny, nelle Ardenne. Fu uno spettacolo memorabile! I musei di Francia, Louvre, Versailles, il museo dell’Uomo, l’Archivio di Francia, il museo di Charleville e le biblioteche provinciali ed estere, tra cui l’ambasciata francese in Egitto, unirono gli sforzi per mettere insieme più di 1200 documenti!

Le tre tappe del museo

Il museo Rimbaud è nato in quel momento? Sì e no. Il 17 ottobre 1954, aprofittando della collocazione del terzo busto di Rimbaud nella square de la Gare, le autorità formalizzarono il primo embrione di quello che può definirsi museo Rimbaud. Ma in realtà il museo era ridotto a una stanza singola del museo Civico al numero 2 di rue de Musée, presso l’ex convento de Sacro Cuore. Questo primo embrione di museo comunque è un grande passo avanti. C’è comunque da sapere che il museo Municipale aveva già creato nel 1912 una piccola collezione di oggetti appartenuti a Rimbaud. Una collezione modesta, incorporata ad altre collezioni museali.
Il secondo passo importante fu quello di collocare tutto il materiale, nel 1969, presso il Vecchio Mulino. Ma venne collocato solamente al secondo piano. In città, la parte grossa, spetta sempre al museo delle Ardenne, specializzato nelle arti e nelle tradizioni. Bisogna attendere il 1994 perché il museo Rimbaud diventi veramente un museo autonomo, separato dal museo delle Ardenne a sua volta ricollocato nella sua nuova locazione, presso piazza Ducale.

Il clan degli Ardennesi

La storia del museo Rimbaud è una storia anche delle Ardenne. Il museo sarebbe potuto nascere senza il contributo di Jean-Paul Vaillant? Questo personaggio, che lavorava per l’ufficio delle imposte, dedito alle cifre, era anche un uomo di lettere, autore di romanzi, opere teatrali e racconti dedicati alle Ardenne. Il presidente degli scrittori ardennesi, fondatore della Société des Amis de Rimbaud il 29 ottobre 1929 fu orgoglioso di avere tra i presidenti onorari della sua associazione Ernest Delahaye e Georges Izambard, rispettivamente compagno di studi e insegnante di Rimbaud, due uomini che sono parte integrande della leggenda del Poeta! Egli corrispose con loro come con altri rimbaudiani dell’epoca, tra cui Jean-Marie Carré, autore nel 1926 della biografia La vie aventureuse de Jean-Arthur Rimbaud che ha avuto un buon successo e ha portato Rimbaud a conoscienza di un pubblico più ampio.
Faceva parte del gruppo anche André Lebon, sindaco di Charleville, che fu artefice della fuosione tra Charleville e Mézières. Deputato dal 1967 al 1978, egli giocò un ruolo importante nella storia del museo. In funzione di parlamentare, egli era spesso a Parigi, cogliendo l’occasione di arricchire il patrimonio librario del fondo Rimbaud. Nel 1969 egli pubblicò il primo libro del Centro culturale Arthur Rimbaud. Una volta ritiratosi dalla politica attiva, egli mise a disposizone della collettività i frutti della sua attività di appassionato rimbaudiano, chiamati spigolature rimbaudiane.
Dobbiamo citare anche Stéphane Taute, curatore dei musei di Charleville e lì bibliotecario fino al 1979. È grazie a lui che il fondo di Henri Matarasso si stabilirà a Charleville dando al museo la sua legittimità.
Infine non dimentico Alain Tourneux che ha preso la pesante eredità di Stéphane Taute e ha completato la metamorfosi del museo Rimbaud. A lui si deve la progressiva autonomia del museo Rimbaud; una trasformazione che sta a metà tra vecchio museo del Novecento un museo del futuro.

Bruno Testa

Traduzione di S. Èffrena 21 luglio 2015

Un lutto e una perla

8 settembre 2014

Come ci fa sapere Jacques Bienvenu:

Jean-Michel Cornu de Lenclos est décédé à Phnom Penh le 1er août 2014. C’est une perte immense pour les rimbaldiens. Nous adressons nos condoléances à sa famille et à ses nombreux amis. Nous poursuivons, bien entendu, la publication de son article dont il nous avait confié une version corrigée et augmentée le 31 juillet.

Il primo agosto 2014 è venuto a mancare Jean-Michel Cornu de Lenclos. Per i rimbaudiani si tratta di una perdita immensa e insostituibile.

