S. Èffrena contro Il Filosofo

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falsi profeti e false profetesse

Perché si tende ad amare così tanto il servizio militare di leva? Perché probabilmente ha in sé qualcosa di poetico e disincantato nello stesso tempo. La poesia sta nell’applicazione del senso del dovere, che si articola nella solitudine delle scelte; il disincanto emerge dalla consapevolezza che con la fine del periodo militare, finisce una fase, tra le tante, della propria vita. Un piccolo trapasso, direi.

Una mattina piuttosto nuvolosa ero di servizio presso il locale piantone della Capitaneria di P.T.; i pensieri che frullavano per la testa erano sempre gli stessi: mancanza di personale, eccesso di turni di guardia, gli adempimenti in ufficio, la pesciata da parte di un superiore idiota, sonno. Insomma, ordinaria amministrazione. D’un tratto si spalancò la porta d’entrata. Ero al banco di smarcamento ingressi e vidi per la prima volta Il Filosofo: un ometto piccolino con l’uniforme nuova nuova, il berrettino tondo tondo e bianco bianco adagiato, direi, più che calzato, su una testa dalle geometrie più o meno triangolari; scarpettine nere nere e lucide lucide, come appena sfornate dalla fabbrica di calzature militari e un’aria da gruccia di legno, ma di quelle con la stecca per reggersi in piedi da sola; per finire, espressione addormentata e braccia tendenti a penzolare in modo sgraziato sul busto; senza in seguito sbagliare, giudicai subito con occhio clinico che fosse figlio, come in genere si suo dire, di genitori vecchi. Appariva, comunque, di per sé come la personificazione dell’inadeguatezza, in tutto e per tutto. Costui, intanto, apparentemente parlava con qualcuno, poiché, varcata la soglia, biascicava tra le fauci qualcosa di incomprensibile; ma in realtà parlava da solo, in sassarese stretto, che è una variazione dialettale della lingua sarda. Per quanto il mio orecchio poco allenato potesse afferrare, egli si lamentava del tremendo viaggio in traghetto che aveva dovuto affrontare, come tutti noi marinai, per giungere a destinazione da Maricentro Spezia, caserma in cui si svolgevano i corsi addestramento reclute (CAR, n.d.a.) a P.T., Compartimento Marittimo. Qualcuno mi chiese di accompagnare il nuovo arrivato nella zona spogliatoi, ove avrebbe potuto depositare le due borse in dotazione a tutti i militari. Fatte le presentazioni, seppi che il suo nome era F., ma a parte questo mi investì tosto con una serie di motti, battute e frasi in sassarese che accentuarono la prima sensazione di fastidio e imbarazzo che provai nel vederlo. Davanti a quella sequela non potevo fare altro che annuire e guardarmi intorno per capire se per caso non fosse uno scherzo bizzarro dei camerati. Eppure, nessuno scherzo. Pensai che da La Spezia ci avevano mandato merce avariata e misi l’animo in pace nel pensiero di sbolognare F. alla primissima occasione. Tuttavia, non potei esimermi dal rispondere a tutta una serie di domande:

«Ma tu guardi mai Aspirina? È un bè divertente! E conosci Benito Urgu? Non ti piace? Figlio mi’, ti serve una flebo di video! Ah, ho circa trecento mp3 dentro al cd, poi ti faccio ascoltare la raccolta intera dei canti di guerra! Ho un lettore che permette di saltare da un passo all’altro in tutte le direzioni, mettere la velocità desiderata, programmare l’accensione, lo spegnimento e l’ascolto. E poi, conosci Napster? Ci trovi tutta la musica del pineta! Ma preferisco Gnuttella e WinMx. E ho trovato un programmino che ti permette di, non ci crederai, nominare in breve tempo tutte le cartelle e le sottocartelle del pc! E che dire di Getright? Scarichi tutti i files che vuoi e gli dài la priorità di download, in modo che quelli più fighi hanno la precedenza su quelli meno importanti! Poi ti faccio vedere, eh? Ah, ho lasciato a casa un dvd con tutte le sigle di cartoni animati e poi ho una videocassetta con Getta Robot, lo conosci? No? Strano! Era uno dei più noti! Te lo presto. Usi Fastweb per caso? A casa mia abbiamo cambiato da telecom a fastweb perché dovrebbe andare un bè veloce anche se ancora non siamo riusciti a farlo funzionare e al servizio clienti non rispondono; ma te lo consiglio, ha la banda larga».

Ho scritto rispondere ma in realtà c’era poco da rispondere; il novellino era partito in quarta e per stroncare quel fiume in piena di stupidaggini, tra cui l’improbabile Getta Robot, dovetti rimorchiarlo per tutta la Capitaneria facendogli fare il giro degli uffici, come di prammatica. Eppure le insidie erano dietro l’angolo: per ogni ufficio si presentava e poi dava dei nomignoli ai presenti; ad esempio, c’era un sottotenente di vascello alto due metri e super palestrato a cui egli diede subito il nomignolo di sig. Mannu (sig. Grande, in sardo, n.d.a.); un altro di cognome faceva Cavallo ed era Capo di Prima classe, quindi F. ci rese noto, ridacchiando, che il grado, sommato col nome, rimandava a Capo Cavallo, nota zona balneare di San Teodoro. La cosa tragica è che lo faceva di persona e non di nascosto; così io dovevo trascinarlo via inscenando una prolissa descrizione dei compiti dei vari uffici. Inutile dire che sopra le teste di chi lo vedeva, comparivano immensi punti interrogativi. Comunque, finito lo spaventevole giro di presentazione, lo scaricai in segreteria Comando, nelle grinfie del Primo Maresciallo Luogotenente M., un tipetto feroce tipo lupo cattivo con pizzetto alla D’Artagnan che spesso e volentieri faceva polpette di noi marinai con le sue sfuriate.

