Archive for the ‘Prose’ Category

S. Èffrena contro Il Filosofo

16 dicembre 2016
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falsi profeti e false profetesse

Perché si tende ad amare così tanto il servizio militare di leva? Perché probabilmente ha in sé qualcosa di poetico e disincantato nello stesso tempo. La poesia sta nell’applicazione del senso del dovere, che si articola nella solitudine delle scelte; il disincanto emerge dalla consapevolezza che con la fine del periodo (more…)

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Retrogamer o l’Araba fenice

17 marzo 2015

projectfirestart_logo Capita che ci si imbatta in qualcosa di bello e perfetto, ma non se ne colga sùbito l’essenza squisita. Quando, succube dell’emulatore MAME, andavo per vie di ricerca a scovare i migliori programmi e giochi per arcade machine (desiderio proibito per chi possedeva il già formidabile C=64), mi capitò di visitare un sito autodefinito Retrogamer. Avvezzo alla pochezza dell’Era Internet, mi limitai a leggere ciò che il sacro motore di ricerca mi aveva proposto, ossia la recensione di R-Type. Oh, sapevo che era un gran bel programma, ma quella lettura mi lasciò una sensazione di non so che; l’impressione di aver scorto qualcosa di davvero fuori dal comune e trascendentale. Abboccai l’amo. Retrogamer divenne la Mecca per qualsiasi preghiera io volessi sacrificare a sostegno delle mie curiosità tecnoludiche: leggere quegli articoli, perdersi nei ragionamenti contorti e trovare una via d’uscita quando ormai le parole avevano surclassato ogni logica… Follia! L’ischemia che affligge il cervello, di default, ha presto lasciato spazio a manovre considerate azzardate, per l’immaginazione radicata nel ventunesimo secolo; il secolo ventunesimo, quello delle tecnologie tradite, delle videochiamate che son rimaste roba fichissima, certo, ma da fantascienza, perché nella realtà ci si rende conto di avere una faccia prossima all’idiozia, parlandosi via usb, ché, non ti puoi grattare il naso, gli orifizi, non puoi accasciarti e farti i fattacci tuoi o far finta di ascoltare senza che l’interlocutore avanzi le sue rimostranze, offeso. Altro stile, Star Trek.

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Navicella di Classe R

Il ventunesimo secolo: della tecnologia dozzinale per tutti, colti e ignoranti, orsi e damerini, muratori e manager; tutti livellati sul filo di un sorrisetto ebete riflesso da touchscreen hd cinque pollici circa. E sì, il secolo ventuno, della politica che può solo precipitare nel peggio-che-mai e quando ti capita un giornale qualsiasi del 199X, ti rendi conto che le notizie non cambiano , ma che la variante è proposta solo in scala di squallore e che leggere giornali è roba da illusi. Il secolo ventuno, che sarà ricordato per le slot machines installate a mo’ di testoni dell’Isola di Pasqua in ogni angolo urbano. Ma non ci vedi i ragazzini; cioè, sì, a volte; ma per la maggiore adulti e vecchi col neurone prossimo all’ictus che perdono soldi, dignità e salute davanti a un giochetto da due bit che negli anni Ottanta sarebbe stato relegato nell’angolino più sfigato del bar o della sala giochi, a collezionare acari, spento. Il secolo ventuno, quello del politicamente corretto, del buonismo, dell’anticonformismo, del femminismo degenerato in isteria strombazzata dai media (ah, maschi-femminicidi-bastardi!), del aiutiamo-tutti-tranne-noi-stessi (ché, sennò, siamo egoisti e le solite cricche non possono arricchirsi a spese nostre); salvo poi scoprire che è tutta una ideologia opprimente per cui, o la pensi come tutti o sei additato come il Male, da castrare, drenare, da terminare, da resettare. Devi essere conforme, per Credere di essere “anticonformista”, oh Lasso!

Mondi perduti...