Autore del sito Rimbaud & Harar, si deve a lui la divulgazione di materiale, opinioni e ricerche attinenti il poeta francese nella fase della sua vita legata al medioriente. Di notevole spessore l’edizione datata 2009 di Barr-Adjam — les souvenirs de Alfred Bardey, le patron de Rimbaud à Aden et à Harar, di cui ho parlato qui e qui su questo mio blog.

de Lenclos ci lascia anche una nota su uno scritto inedito di Rimbaud, intitolato Le Caoutchouc au Harar e di cui riporto testo e mia traduzione qui di seguito.

S. Èffrena

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«Le Caoutchouc au Harar»

Note su di un testo ritrovato di Arthur Rimbaud (1883)

In una lettera datata 30 agosto 1883 scoperta di recente durante la preparazione della nuova edizione dei ricordi di Alfred Bardey, è stato rinvenuto un testo di due pagine dal titolo La Gomma di Harar, scritto da Rimbaud. Il testo non è scritto direttamente da Rimbaud, ma si tratta probabilmente di una copia redatta da un dipendente dell’agenzia di Aden. Ivi è descritto il Kolkouol, cioè l’Euphorbia Abyssinica o altrimenti detta Euphorba. Questo albero cactiforme di vari metri di altezza, originario dell’Etiopia e molto comune in Harar, secerne in abbondanza, quando inciso, un lattice bianco appiccicoso e denso che acquisì subito un certo valore. Rimbaud attirò l’attenzione dei suoi principali sulle possibilità di sfruttamento informandoli che a Massaoua, sulla costa eritrea, una società europea si era già lanciata nell’impresa e che anche un certo Constantin Rhigas, ex dipendente di Bardey, cercava finanziamenti nella stessa direzione. Pare però che i suoi datori di lavoro non dettero seguito a questo progetto. Bardey stesso ricorda nelle sue memorie in proposito, nel 1897: «Sapete bene che Rimbaud fu spesso un utopista», (Lettera a Berrichon, 30 nov. 1897). Una lettera di Rimbaud a Ilg, datata Aden 1 feb. 1888, mostra che cinque anni più tardi Rimbaud aveva focalizzato la propria attenzione su un’altra varietà: «[…] Je voudrais voir si l’on peut entreprendre l’exploit[ati]on de la gomme dans les Konollas [basses terres] du Harrar, dans le Gadiboursi, etc.. Il y a beaucoup de gommiers par là […]».

Abbiamo ritrovato nel N°19 del Journal d’agriculture tropicale del 30 gennaio 1903 un articolo intitolato «Prove di coltura in Abissinia», con cui la redazione risponde a una lettera di tale Armand Savouré e dalla quale sono citati lunghi estratti. Savouré fu in affari con Rimbaud, il quele gli offrì ospitalità ad Harar. Egli espone le proprie conclusioni a proposito del lattice: «par aucun traitement (ammoniaque, acide sulfurique etc.), je n’ai pu en tirer du caoutchouc. J’en ai fait ramasser une dizaine de litres; au repos depuis longtemps, il s’est précipité une matière dure et cassante». Spiega poi di aver cercato, senza successo, di far crescere e acclimatare l’Euphorbia. L’esperto consultato in proposito dalla redazione, tale Jules Poisson, molto competente riguardo l’Euphorbia, concluse cupamente a proposito della preziosa sostanza: «È poco probabile che si tratti della Euphorbia» ed evocò gli insuccessi degli italiani: «[…] ad Asmara se la passano male come ad Addis Abeba». Ma venti anni dopo la nota di Rimbaud, Savouré ci credeva ancora. Possiamo immaginare questi due personaggi, ad Harar, che accarezzano lo stesso sogno, eccitati dalla febbre della gomma di Euphorbia, come Bouvard e Pécuchet per i fertilizzanti, e gridare: «Ma questo è oro! È oro!».

Questo testo, scritto pochi mesi prima del «Rapporto sull’Ogadine», ci racconta le speranze del mercante e imprenditore Rimbaud che vuole arricchirsi con le risorse del territorio. E a proposito ricordiamo l’insistenza con cui chiedeva alla famiglia di spedirgli manuali tecnici necessari per perfezionare le sue cognizioni.