Come vuole l’ambiente, mentre incontravo i vari colleghi fra i quali si era già sparsa la voce di Radio Marina, fui interrogato su chi fosse quel pazzoide nuovo arrivato; io mi limitai a dire che era uno spiritoso e che per il resto lo avremmo presto conosciuto meglio. E ognuno di loro reagì in modo diverso all’impatto; ad esempio, il cuoco R., fece quello che faceva con tutti i nuovi: riempiva il piatto di pastasciutta fino all’inverosimile; ma F. non reagì, anzi, mangiò la montagna di pasta senza esitare, lasciando di stucco noi che vedevamo una sorta di anoressico mangiare come un obeso. L’altro cuoco, S., proveniente da Carloforte, lo prese immediatamente in antipatia dicendogli chiaro e tondo, dopo aver ascoltato una paio di battute bizzarre, che era un malato di testa, abbellendo la frase con un tornado di bestemmie degne di un genovese con cittadinanza onoraria a Roma. Ma F. non demordeva mai; rispondeva a offese e battutacce con battute scaltre e argute; aveva sempre la risposta pronta come se avesse un copione davanti. Capii che quello era il suo modo di fare; una sorta di ironia resa più sottile dalla cultura datagli dai suoi studi scientifici e filosofici; infatti ci raccontò che era laureato in storia della filosofia col massimo dei voti ma diplomato allo scientifico. Spesso, dopo averne sparato una delle sue, mi guardava con aria furba e mi diceva: «Heinrich! Ma non sono un bè simpatico, eh?» E io pensavo: poveri noi, povero me!

Ben presto, dopo un certo periodo di affiancamento con i piantoni, fu inserito nei turni di guardia e per cominciare gli diedero la terza guardia, quella che va dalle quattro di notte alle otto del mattino. Di fatto la peggiore. E in quella circostanza potemmo divertirci a vedere come reagiva alla disciplina militare più elementare. Ricordo bene che F. doveva montare di guardia, ma per farlo avrebbe dovuto levarsi alle tre e quarantacinque, prepararsi e dare il cambio al piantone smontante. Ebbene, io ero sveglio e guardando l’ora dal cellulare notai che erano le tre e cinquantotto… F. dormiva e non pareva avesse intenzione di levarsi dalla branda. Nemmeno il tempo di formulare un pensiero ed ecco il piantone arrivare come una furia a grandi passi e spalancare la porta del dormitorio. La scena fu comica: F. stava tranquillo e pacifico dentro al letto, tutto avvolto nelle coperte e il piantone smontante lo guardava come se avesse voluto bruciarlo vivo con gli occhi a mo’ di Clark Kent. Invece urlò: «Tu! Cosa ci fai a letto? Mi devi dare il cambio!» e con una pedata furiosa fece sobbalzare il giaciglio di F.; costui, svegliato di soprassalto, lo sguardo perso nel vuoto, mettendosi a sedere, i capelli mezzo arruffati, replicò tutto serafico: «Eh figlio mi’, non c’è bisogno di arrabbiarsi, un attimino e… », ma il collega, al sentirsi appellare con figlio mi’, continuò a sbraitare minacciandolo di fargli rapporto per mancata consegna; nel contempo noialtri, con le teste e i musetti a fil di coperta, che osservavamo la scena, ridevamo da farcela addosso, ormai completamente svegli. Sia come sia, F. si vestì e con la faccia stralunata più del normale, andò a prendere le consegne. I gentili lettori sono pregati di tenere a mente questo episodio, perché denoterà un altro fatto grottesco capitato a F. tempo dopo: Egli fu capace di perdere due volte consecutive, la medesima mattina il medesimo volo per una certa località, causa addormentamento sulla poltroncina del terminal; roba da guinness!

