Henry Miller contro Karen Lundgren

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Una vecchia edizione di Plexus

Ho sempre amato il capitolo otto in particolare del secondo libro (Plexus) della Crocefissione Rosa, opera scritta da Henry Miller tra il 1949 e il 1959. Vi si narra del bizzarro personaggio conosciuto dal Nostro chiamato Karen Lundgren. In questa parte della trilogia (gli altri due volumi sono Sexus e Nexus), Miller ci racconta della sua vita con la moglie June – chiamata Mona nel libro – e di tutte le peripezie affrontate per sopperire alla mancanza di lavoro e al suo desiderio di realizzarsi come scrittore.

Qui di seguito una descrizione fornitaci dall’autore:

Karen Lundgren era uno svedese che aveva compiuto i suoi studi a Oxford, dove aveva fatto una certa impressione per le sue prodezze atletiche e la sua rara erudizione. Era un gigante biondo, dai capelli riccioluti, dalla parola dolce ed eccessivamente cortese. Possedeva gli istinti combinati della formica, dell’ape e del castoro. Minuzioso, sistematico, tenace come un bull-dog, tutto quello che iniziava lo conduceva sino in fondo. Duro al gioco come al lavoro. Però il lavoro era la sua passione. Poteva lavorare in piedi, seduto, e sdraiato nel letto. E, come tutti i grandi lavoratori, era in fondo pigro come il peccato. Quando cominciava qualcosa, bisognava sempre che elaborasse i piani per portarla avanti con minor fatica. Inutile dirlo, queste scorciatoie implicavano un grande dispendio di tempi. Però gli faceva bene rompersi il collo per scoprirle. Rendimento, del resto, era il suo nome e lui non era altro se non un dispositivo ambulante e parlante per risparmiare fatica.

Dunque ecco il primo ritratto di Karen. Una sorta di Maciste non solo tutto muscoli, ma anche tutto cervello, potremmo dire; erudito e ingegnoso nella gestione del lavoro che deve essere il meno faticoso possibile. Ma come mai Miller ci delizia con questo ritratto di gigante? Per il semplice fatto che, in un momento particolare di difficoltà economica, June ed Henry sono quasi costretti a chiedere supporto umano a questa vecchia conoscenza incontrata da Miller durante una passata collaborazione presso un ufficio di ricerche antropologiche.

Ed eccoli quindi tutti insieme appassionatamente:

Do di lui questo abbozzo approssimativo perché ora lavoro di nuovo con lui. E anche Mona. Viviamo tutti insieme sulla spiaggia di Far Rockaway, in una capanna costruita da Karen in persona. Per essere precisi l’alloggio non è del tutto terminato. Onde la nostra presenza qui. Lavoriamo senza compenso, contenti di avere vitto e alloggio presso Karen e sua moglie. Resta ancora molto da fare. Troppo. La fatica comincia dal momento in cui apro gli occhi sinché non cado dalla stanchezza.

Ospitati in precedenza da un vecchio amico, Stanley, ben presto Henry e June dovettero lasciare anche quella sistemazione e, vagando per le linee del metrò, incontrarono fortuitamente Karen che stranamente pareva felicissimo di rivedere il suo ex collaboratore Miller. Informatosi sulla loro condizione, sui loro impegni e sui loro progetti, sentenziò:

«Ho proprio quello che ci vuole per voi, Henry» disse, col suo insensibile buonumore.
E subito, mentre ci rimpinzava di panini e di caviale, si mise a spiegarmi che genere di lavoro fosse il suo: a me sembrava alta matematica. Cominciando il discorso, dava già per sicuro il mio assenso al suo progetto. Per rendere le cose più interessanti, io finsi di dover riflettere, di avere altri progetti in mente. Beninteso, questo non fece che stimolarlo.
«Restate e dormite qui» insistette «e ditemi domattina che cosa ve ne pare.»

Sostanzialmente Karen aveva bisogno di un copista e segretario. Ma il tempo sarebbe stato dedicato anche al completamento della casa. A nulla valse l’obiezione di Miller, il quale affermò di non essere granché nei lavori manuali; Karen non considerò rilevante quella circostanza, anzi, i lavori manuali sarebbero stati una ricreazione dopo le fatiche intellettuali. In più, la spiaggia avrebbe permesso di giocare, nuotare e fare canottaggio.