Jean-Michel Cornu de Lenclos
Harar-MoCho-Independence, sept. 2010. jmcornu2@gmail.com

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Le Caoutchouc au Harar

[Texte de Rimbaud accompagnant sa lettre de Harar du 30 août 1883]

L’Euphorbiacée qui couvre les monts de Bellaoua, Eigou etc. et qui se trouve sortant en grande quantité à Darimon n’est autre que ce que les Abyssins nomment «Kolkouol», exploité près de Massaouah, par une société Européenne pour la production du caoutchouc. Seulement dans le Tigre [Tigray] l’arbre est plus grand. Des incisions faites au tronc des arbres coule le lait qu’on reçoit à mesure dans des vases. Nous croyons qu’à Massahoua on se borne ensuite à faire bouillir le liquide jusqu’à consistance, et on l’embale (sic) sans le presser. Mais au moyen d’un acide on peut au moment même du coulage faire prendre un[e] cons[i]stance élastique et précipiter l’eau et les détritus végétaux. On presse ensuite les calles obtenues pour en expulser ce qui y reste d’eau. Ensuite le prodnuit s’embale [sic] tel quel et le kg a une valeur de plusieurs francs. Cela a été le but de la visite de Constantin Righas au Harar. D’après ce qu’il dit lui-même, et nous croyons qu’il va chercher à Aden quelques fonds pour exploiter cela. Nous avons envoyé nous-mêmes un échantillon de la chose en 1881! C’est Pinchard qui l’a porté lui-même à Zeilah!

Il vero orecchio di Rimbaud – La véritable oreille de Rimbaud

18 giugno 2014

Il Blog Chez libraires associés ha dato risalto alla scoperta di due nuove fotografie di Rimbaud; precisamente si tratta di due nuovi “positivi” dei celebri ritratti eseguiti dal fotografo Carjat.

Purtroppo, a dispetto di quanto si potrebbe immaginare dal tenore dei titoli degli articoli, non si tratta, appunto, di due nuove pose, come tutti speravamo, ma di copie. Rimane il fatto, però, che queste due nuove foto possano essere più vicine alle reali sembianze del Rimbaud adolescente. Infatti si sa che, un po’ come accade oggi con i programmi di fotoritocco, gli antichi ritratti venivano corretti a mano per rimuovere eventuali difetti estetici o per dare più ombreggiatura ai volti. Nei fatti, queste due foto potrebbero essere l’immagine meno adulterata del poeta.

Di seguito propongo la mia traduzone dell’articolo segnalato dal Blog e pubblicato dal quotidiano L’Union – L’Ardennais.

S. Èffrena

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CHARLEVILLE-MEZIERES (08). Jacques Desse, scopritore del “Rimbaud d’Aden”, ha trovato nel fondo Claudel due nuove foto del poeta. Una di queste potrebbe assumere maggiore rilevanza rispetto a quella contenuta nel fondo carolo.

oreille

Questo ritratto presenta un Rimbaud «più rustico» in cui il lobo dell’orecchio non è stato ritoccato.

Il libraio e antiquario Jacques Desse, scopritore della foto di Rimbaud ad Aden nel 2010, da lui recentemente autenticata, si è rimesso in gioco. Ha continuato la sua ricerca concentrata su Rimbaud e per circa un anno ha studiato il materiale contenuto nel fondo Claudel, conservato dai suoi discendenti di Parigi. Ha scoperto, «come (egli) si aspettava» due nuovi ritratti del poeta. Non due nuove immagini; sono infatti le stesse reseci da Carjat, ma in forma di due nuove fotografie in senso stretto. Secondo Desse, una di queste due foto sarebbe molto più fedele all’aspetto reale di Rimbaud; tanto fedele da detronizzare la foto che sino ad oggi, al Museo Rimbaud, era considerata come pietra di paragone per i tratti somatici del poeta. Su questo duplicato può essere letta per la prima volta alla base del cartone, l’indirizzo e il nome del fotografo «Etienne Carjat rue Notre-Dame de Lorette». La dimensione della riproduzione è minore (circa 10 cm, compresa la cornice in cartone) di quella di Charleville (alta 18 cm) che «è un ingrandimento un po’ abbellito». Inoltre, continua Desse, «(sembra) la versione più autentica, meno idealizzata. La testa è leggermente diversa rispetto ad altre foto. L’orecchio è più rustico, il lobo non è ritoccato. Rimbaud aveva grandi orecchie. Non ci sono linee nere sotto gli occhi … ».