Per farla breve lo soprannominammo Il Filosofo e dentro ai bagni della Capitaneria cominciarono ad apparire scritte tipo: F. l’amico del tuo cervelloF. malato di testaFiglio mi’ posso rubarti due minuti? E altre amenità del genere. Ovviamente il sergente di segreteria comando fece cancellare subito quelle scritte, ma tra noi ormai si motteggiava all’insegna delle frasi legate a F. che comunque poco si curava di tutto questo accanimento; anzi, manteneva ben salda la sua posizione di alternativo, diciamo, continuando a parlare e agire secondo il suo stile. Una volta che mi stava seccando con idiozie gli dissi chiaramente di finirla di fare il cretino, che tanto si capiva lontano un miglio che era tutta scena. Ma quello, nel bene e nel male era il suo modo di farsi accettare. Per esempio, decise di farci sapere che la sua testa era deforme e, presa la mano di un collega, si fece appoggiare le dita sulla calotta cranica dicendo: «Ho delle fosse qui, non è curvo regolarmente il mio cranio e questa è una cosa… un bè strana!» il collega ritirò la mano schifato e imbarazzato da tanta bizzarria mentre noialtri ridevamo da matti davanti a questo ennesimo saggio di stravaganza. Un’altra volta un collega dovette andare a fare la guardia in porto per regolare lo sbarco dei mezzi dal traghetto proveniente da Genova; dopo un’oretta A., di rientro con F., varcò la soglia della Capitaneria masticando improperi e sentenziando a tutti i presenti: «È un frantumacoglioni!». Insomma, potevamo dire che almeno il nostro tempo era reso più divertente con gli aneddoti che via via si accumulavano a proposito di F. che nel suo percorso del servizio di leva stava seminando delle pietre miliari sul cammino della stravaganza. Tuttavia penso che egli avesse gioco facile con noi suoi parigrado; ma con i superiori credo di aver riconosciuto alcune difficoltà, quasi come un’automobile che va a schiantarsi a cento orari contro una parete. Durante un turno di centralino ero col Filosofo nella fase di passaggio di consegne; non essendoci una penna nelle immediate vicinanze, egli credette opportuno di chiederla proprio al Primo Maresciallo Luogotenente, quello col pizzetto alla D’Artagnan, il castigamarinai, signore con diritto di vita e di morte sulle nostre licenze per i fine settimana:

«Comandi Capo! Ha per caso una penna?»

Una delle frasi più brevi mai pronunciate dal Filosofo, sempre con la sua aria imperturbabile; ma mal gliene incolse. Il Capo, infossato sul suo scranno, vicino al suo sergente tirapiedi, pareva non aspettare altro, lì, con lo sguardo truce, la barbetta malfatta e quell’aria da lupo cattivo. Gli ringhiò subito:

«Ma tu, che cazzo di filosofo sei, se non hai nemmeno una penna in tasca, eh?!»

Purtroppo non avevo fatto in tempo ad avvisare F. della pericolosità del suo gesto. Tuttavia l’episodio diventò il nuovo tormentone della capitaneria, suscitando ilarità e battute a tema sia su F. che su situazioni simili. Insomma, devo dire che l’arrivo di cotanto personaggio aveva alleggerito di tanto la monotonia in cui stavamo immersi e non si faceva altro che ridere delle avventure del Filosofo che noi si creava anche di sana pianta. Tutte iniziavano con un: «Ciao figliuolo! Ti devo dire una cosa… un bè importante!».

Con l’arrivo dell’estate, arrivò anche il caldo mortale del nord Sardegna; ancora più tosto in zone come P. T., dove la vicinanza al mare rende il fuoco dell’aria umido e irrespirabile. Per di più le zanzare, incoraggiate da tale clima malsano, avevano deciso di stabilire la loro base logistica in Capitaneria, in cui il dormitorio si era trasformato in area trasfusionale a loro favore. Io come altri, per riposare dovevo avvolgermi completamente nelle lenzuola di cotone, a mo’ di mummia, lasciando fuori solo naso e bocca per respirare. Nonostante questo accorgimento, spesso mi svegliavo, oltre che in un bagno di sudore, con le labbra trafitte dalle zanzare furibonde. Per ovviare a quel disagio, provai a domandare alla segreteria Comando una dotazione di insetticida, ma il Luogotenente Maresciallo, dopo avermi squadrato con sprezzo, mi mandò per direttissima a quel paese, né più né meno come aveva fatto col Filosofo quando gli aveva domandato una penna. Ma io non ero il Filosofo. Profittando di una franchigia, mi procurai una certa scorta di ddt specifico per insetti volanti e nefasti quali zanzare e tafani; senza indugio, al mio rientro mattutino, appena la sala letti fu sgombra da personale, vuotai i tre contenitori di veleno compresso da mezzo litro l’uno per tutto l’ambiente; rischiavo di soffocare se non fosse stato per un telo che mi avvolgeva la bocca. Per un attimo pareva che l’odore fosse circoscritto al dormitorio, ma ben presto tutta la Capitaneria fu percorsa dai miasmi del vapore tossico che invasero tutti gli ingressi e gli uffici. Strananente non fui ripreso per questa cosa; se da un lato i miei colleghi si rallegrarono della scomparsa delle zanzare per alcuni giorni, i superiori mi dissero solo: «Accidenti Èffrena! Ma quanto ne avete sparato lì?» Io abbozzavo, mandandoli nel mio intimo, a mia volta, a quel paese e limitandomi a sorridere.