Ma ben presto le più ottimistiche previsioni di Miller, focalizzate su una sorta di mutua collaborazione col gigante svedese, furono destinate a infrangersi contro la granitica metodologia del Lundgren. Essendo questi impegnato a scrivere un saggio incentrato sulla statistica, aveva registrato e archiviato quantità enormi di note, volta per volta, tramite un dittafono, antesignano del moderno registratore magnetico. È lì che il Nostro comincia a dubitare di aver intrapreso una interessante avventura presso quella coppia così male assortita; prova e cattivo presagio ne è anche la condizione climatica che vige in area Rockaway: le notti passano bianche a causa di zanzare fameliche et aggressive. Ed è infatti nell’insonnia che trascorrono le due nottate concesse da Karen a June ed Henry per, diciamo così, ambientarsi.

Quella mattina, dopo la prima colazione, Karen ci intimò di metterci seriamente alla’opera. Sua moglie tirò Mona in disparte per spiegarle le sue mansioni. Karen ebbe bisogno di quasi tutta la mattinata per spiegarmi il meccanismo dei diversi apparecchi che egli giudicava indispensabili al suo lavoro. C’era una vera montagna di cilindri che dovevo trascrivere a macchina. In quanto ai diagrammi e ai grafici, le righe, i compassi e le squadre, le scale mobili, i sistemi di schedari e i mille e uno particolari con i quali dovevo familiarizzarmi, tutto questo avrebbe dovuto aspettare qualche giorno. Dovevo fare una breccia nella catasta dei cilindri e poi, se ci restava abbastanza luce, avrei dovuto aiutarlo sul tetto.
Non dimenticherò mai quel primo giorno col maledetto dittafono. Credevo di impazzire. Era come lavorare con una macchina da cucire, un centralino telefonico e un grammofono tutti insieme. Dovevo servirmi simultaneamente delle mani, dei piedi, delle orecchie e degli occhi. Se fossi stato un tantino più universale, avrei potuto nel medesimo tempo spazzare la stanza. Beninteso, le dieci prime pagine sembravano completamente sprovviste di senso. Non soltanto sbagliai tutto, perdendo interi periodi, ma ne cominciai altri verso la metà o la fine. Rimpiango di non aver conservato un esemplare del lavoro di quella prima giornata: sarebbe stato qualcosa da porre accanto alle inezie di Gertrude Stein perpetrate a sangue freddo. Anche se avessi scritto correttamente, le parole avrebbero avuto scarso significato per me. Tutta questa terminologia, senza parlare dello stile pesante, sciatto, di Karen, m’era estranea. Per me era come aver copiato numeri telefonici.
Karen, da uomo abituato ad ammaestrare gli animali, e dotato di pazienza e perseveranza infinite, finse di credere che non me la fossi sbrigata male. Cercò persino di scherzare un poco, rileggendo alcune frasi senza alcun senso.
«Ci vorrà un po’ di tempo» dirre «però ti ci abituerai.» E poi, per darmi un po’ di consolazione: «Davvero mi vergogno a chiederti di fare un lavoro di questo genere, Henry. Non puoi immaginare quanto apprezzi il tuo aiuto. Chissà cosa avrei fatto se tu non fossi capitato.»

In quel frangente, assetato, Miller riuscì a ottenere solo una coca-cola, mentre Karen si lanciava in una lunga dissertazione sulla utilità di grafici, diagrammi e schemi, tutto utile per comprendere il funzionamento delle cose:

Era uno di quegli idioti convinti che i diagrammi facilitino la comprensione. Per me tutto ciò che è tabella o diagramma significa una confusione senza spiraglio. Devo mettermi a testa in giù per comprendere i più semplici piani. Cercai di dirglielo, ma lui affermò che la mia educazione era stata sbagliata, che mi sarebbe bastata un po’ di pazienza per imparare a leggere presto tabelle e diagrammi con facilità e con piacere. «È come la matematica» mi disse.
«Ma io detesto la matematica» protestai.
«Non dovresti dire un’eresia simile, Henry. Come è possibile detestare una cosa utile? La matematica è soltanto un altro strumento a nostro servizio.»

E così iniziò una lunga dissertazione sulla scienza e sulla matematica. Miller, buon ascoltatore, capì al volo che se voleva ritardare di qualche momento l’inizio dei lavori forzati, doveva solo lasciar parlare Karen e fargli ogni tanto qualche domanda, convincendolo di aver suscitato in sé un certo interesse; cosa falsissima, invero.