Mondi perduti…

E così, in modalità gioco perverso / inverso, Retrogamer mi ha precipitato nella antitesi de la storia è finita, copyright by Francis Fukuyama, nippo-statunitense che se avessero potuto, Capcom, Taito e tutte le Case custodi della fantasia da videogames lo avrebbero assoldato per creare un livello segreto con codice di sblocco acquistabile dallo Shop, del postapocalittico tecnobiologico Forgotten Worlds! Ah, ma prima che finisse la Storia, dopo l’abbattimento del Muro, c’era il sangue virtuale che scorreva a fiumi, l’hard-core di cellulosa che ammiccava dalle edicole ad avvetori dall’occhio torbido. Nei cabinet arcade c’era il posacenere incastonato a destra dei bottoni, ché, fumare, non era uno psicoreato e le sale parevano suffumigi. E le parole erano parole, per cui nessuno ardeva di smussarle per non offendere, dopo che per secoli quelle parole erano state usate così, sic et simpliciter. Intatte. Le slot machines erano solo un’idea che esisteva a Las Vegas, con la manovella, lo slot, da avvolgere con le mani e tirare giù, fisicamente, lasciandolo poi tornare alla sua normale erezione, constatata l’impossibilità di stravincere la cascata di nichel. Al massimo, Arkanoid era più gettonato dai grandicelli col prosecco in mano, mentre i marmocchi erano più attirati da bagliori altri. No. A livello umano c’erano i videogiochi, gli arcade, i cabinati; mica roba da poco. Dentro a quei cassoni di trucciolato pressato e placcato di plastica, pulsava il lavoro di staff del Sol Levante con una cultura profonda che pescava dagli abissi dell’umana scienza. Spesso quei geni realizzavano i sogni di chi voleva vedere Schwarzenegger e Stallone combattere insieme contro mostri bavosi, ad esempio. Oppure donare una magia speciale che solo una corsa coast to coast a bordo di una testarossa può spandere. In tutto questo delirio compulsivo, le mie mani febbrili tornano, animate di vita propria, a cercare le duecento lire nella tasca di dietro, per inserirle nella gettoniera, tacitare, spazzare via l’insert coin e premere il pulsante di START in basso a sinistra, per assaporare quella dose di pixel e di radiazioni catodiche in pieno volto. E sia lode al MAME, che oggi sta all’arcade come il naloxone sta all’oppio, perdio! Ecco cosa ha spalancato Retrogamer. Poi il sito cessò. A monte di questa catastrofe, faccende che è inutile qui menzionare, ma che non rendevano giustizia ai reddattori della rivista elettronica, veri poeti dotati di autocoscienza e capeggiati, direi condotti, dal Visionario per eccellenza Luca Abiusi. Quanta eco, nel Loro Verbo, di vetuste riviste cartacee chiuse nei cassetti: Zzap!, TGMRetrogamer ne è la naturale e Illuminata evoluzione. Ora Retrogamer è tornato e risorge da ceneri di silicio col nome di Project Firestart (www.projectfirestart.org), titolo che di per sé è tutto un programma, poiché richiama a un altro Project, che anticamente ha inoculato incubi biologici nella psiche di noi, ex acnoidi, aggrappati al joystick. Project Firestart pian piano prende coscienza; la sezione coin-op è già operativa e a breve seguiranno gli altri moduli. Basta avere pazienza, la stessa pazienza che era in passato Fede di resurrezione. Il ritorno di Retrogamer è il ritorno in disponibilità per le masse di una memoria imprescindibile. Pochi sapranno cogliere. Mai saranno sufficienti i ringraziamenti. L’invito è di andare avanti e scolpire nella pietra, in nuove Tavole polimeriche, il prodotto di tale immane fatica. La Rete è leggera e può svanire come al vento i Soffioni.

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S. Èffrena, 15 marzo 2015

Bukowski e la disperazione che la fa franca

8 marzo 2015

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Trascrivo e commento un estratto dal libro Panino al prosciutto di Charles Bukowski, uno dei miei scrittori preferiti. Questo fine settimana avevo intenzione di andare a teatro, per i fatti miei, ma l’opera in scaletta, intitolata L’abito da sposa, è stata rinviata. Ero deciso a scrivere Serata a teatro 2.0 (ne avrei scritto delle belle…), ma la mancanza di (more…)

Alessandro

2 maggio 2013

Poesie e prose di S. Èffrena ©

 
Alessandro M. capitò nella mia classe durante la V Ginnasio e rimase con noi sino alla I Liceo, che non poté superare, nonostante con infinita clemenza, i professori gli avessero assegnato quattro materie da recuperare per settembre.
Suo padre era operaio specializzato in una compagnia petrolifera e, come accade a tutti i figli di questi professionisti, Alessandro aveva girato il mondo al suo seguito: Russia, Arabia Saudita, Sud America, ecc.
 