Ma la lotta contro le zanzare non poteva essere vinta solo con tre bombole di raid. Ben presto il veleno sublimò e il dormitorio riprese a essere girone di dannati e diavoli volanti; soluzione del problema, questa volta, fu il cuoco di Carloforte che trovò non so come un ventilatore a base lunga, semovente, sufficiente a spazzare per centoottanta gradi una ampia area di letti; questo accorgimento aiutò mezza camerata a sopravvivere contro caldo, umido e zanzare; ed è in questa circostanza che il Filosofo rischiò la vita sul serio. Egli infatti era isolato nell’angolo della camerata più lontano dai letti degli anziani, a mo’ di appestato. Una notte particolarmente infernale di caldo, zanzare e umido egli, non sopportando più il tormento e non potendo godere del ventilatore, domandò al cuoco di girare un po’ il flusso dell’aria anche a suo favore. Ma ricevette un bel NO! condito da un paio di insulti, a bassa voce. Ma quella notte il Filosofo era divenuto più coraggioso, risoluto e, con quel suo fare impassibile e lo sguardo addormentato osò di toccare l’instrumento refrigerante per discostarlo dalla sua locazione tattica. La reazione del cuoco fu tipica di una belva: saltò a lampo giù dal letto a castello e precipitandosi sul Filosofo gli gridò in sardo-carlofortino che lo avrebbe ucciso, se non avesse smesso di rompere le scatole:

«Eo re boccoooh!»

Condì il tutto con una bestemmia bizzarra e per noi innovativa, diciamo, in cui si mischiavano questioni poco chiare relative ad un improbabile apparato riproduttivo femminile ricondotto a Cristosanto. Quella scena aveva il suo pubblico: noi innocenti marinai, coi musetti sofferenti avvolti nei lenzuoli, fuori turno guardia. Per un attimo rimanemmo muti, schiacciati da quel linguaggio mai udito e all’avanguardia, ma poi sbottammo in una risata quando i neuroni assonnati riuscirono a decifrare gli estremi di quello che accadeva e soprattutto di quello che era stato detto! Dal canto suo, il povero Filosofo girò sulle zampe e tornò a cuccia, mormorando che non era il caso di imprecare né, rivolto a noi, di ridere per insulti così gravi alla divinità.
La guerra contro le zanzare finì però con un’insperata vittoria di noi poveri militari; un’anima pia trovò una lampada azzurra con griglia elettrica capace di fulminare qualsiasi insetto avesse osato di avvicinarsi alla fonte luminosa; un prodigio. Un miracolo che per di più aveva trasformato la nera camerata in un antro azzurrognolo da mille e una notte in cui oramai le zanzare erano divenute solo un pallido ricordo. Anche tenendo le finestre aperte, gli insetti venivano irrimediabilmente attratti da quel pallido sole e ogni tanto si sentiva un secco zzap! che sanciva l’evaporazione di qualche vampirello da strapazzo. Sono certo che se il cuoco avesse potuto, avrebbe installato un divisorio per rendere F. immune da questo beneficio; ma non lo fece e per un po’, fino alla fine dell’estate, nessun si lamentò più per il clima malsano.

In quei mesi nessuno avrebbe scommesso sulla sopravvivenza serena del Filosofo in Capitaneria; eppure una mattina rimasi a bocca aperta, stupefatto: F. e il cuoco di carlofortino andavano letteralmente a braccetto, ridendo e scherzando; non solo: il cuoco gli offriva il caffè dalla macchinetta e la merendina, dicendogli di non fare complimenti e dandogli pacche sulle spalle con quelle manone che tempo prima gli avrebbero volentieri fracassato la testa di forma triangolare. Lo scoppio di un atomica non avrebbe potuto smuovermi di un millimetro, davanti a quella sorpresa incredibile! Appena possibile domandai a F. come fosse possibile un prodigio del genere e lui, con lo sguardo di chi la sa lunga, disse che conosceva i suoi polli che il cuoco comunque non era una cattiva persona. In effetti, io stesso al mio arrivo dovetti subire qualche angheria da quell’energumeno; egli vedeva come fumo negli occhi qualsiasi burba (militare appena arruolato, n.d.a.) e per questo si comportava in modo davvero pesante; eppure c’era del buono in quel ragazzo, perché, oltre a cucinare benissimo, appena trovava una persona che gli parlasse con un po’ di gentilezza, lui si scioglieva in mille attenzioni di ricambio; soffriva di solitudine. Quando fui io, a domarlo, scelse di prepararmi una pasta al sugo che ancora me la ricordo di quanto era buona e delle scaloppine che così mai ne mangiai più. Quindi F. aveva semplicemente capito il personaggio e, tra mp3, cd musicali, consigli di vario genere e battute in sardo, se lo era fatto amicone; da allora in poi il Filosofo era divenuto un protetto del cuoco e guai a chi lo avesse importunato. Questi i misteri del servizio militare di leva.