«Questa in effetti è una scoperta», ammette il curatore del museo Rimbaud, Alain Tourneux. «Sapevamo che c’erano altre foto, ma non le avevamo ancora viste. Il sig. Desse ha avuto la fortuna di accedere al fondo Claudel. E questo ha permesso di smuovere le cose. Qual è la riproduzione più autentica? È molto difficile da dire. Attendo la pubblicazione del confronto tra i vari volti di Rimbaud». Per Alain Tourneux la fotografia del museo rimane comunque eccellente. «Conosciamo la storia di questa foto; apparteneva a Jean Cocteau. Aveva capacità ed esperienza. Questa foto troneggiava sul suo camino quando era al fianco di André Gide alla NRF (Nouvelle Revue Française)»

Riguardo la seconda foto, Alain Tourneux sminuisce lo scoop: «fu presentata nel 1991 al Musée d’Orsay e a Charleville-Mézières è stata iscritta nel catalogo come vecchia fotografia (dove un errore contribuì ad amplificare la confusione associandola al positivo su vetro presente al museo Rimbaud)». Ma non è identificata come originale, a sua volta replica Jacques Desse.

Beh! L’enigma del vero volto di Rimbaud è lungi, ancora, dall’essere risolto!

Nathalie DIOT

Rimbaud e la Comune. Ipotesi sulla genesi e la data del «Bateau ivre» e de «L’Homme juste»

15 giugno 2014

Traduco di seguito l’articolo scritto dal signor Jacques Bienvenu relativo alla genesi presunta de Il battello ebbro. Interessante il raffronto tra i lavori di Victor Hugo, il tempo dei pontoni e l’epoca in cui Rimbaud è vissuto.

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Pontone a Brest nel 1971

Pontone a Brest nel 1971

È meglio leggere questo articolo dopo quello intitolato: Rimbaud o la morte di Hugo. Invito il lettore a fare riferimento ad esso. Ho scritto che l’identificazione fatta da Yves Reboul a proposito de L’Homme juste di Victor Hugo è stato molto convincente. Un solo punto discutibile, che non mette in dubbio questa identificazione, sembra essere l’affermazione di questo lavoro che giudica come «altamente probabile» che Rimbaud potesse aver letto la poesia «Pas de représailles», di Victor Hugo, su Le Rappel del 21 aprile 1871. Yves Reboul ha detto che i versi di questo poema «semblent faits exprès pour servir à la satyre de L’Homme juste. » (Rimbaud dans son temps, p.158.) Io non sono sicuro che Rimbaud potesse consultare questo quotidiano parigino, lì a Charleville. La questione pertanto, meriterebbe di essere studiata. Nulla ne la Lettera del veggente, scritta il 15 maggio a Demeny, tre settimane dopo questo articolo, mostra una qualche esasperazione contro Hugo. Tuttavia, quello che è sicuro è che Rimbaud avrebbe potuto leggere Le Rappel  a partire dal primo di novembre successivo, perché era a Parigi. Questo giornale un tempo sottoposto a censura, riapparve con un importante lungo articolo di Hugo che riprendeva il tema trattato in «Pas de représailles», vale a dire la richiesta, ripetuta, per la grazia ai Comunardi dopo la sanguinosa repressione di maggio. È stato quello il ritorno definitivo di Hugo nella capitale dopo 20 anni di esilio in Belgio, durante la Comune. Il suo articolo fu ampiamente riportato dalla stampa. Anche ne Le Rappel, una settimana dopo, l’8 novembre, egli difese un giovane poeta, Gustave Maroteau, che pubblicò, nel 1867, un libro, Les flocons, la cui prima poesia fu dedicata proprio a Hugo. Egli era allora diciasettenne (come Rimbaud, quando arrivò a Parigi) e partecipò alla Comune a 21 anni, tanto che fu condannato a morte. Non vi è dubbio che Rimbaud avrebbe potuto trovare molto interesse nella vicenda. Che cosa poteva egli pensare? Non poteva certo biasimare Hugo di difendere questo fratello di poesia e di idee rivoluzionarie. Ma non conosciamo la psicologia di Rimbaud.

maroteau

Articolo di Hugo ne Le rappel del 8 novembre 1871

flocons maroteau

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Estratto del poema dedicato a Hugo da Moroteau

Estratto del poema dedicato a Hugo da Moroteau

Il 20 novembre è stato pubblicato in Le Rappel un poema inedito di Hugo: À ceux qu’on foule aux pieds. Questo prototipo del poema dell’Anno Terribile non sembra essere stato riportato nelle Pleiadi, o in altre edizioni di questa raccolta che ho potuto consultare.

le rappel

Ma portiamo l’attenzione su alcuni versi di questo poema.

pontons hugo

Scopriamo che i prigionieri comunardi furono rinchiusi dentro i pontoni, vere e proprie navi immobilizzate dentro al porto. Ma i pontoni di cui parla Victor Hugo, non sono quelli del 1848, bensì quelli in cui furono internati gli avversari di Napoleone III, dopo il colpo di stato del 1851. Comunque, una volta dentro ai pontoni, il futuro dei prigionieri sarebbe stato un esilio lontano dalla loro terra di origine, probabilmente in Nuova Caledonia. Ricordiamo, a questo proposito, che ne Il battello ebbro vengono evocati proprio i pontoni con i loro occhi orribili, tema su cui ritornerò.