 La prima volta che lo vidi, era seduto all’ultimo banco, con aria un po’ smarrita, gli occhi dolci e inquieti, i capelli un po’ lunghi, jeans a zampa fuori moda e maglietta larga ti tipo indiano, in lino. Era uno nuovo, diciamo, approdato in classe per compiere regolarmente gli studi delle scuole superiori. Non è che provenisse, in quel momento, da un paese estero; era solo il suo ennesimo trasferimento, questa volta da Genova e il suo accento era proprio…

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Lo scomparso

11 aprile 2013
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La mia ex caserma

Pochi anni fa piantonavo il corpo di guardia della Capitaneria di porto di P. T., durante l’espletamento della leva militare. Alle più o meno piacevoli ore di servizio in ufficio si alternavano frequenti turni di guardia, presso l’ingresso della struttura, protetto da un vetro blindato dalle sfumature fatte di verde sbiadito.

L’episodio che qui riporto è avvenuto tra le 16.00 di un giorno d’estate e le 18.00 di due giorni dopo. Il mio primo servizio di scolta non armata era iniziato alle 14.00, come seconda comandata. Tutto si sarebbe dovuto svolgere nella più totale regolarità: Registrazione ingressi e uscite, interdizione di personale non autorizzato, accoglienza del personale marittimo per carico e scarico delle merci e servizio di centralino per le emergenze. Ovviamente il tedio era soverchiante e per questo tutti noi colleghi ci eravamo dotati di una console, una scacchiera e un buon campionario di giochi; se in teoria il povero militare di guardia sarebbe dovuto stare solo, all’erta e meditabondo, nella realtà stavamo sempre in quatto o cinque, disputandoci i migliori risultati nelle sfide videoludiche, sbraitando e ridendo furiosamente.

Alle ore 16.00 circa risposi a una telefonata esterna: mi veniva segnalata, da una voce in preda all’isteria, la scomparsa in mare di un pescatore. Raccolti i dati essenziali, contattai senza indugio l’ufficiale d’ispezione, riferendogli per filo e per segno le informazioni trascritte. In breve l’apparato di soccorso si mise in moto e con la collaborazione interforze tra Carabinieri, Guardia di Finanza e Guardia Forestale, cominciarono le ricerche ad ampio raggio nell’area presunta in cui era ragionevole circoscrivere la sciagura.

Tuttavia, nonostante la tempestività delle operazioni, nessun mezzo di soccorso riuscì a trovare il disperso; data la condizione non proprio serena del mare, si riteneva probabile che lo sventurato fosse affogato e poi inghiottito dal mare, preda delle correnti. Tuttavia i famigliari ricordavano con certezza che egli aveva in dotazione una muta; se fosse stato così e se l’avesse indossata, presto o tardi il corpo sarebbe stato localizzato, date le proprietà di galleggiamento tipiche di quella attrezzatura. Ma quella prima ondata di interventi non portò risultati rassicuranti; alcun corpo era stato rinvenuto; i famigliari disperavano di risolvere felicemente la faccenda e tutti noi, in fondo, pensavamo che presto il mare avrebbe avuto la sua nuova vittima sacrificale. Non molto tempo prima, un corpo assolutamente decomposto era stato rinvenuto da una nostra motovedetta, non lontano dalla baia; quei miseri resti appartenevano a un marittimo scomparso alcuni mesi addietro. Un nostro collega che faceva sempre il gradasso sulle sue doti di uomo duro, raccontò che non poté resistere ai conati che gli suscitò la vista e la puzza spaventevole delle carni disciolte. Mai credere a chi si vanta. Risi della sua idiozia e mi divertii a fargli le domande più scabrose su quei resti immondi, per vedere ancora il disgusto riempire i tratti del suo volto e renderlo ridicolo innanzi a tutti noi. (more…)