Con i superiori andava un po’ diversamente. Soprattutto i marescialli anziani mantenevano le distanze da qualsiasi confidenza volesse accattivarsi F.; una mattina, mentre il Nostromo portava F. e me in banchina sbarchi per regolare il flusso delle autovetture da e per il traghetto, il Filosofo, non riuscendo a trattenere il fiume di idiozie che gli balenavano per la mente, azzardò di domandare al Maresciallo una cosa così grottesca che ancora mi chiedo se ricordo bene gli estremi di quel colloquio. Prima di descrivere l’episodio però, è necessario delineare un po’ la figura del Primo Maresciallo Nostromo, di cui ho già fatto accenno. Noi lo si chiamava Clint Eastwood per vari motivi; nonostante fosse una persona verso i sessanta, manteneva l’agilità e la freschezza dell’uomo in forma; in particolare tengo a dire che, oltre a non avere un filo di grasso, aveva due braccia davvero robuste e gagliarde; braccia eleganti, ma capaci di rovesciare un cavallo con un manrovescio. Dunque agile et snello come Clint Eastwood, ma anche di simile fisionomia facciale, per i capelli e per l’espressione fredda e decisa. Capace di sorridere, egli però mutava espressione di rado, come se facesse una concessione rara. La parola era chiara e competente; sicurissimo del suo lavoro, era capace di mandare a quel paese il più blasonato capitano e spesso leggevo nei suoi occhi la rabbia di non poter prendere a calci il comandante in seconda che al tempo occupava il subordine del Comandante in Capitaneria. Questo era il Nostromo, la persona più leale e competente che io abbia mai conosciuto.
Ebbene, il Filosofo e io eravamo in procinto di arrivare al porto commerciale accompagnati da un, come al solito, silenzioso Nostromo. Ad un certo momento F. iniziò questo ragionamento particolare:

«Nostromo, comandi. Posso fare una domanda? Ecco, se un militare ha l’uniforme estiva, ma non ha un’uniforme di ricambio bensì solo quelle invernali in buon numero, come fa, se dovesse rimanere senza uniforme bianca per l’estate? Magari perché si rompe o perché la perde, dico. Lei crede che potrebbe indossare in via straordinaria l’uniforme invernale, in attesa di recuperare una seb (servizio estivo bianca, n.d.a.) per adempiere i suoi doveri di militare? Insomma, sarebbe punito, giustificato o dovrebbe prendere un periodo di licenza per recuperare il materiale?»

Durante questa tirata, il Nostromo rimase zitto, come se in automobile si trovasse da solo, con i suoi occhiali da sole. Comunque, terminata la sparata del Filosofo, egli, dando del lei, come a tutti, lo liquidò senza appello con questa frase che non dimenticherò mai:

«Lei… sta dicendo cazzate.»

F., per una volta, fu completamente preso di sorpresa; gli si congelò la parlantina e lo sguardo sicuro gli si sciolse in un’aria imbarazzata tipica dell’imbecille che gioca a fare il cretino. Balbettò qualcosa tra le zanne e poi decise la cosa più saggia da fare, cioè stare zitto, tacere.
Non posso descrivere come mi sentii in quel momento; volevo scoppiare a ridere ed ebbi dei singulti perché io difficilmente resisto a queste scene che suscitano in me un’ilarità irrefrenabile; tuttavia ricacciai giù la risata e cercai come diversivo di guardare il porto e il traghetto che si facevano sempre più prossimi. Potrei sbagliarmi, ma anche il Nostromo mi pareva avesse un labbro leggermente piegato come a reprimere un riso di scherno davanti a tanta idiozia. Quell’uomo era in Marina dalla età di sedici anni, quando suo padre, esercitando la patria potestà, lo arruolò come volontario. Possiamo dire che ne ha viste di cotte e crude; eppure sembrava ancora capace di ridere, dentro sé, delle piccole cose della vita. Che onore aver conosciuto un uomo così!

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Filosofo… Lei dice cazzate!

Tra alti e bassi, comunque, F. diventò amico di tutti; persona seria e a modo suo affidabile, si dedicava al lavoro in maniera anche troppo precisa; un atteggiamento che spesso lo portava a fare la fine del millepiedi che cerchi di spiegare, secondo la tradizione zen, il funzionamento di ogni singola zampetta. Per comprendere il suo modo di fare, riporto una conversazione che ebbi durante un turno di guardia su come fare una copia del desktop:

«Heinrich! Vuoi copiare il tuo desktop come se fosse un’immagine? Ora ti spiego, è facilissimo. Devi premere il pulsante stamp/print della tastiera del pc. Poi devi andare su start, tutti i programmi e aprire il programmino che si chiama Paint, dall’elenco. Una volta fatto questo, devi andare nel menù del programma e premere sul pulsante paste, che in inglese significa incolla. A questo punto avrai… ».

Insomma, continuò su questo tono per almeno dieci minuti, spiegandomi una cosa che poteva essere spiegata in quattro parole. Era esasperante, pesante, angosciante; tanto più che questo sistema di complicazione della vita lo applicava a tutte le sue necessità quotidiane. Ad esempio, una mattina, eravamo nel locale bagni per fare barba e doccia. Egli stava al suo lavabo, con lo specchio davanti. Armeggiava tra barba e rasoio con movimenti lenti e secchi, come se recidere poca barba per volta fosse la cosa più importante del mondo; nel contempo mi parlava di qualcosa a proposito delle guardie, sempre con quella sua espressione atona. Guardandolo provavo l’impulso irrefrenabile di mettere una mano sulla nuca della sua testa triangolare e scaraventargli con forza la faccia sullo specchio, magari per dagli una svegliata, una strigliata; perlomeno per cancellargli quella aria addormentata sempre così calma e metodica! Ovviamente non lo feci, ma mi mossi per lasciarlo lì alle prese con rasoio e barba. Ovunque lo incontrassi, provavo comunque il disagio di quelle braccia a penzoloni e quella espressione mista di lepre e pesce.