Nel suo poema, Hugo, con la sua immaginazione di poeta, profetizzava il triste avvenire di questi prigionieri. Egli li immaginava «nella tempesta infame e nella feccia amara».

Inoltre, À ceux qu’on foule aux pieds, contiene un passaggio che merita la nostra attenzione:

radeau hugo

Osserviamo che Hugo descrive questi pontoni come una sorta di battello ebbro simile a una zattera della Medusa, che naviga con la morte per timoniere.

La mia ipotesi è che questo testo potrebbe essere una fonte importante da cui Rimbaud avrebbe potuto trarre spunto per il suo Bateau Ivre, in risposta a Hugo, con contrasti molto marcati. I rivoluzionari per Rimbaud rappresentavano il futuro. Così il primo verso: A «l’enfer pour aube avec la mort pour pilote» si oppone nel Battello Ebbro: «L’Aube exaltée ainsi qu’un peuple de colombes». Poi, mentre Hugo scrisse: «refermer l’océan et dire: c’est fini», e aggiunse che i prigionieri sono: «dans on ne sait quelle ombre au fond du ciel profond», ad essi si oppongono i versi di Rimbaud:

«Est-ce en ces nuits sans fond que tu dors et t’exiles, Million d’oiseaux d’or, ô future Vigueur?»

Ma quando Rimbaud, alla fine del poema esprime la sua disperazione alla repressione Versailles (con riferimento al mese di maggio nella poesia), ha scritto: «Mais, vrai, j’ai trop pleuré!» (Come Hugo piangeva per i pontoni) e poi aggiungendo: «Les Aubes sont navrantes». Tutto sommato, il poema di Hugo sembra avere un rapporto diretto con il Battello Ebbro. Infatti recita: «En tournant dans un cercle horrible on devient ivre», dove troviamo la particolare parola orribile usata da Rimbaud in riferimento ai pontoni.

Se la mia ipotesi è corretta, allora Le Bateau Ivre è stato scritto dopo il 20 novembre, dopo aver letto l’articolo di Hugo e probabilmente non oltre dicembre, quando Rimbaud non aveva più una fissa dimora. Prima egli viveva in Rue Campagne. L’espressione Bateau Ivre «Moi l’autre hiver,…», acquisterebbe tutto il suo significato, meglio che se la poesia fosse composta nel precedente mese di settembre, prima della partenza di Rimbaud a Parigi, come pretende di asserire Delahaye. “L’altro inverno” è quello del 1870 quando Rimbaud si recò a Parigi per la prima volta. Yves Reboul scrive a questo proposito: «Ma ora sappiamo che Delahaye è troppo spesso un falso testimone, nulla suggerisce che la poesia sia stata scritta nelle Ardenne; e se in effetti è eccessivo considerare la poesia come un epitaffio della Comune, resta il fatto che allude ai pontoni in cui è difficile non vedere un’allusione alla repressione di Versailles»(Rimbaud dans son temps, p.84.)

Questa è l’ultima riga della poesia: «Ni nager sous les yeux horribles des pontons.» Che, posta in una posizione finale del poema, invita a una rilettura dell’opera in chiave comunarda. Per questo, alcuni critici hanno segnalato altri elementi, come il verso: «Quand les juillets faisaient crouler à coup de triques», che potrebbe riferirsi al luglio rivoluzionario, come già notato da Jacques Gengoux.

Io penso che l’opposizione HugoRimbaud si realizzi ne Le Bateau Ivre su due livelli: il piano politico-rivoluzionario e il piano della metrica, anche egli significativamente rivoluzionario. Questi due aspetti sembrano inestricabilmente legati. Penso che considerando le precedenti recensioni che hanno evidenziato prima di me la dimensione rivoluzionaria de Le Bateau Ivre, esse siano molto diverse dalla mia.