Capitò che mi invitò a casa sua. Si era di licenza per un qualche ponte e io, alle prese con l’ultimo esame universitario, avevo necessità di andare in sede di Facoltà per regolare alcune noiose questioni. Accettai l’invito e conobbi i suoi genitori. Come avevo immaginato, costoro erano tutt’altro che giovani; la mamma pareva una botte: tonda di testa, di corpo, di tutto. Sorta di caricatura umana, aveva tuttavia un cervello sì fine, tanto che parlare con la signora non era tutto sommato una cattiva esperienza; purtroppo aveva lo stesso vizio del figlio di mischiare italiano e sassarese per fare le battute più fredde che si potessero udire. Il padre invece era F. da vecchio; la stupefacente somiglianza delle pose, del volto, dello sguardo addormentato e della fisionomia sgraziata mi avrebbero indotto nell’errore che fosse il Filosofo con una parrucca di capelli bianchi, piuttosto che il suo genitore. Comunque costui non parlava; si limitò a salutarmi con un cenno della testa – anche essa triangolare – per poi tornare a leggere qualcosa che stava sul tavolo. Brutta aria, pensai; genitori vecchi e rompiscatole, pure. Tanto è vero che, mentre nella stanza piena di pupazzetti South Park e di cd anime giapponesi F. mi spiegava, battendo abilmente le dita su una tastiera nuova di pacca e cautamente coperta di cellophane, quanto fosse innovativo il sistema operativo Linux – di cui lui adepto, celebrava continuamente il culto, quasi come un divoto – la madre spesse volte irrompeva con le più assurde pretese e richieste: una commissione di là, un ritiro di pacchi dall’altra, prendere un appuntamento non so dove per la povera zia e così ancora, fino alla necessità di aiutare la sorella per quella commissione rimasta in sospeso. Una vera noia che mi impediva di concentrarmi sulle poche cose che di davvero interessante potevo trovare lì da lui. A sentire la madre, il mondo dipendeva dal Filosofo: senza il suo moto, tutto sarebbe andato in malora. Egli, poveretto, subiva con pazienza, cercando di riprendere il filo ingarbugliato delle nozioni che cercava di instillarmi a proposito dei sistemi informatici e di quanto fosse pericoloso toccare elementi elettronici senza indossare un portentoso braccialetto metallico che, fungendo da messa a terra per le cariche elettrostatiche, avrebbe sventato qualsiasi danno da shock elettrico agli elaboratori in riparazione; pare comunque che, nonostante questo formidabile accorgimento, egli avesse guastato irreparabilmente il portatile di una sua amica. Ma in quella circostanza, la cosa drammatica è che si era fatta la ora una e io dovevo tornare a casa per cercare di godermi un po’ la licenza; intanto la testa mi scoppiava di noia et di caldo; quando infine riuscii a schiodarmi, mi ripromisi di non tornare più in quell’appartamento; promessa che però non mantenni nel tempo a venire.

Finito il mio servizio di leva, avvolto davvero da mille tristezze, il Filosofo si permise di giudicarmi, affermando che io, dietro una maschera di cinismo e di altre cose, ero un’ottima persona e che gli sarebbe piaciuto rimanere amico con me anche dopo questa esperienza trascorsa sotto le ancore. Certo, non sarebbe stato difficile rimanere in contatto; si stava tutti nella stessa provincia e le possibilità di incontrarsi non mancavano.

Così continuai a frequentare F. anche dopo la leva; il copione, quando mi convinceva ad andare a trovarlo, consisteva nell’andare a recuperarlo a casa sua, la mattina alle nove, per andare a fare qualche commissione e prendere un caffè. Immancabilmente era capace di scegliere i bar dove i baristi facevano più fracasso quando mettevano a lavare tazzine e piattini nel porta stoviglie; e senza indugio, il suo modo di sorseggiare il cappuccino era degno di un bradipo malato; quel cappuccino durava per tutta la conversazione e mi ricordava tanto il suo modo di farsi la barba in caserma. Insomma, ogni volta mi domandavo perché dovessi fare tutto quel viaggio per raggiungerlo e per farmi poi il sangue amaro appresso ai suoi modi di fare. Tra l’altro era un ritardatario; quando io alle nove lo aspettavo giù, davanti a casa sua, spesso ero costretto ad avvisarlo che ero arrivato; lui, sempre malato di sonno, rispondeva che si stava preparando, manco fosse una bagascia del west e che presto sarebbe sceso. Provò una volta a giustificare questi ritardi adducendo come scusa il fatto che dire “alle nove” per lui significava che io sarei partito dalla mia sede alle nove, per arrivare poi alle nove e venti da lui. Un ragionamento ridicolo e in mala fede, soprattutto per me che soffro di puntualità compulsiva; gli risposi che quel modo di ragionare era sbagliato e che se si diceva “alle ore nove”, significava che alle nove lui doveva farsi trovare pronto e basta. Prova della sua cattiva fede, poi, era l’inconfondibile impronta del guanciale che solcava il suo volto stravolto già di prima mattina. Avevo sempre la sensazione che il tempo trascorso in sua compagnia fosse in fin dei conti tempo perso, anche se si parlava spesso in modo arguto, come spetta a persone con un minimo di studi alle spalle. Mi pareva poi un po’ ridicolo quando, a causa di piedi piatti che era riuscito non so come a celare ai medici militari, spesso doveva sospendere il suo deambulare per mettere a posto una sorta di sandalino ortopedico color cuoio che teneva allacciato al piede in correzione della sua deficienza organica.

Conoscendolo fuori dall’ambiente di lavoro cominciai a notare ben presto un peggioramento delle sue, diciamo, facoltà mentali. Sempre più fissato con le distribuzioni di quella porcheria chiamata Linux, mi parò un giorno di un progetto interessante che ci avrebbe portati ad avere un posto di lavoro sicuro.
Questo rivoluzionario progetto di cui mi parlava con insistenza F. consisteva nel partecipare a un corso presso la città di Roma per entrare nel personale che sarebbe stato destinato a lavorare in una certa azienda. Prima di ciò, era comunque necessario che io mi presentassi da una persona, la signora I., che aveva in mano la definizione del progetto e che al contempo stava valutando le persone in procinto di essere formato. Per conto mio decisi di stare al gioco, nonostante il mio fiuto mi dicesse che quella era una vera e propria idiozia di cui solo il Filosofo poteva farsi portabandiera così convinto. In fondo, avevo abbastanza tempo da perdere e non mi si stavano chiedendo soldi, come accade in genere nelle truffe più o meno ben organizzate.

Il giorno in cui mi presentò la signora, non potrò mai dimenticarlo. Incontrato F. sotto la sua palazzina, sempre con quel ritardo che mi mandava in bestia, ci recammo dalla signora I., proprio nella sua abitazione; trattavasi di un appartamento di medie dimensioni, abbastanza ben arredato e con molteplici icone e simboli religiosi. Un ambiente che mi dava realmente fastidio; a fare da cornice, la porta di ingresso, stranamente sfondata come se qualcuno, dall’interno in preda al furore, avesse dato un calcio fortissimo: era quella un’immagine che mi trasmetteva una sensazione di violenza singolare; non depose a favore nemmeno l’apparire sfuggente del figlio, sconvolto in volto per palese notte brava e vestito di un pigiama, alla onorevole ora undicesima e mezzo della mattina (collegai istintivamente a lui la sorte toccata alla porta). Comunque sia, mi presentai alla signora, persona dall’aspetto tanto celestiale quanto caricaturale: ella aveva uno sguardo che poteva essere definito sia fanatico che furbo al contempo e, se non fossi stato sicuro della sua appartenenza alla Chiesa di Roma, avrei potuto scambiarla senza problemi come una sfegatata adepta di una qualche setta apocalittica. Scorrendo il mio curriculum, presente un Filosofo semi-imbambolato, la signora decise, bontà sua, che potevo far parte del gruppo che sarebbe volato a Roma per il cosiddetto corso di formazione. Tutto bene quindi. Dettagli del presunto progetto: zero, se non una serie di parole che, sciorinate a me, che di parole un pochetto me ne intendo, parevano solo aria fritta, cioè mucchi di balle. Dopo quell’incontro così inutile, presi un caffè con F. e gli dissi apertamente che mi pareva tutto un inganno, un’idiozia, e che non capivo il suo modo di fare così accondiscendente et acritico; il suo modo di dirmi che quella donna aveva fatto questo e quell’altro aveva del paradossale! Pendeva letteralmente dalle labbra sue. Ma replicò che se avevo domande da fare, potevo telefonare alla santona – ormai quello mi pareva e così la appellavo – domandarle tutto quello che ritenevo opportuno sapere. Decisi di farlo e la telefonata fu un disastro; ella affermò che i dettagli dei lavori sarebbero stati svelati a Roma nelle conferenze a cui avremmo dovuto assistere. Seppi poi che la sig. ra I. aveva telefonato al Filosofo domandandogli perché io fossi così curioso di conoscere più in profondità il progetto. In sostanza, chi faceva domande era considerato un rompiscatole; secondo quella lì, era necessario solo fidarsi. Erano tutti elementi utili per confermare la mia prima impressione di pressapochismo o truffa che stava dietro a quella faccenda. Ma, ripeto, avendo tempo da dedicare, decisi di stare al gioco e ben presto si organizzò quel famoso viaggio a Roma che sarebbe durato tre giornate. Il Filosofo, con la sua metodica idiota, prenotò il volo per se stesso e per tutto il gruppo della nostra zona; trovò anche un hotel da mezza stella bucata, con miracoloso bagno in camera, abbastanza economico da non farmi rimpiangere quella trasferta in piena estate nella città più calda d’Italia.