Quello che mi intriga, tuttavia, è capire se Rimbaud nel mese di luglio (per quale motivo improvviso?) abbia potuto comporre un’opera così in antitesi con l’opera di Hugo (come già ho suggerito nel Articolo su Hugo e Rimbaud). Nel mese di giugno, Rimbaud inviò a Demeny Les Pauvres à l’église, opera che non mostrava rivoluzioni a livello di metrica. Avrei capito meglio l’audacia, se la poesia fosse stata composta a Parigi, quando Rimbaud era con Verlaine. Tuttavia la parola “Luglio” è posizionata nella parte inferiore di un frammento di manoscritto L’homme juste ricopiato da Verlaine. Il secondo manoscritto, non è datato. Penso che non sia impossibile dare una data, perché Verlaine non è sempre stato preciso con le date. La menzione di luglio può svolgere il ruolo della data falsa del 14 luglio fissato per la poesia di Rimbaud Ce qu’on dit… scritto in agosto. Si noti, inoltre, che gli articoli e poesie di Hugo pubblicati in Le Rappel dopo il 1 ° novembre hanno ripreso identici a quelli di Pas de représailles le parole “juste” e “doux“, senza contare che Rimbaud poteva aver letto i numeri precedenti mentre era a Parigi con i suoi amici poeti.
In Pas de représailles pubblicato il 21 aprile, Hugo aveva, come noto, scritto: «Pas de colère; et nul n’est juste s’il n’est doux.»
J. B.

Progetto Museo Arthur Rimbaud

6 marzo 2014

In questo interessante sito è possibile visionare una galleria di immagini che virtualmente anticipa come sarà il rinnovando museo dedicato a Rimbaud, a lavori conclusi. L’architetto vincitore della gara d’appalto, Stéphane Malka, spiega le sue ragioni in merito. Ne propongo un’umilissima traduzione, cospargendomi come di consueto il capo di cenere per le innumerevoli sviste nel lavoro di traduzione.

S. Èffrena
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Unbenannt

Può riscontrarsi un certo antagonismo tra Rimbaud e il museo, anche se è provato che egli ha frequentato il Louvre e il British Museum; il suo stesso lavoro richiama le immagini del museo, soprattutto nelle Illuminazioni (Hampton Court, dans Villes, Chinoises de Boucher e Fête d’hiver).

È pertanto importante riservargli un museo particolare, che dovrebbe essere un luogo poetico che allo stesso tempo menzioni la sua poesia, e che permetta di vedere lo scoppio, la rottura, il contrasto, il vagabondaggio che caratterizzano al tempo stesso la sua opera e il suo destino. Già dai suoi primi versi, Rimbaud ci parla della partenza e delle lunghe marce; un principio esistenziale che ha mantenuto fino alla fine della sua vita.

Ma un museo rischia sempre di bloccare chi ama la libertà libera: «Che cosa vuoi? Sono terribilmente impegnato ad adorare la libertà libera […]» (lettera a Georges Izambard, 2 novembre 1870).

Il museo Rimbaud sarà quindi necessariamente uno spazio dove l’uomo con le suole di vento non sia immobilizzato e possa dare al visitatore, col gusto per la poesia, il gusto della libertà.

Il nuovo museo Rimbaud è una rottura, un cambiamento rispetto alle mostre tradizionali, creando un’esperienza interiore in dissonanza con il guscio esterno, favorendo l’immersione del visitatore fuori dal tempo.

In questo luogo, libero e senza strutture, la pietra è struttura d’insieme; è modulo scenografico, prisma strutturale, riferimento spaziale, che ritma lo spazio e lo sguardo; la pietra che Rimbaud associa alla terra in Fêtes de la faim, è anche un oggetto che lo investe della sua mobilità esistenziale, che associa all’aria nelle stesse Fêtes de la faim ed alla marcia, alla libertà, alla natura e al viaggio. Anche in Ma Bohême immagina nella sua corsa di «Pollicino sognatore», di sgranare tanti sassolini quante sono le rime. E pure in Notte dell’Inferno, dove l’acqua, che è un altro elemento importante, Rimbaud dice: «Ah! l’enfance, l’herbe, la pluie, le lac sur les pierres, … ».

 Entrando in questo luogo, il visitatore scopre un nuovo mondo. Un luogo aperto a priori a qualsiasi condizione temporale e spaziale, come il Barbaro delle Illuminazioni:
«Bien après les jours et les saisons, et les êtres et les pays… »
In modo da immergere il visitatore in uno spazio poetico che suggerisce eccesso, caos, rinascita, l’imposizione di una nuova realtà, una visione allucinante.

Stéphane Malka