Roma è Roma, si sa. Per di più, quando d’estate è mezzo vuota, pare ancora più bella, senza traffico e senza straccioni pseudo immigrati ad assediare le persone; l’hotel era pure carino, con tutti i servizi, un ventilatore, il bagno privato e un bel baretto dove poter fare colazione la mattina. Alla reception stava una ragazza, credo, a giudicare dalle fattezze del volto, dell’est europa a cui subito il Filosofo fece una sorta di corte facendole domande strambe; ma quando le chiese da dove venisse, lei lo tacitò con un deciso: «Questo non le interessa!» che lo fece rovinosamente desistere dai suoi intenti da Casanova improvvisato. Con un sorriso sotto i baffi, pensai che F. era un campione nel suscitare fastidio nel prossimo. Comunque, dopo una bella colazione, ci recammo insieme agli altri presso la sede della conferenza; effettivamente c’era molta gente proveniente da tutta Italia, con cui cercammo di fare conoscenza per capire in effetti a cosa dovesse portare quel progetto; come per F., comunque, io mi stupivo di quante persone fossero lì in preda alla più cieca fiducia; parlando con alcuni, vedevo che in generale non ci si poneva il problema di quanto tutto ciò fosse concreto. L’inizio non fu dei migliori per mandare giù la colazione, almeno per me che non sono un divoto stretto: ave Maria et Pater Nostro. Poi presentazione di rito di organizzatori e relatori; a seguire, consegna di materiale informativo, tra cui alcuni articoli di materia economica. Una serie di discorsi su concetti etici vari e prospettive per il futuro. Diciamo, aria fritta, condita con un po’ di sale. Nulla che potesse sembrare un corso di formazione, anzi. La santona, per l’occasione, era vestita di bianco, tipo santa martire in procinto di essere immolata sulla pira; anche ella parlò del progetto con tutta una serie di giravolte che nulla aggiungevano alla già poca sostanza.
I tre giorni passarono dunque così: mattina con conferenze e pomeriggio con seminario integrativo. La terza mattina, prima della conferenza, la santona aveva deciso che si doveva andare tutti a S. Pietro per confessarci, fare comunione e seguire messa; come sentii quella disposizione, mi si rizzarono i peli della groppa e ringhiai al Filosofo che se credeva di buttarmi giù dal letto alle sette per andare a infilarmi in mezzo ad una folla scalmanata di divoti, forse non sapeva con chi avesse a che fare; tuttavia egli disse che non era una cosa così drammatica e che S. Pietro val bene una messa. Ma a me non andava giù la questione: già il caldo mi rendeva impossibile riposare decentemente la notte; pensare di sbattermi in ghingheri di mattina presto per una messa mi mandava in collera; ma feci buon viso. Allo scoccare delle sette, la mattina dopo, con la forma del mio corpo stampata sul lenzuolo dal sudore, tipo Sindone, guardai F. che si preparava e con grande distacco gli dissi:

«Sai che sono un tipo calmo; te lo dico con le buone; io adesso mi riprendo dal coma di questa notte infernale; voi tutti andate a fare quello che dovete fare e io me ne vado al bar, va bene? Tanto la santona non si accorgerà che manca Èffrena, in quella bolgia; anche se non sembra, rispetto troppo i Santi del calendario per riempirli di insulti facendo una cosa che non voglio fare. Buona giornata! Ci vediamo dopo alla conferenza.»

Così parlò Zarathustra. E mi arrotolai dentro al lenzuolo. Come avevo immaginato, nessuno venne a domandarmi perché non fossi andato ad orare in coro e quella baggianata di simil corso finì la sera stessa, quando l’aereo ci riportò a casa.

Non vorrei dilungarmi su quei tristi fatti più del dovuto. Questa parte della storia non fa onore a un Filosofo che sinceramente ho apprezzato negli anni del servizio militare e negli anni conclusivi dell’università. Ma poi le persone cambiano e nel confronto con la vita non sempre riescono a mantenere quella scaltrezza o quella originalità che le distingueva. Posso concludere dicendo che, come avevo previsto, quella del lavoro era solo una bolla di sapone; più volte notai che F. era come ammaliato dalla santona, credendo sempre alle bugie che ella sciorinava per tenere buono lui e tutte le persone coinvolte in questa storia; la cosa che mi mandava in bestia era anche il fatto che F. aveva un paio di conoscenze che gli avrebbero permesso di verificare la mala fede della sig. ra I.; ma lui non se ne avvalse mai, permettendosi addirittura di dirmi che ero libero di partecipare o no al presunto progetto; nessuno mi avrebbe costretto. E per me il vaso fu colmo. Sono sicuro che lui non si sbilanciò a chiedere informazioni, perché quelle persone, accorte, gli avrebbero dato atto e conferma della immensa cantonata in cui era incappato, da perfetto deficiente che era.

Nonostante avessi raffreddato i rapporti, non cercandolo più né rispondendo a suoi messaggi e telefonate, egli continuava a tempestarmi di avvisi su riunioni relative a quella fregatura; fregatura sì, poiché alcune ricerche fatte per mio conto mi permisero di verificare i guai giudiziari in cui era impelagata la santona. Altro che che crisi mistiche, pire da martire e messe in cattedrale! Quello che mi domandavo era: perché nessuno dei partecipanti provava ad essere scettico? Come pecore andavano verso il miraggio di un lavoro che in realtà non ci sarebbe mai stato. All’ennesimo squillo di telefono, decisi di troncare per sempre qualsiasi canale col dannato Filosofo. Scrissi che non avevo più piacere di sentirlo e che la smettesse per sempre di importunarmi. Ebbe comunque l’onore dell’ultima parola, poiché intravidi sullo schermo un messaggino disperato che, senza darmi pena, cancellai dal telefono senza aprirlo.


S. Èffrena, 16.12.2016

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2 Risposte to “S. Èffrena contro Il Filosofo”

  1. tramedipensieri Says:

    Che storia! 😊😊😊

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