«Vedi» diceva con tutta la serietà degli imbecilli «Non è affatto una cosa complicata come immagini. Farò di te un perfetto matematico in meno d’un batter d’occhio.»

Lotta, la moglie di Karen, era un altro bel personaggio. Impadronitasi di Mona, la condusse in cucina dove giacevano, sporchi, piatti accumulati da almeno una settimana; anche per Mona cominciò un percorso guidato per rimettere in sesto il caos. Non che fossero dei gran cuochi, Lotta e Karen, ma mancavano completamente di gusto per il cibo e si limitavano a spiluccare patatine fritte, coca-cola e robetta di facile preparazione come sardine in scatola e ananas sciroppati. Per di più Lotta era anche taccagna e ben presto Henry e June sentirono la mancanza di vero cibo, quello che sazia e dà la soddisfazione di aver mangiato. Fino a quando Henry si lamentò con Karen dicendogli che il cibo non era stato sufficiente. Egli, eccessivo inconsapevole per natura, abbandonò subito il lavoro per condurre i due, con una auto prestata dai vicini, a “fare spesa”; eufemismo che per Karen significava comprare tanto cibo da soffocare due cavalli allo stesso tempo. Tornati a casa, Lotta quasi prese un colpo vedendo l’ammontare delle provviste fatte; ma in quel frangente Karen salvò la situazione, stabilendo che la dispensa era tutto sommato vuota e che bisognava rimpinguare le scorte. Lotta nn fu nemmeno contenta di sapere che sarebbe stata Mona a cucinare per tutti, ma dovette far buon viso, dato il benestare del marito. In definitiva mangiarono cipolle fritte, purée di patate, granturco bollito con fave, barbabietole, cavolini di Bruxelles, sedano, olive farcite e radicchio. Tre varietà di formaggi, fragole con panna e per bere, vino e caffè.

Karen godette immensamente il pranzo. Era diventato un altro uomo. Scherzò, raccontò storielle, rise a crepapelle, e non una sola volta accennò al suo lavoro. Verso la fine del pasto, cercò persino di cantare.
«Mica male, eh?» dissi.
«Henry, dovremmo fare questo più spesso» rispose.

Cercò con lo sguardo l’approvazione di Lotta. Lei sorrise a labbra strette: un pallido sorriso che le contrasse il volto. Evidentemente si sforzava disperatamente di calcolare il prezzo della mangiata.

Dunque un evento, in casa Lundgren. Seguì una conversazione abbastanza spiritosa in cui Miller raccontò la frottola di essere stato trapezista in un circo, lasciando di stucco e con un palmo di bocca i due amici.

Purtroppo, il giorno dopo quella magnifica abbuffata, Karen decise che il tetto andava finalmente riparato e fu così messa alla prova la capacità del Nostro nei lavori manuali. Risultato: Karen con un sopracciglio tagliato a causa di una tegola sfuggita via; Lotta invece, ferita alla testa dal martello lasciato cadere da Miller per errore nello spazio tra due assi. Insomma, un bilancio disastroso, ma con un lieto fine, visto che, messa fuori combattimento Lotta, sarebbe stata June a dirigere i lavori per la cena. E questa fu decisamente una buona notizia anche per Karen!

Dopo questa parentesi comica, diciamo, Miller descrive il lato intellettuale di Karen; decisamente introspettivo, anche se spesso saccente e autoreferenziale; in fondo egli è a suo modo colto ed erudito; un vero pensatore che però difetta di una qualche forma evoluta di autocoscienza. Durante una discussione che proporre qui sarebbe esagerato, Miller spiazza Lundgren in modo deciso, tanto che il gigante replica:

«Henry» disse Karen «comincio ora a conoscerti. Mi ero fatto di te un’idea del tutto sbagliata. Bisogna che parliamo ancora qualche volta».

Dopo questo episodio, arrivarono in visita a Rockaway i genitori di Karen; la madre, in particolare, fece una bellissima impressione a Miller; ella, un’etnologa, girava il mondo per lavoro e in quel breve soggiorno presso il figlio dimostrò esattamente chi e cosa è una persona colta e intraprendente. Tuttavia, dopo quella visita, Karen, piuttosto arrabbiato per l’eclissi subita a causa della madre, decise che tutti sarebbero dovuti tornare in città per un po’, per cambiare aria. E qui segue una descrizione dell’appartamento in cui avrebbero dovuto soggiornare:

La casa di città, come la chiamava, era in uno spaventoso disordine. Dio sa quando vi era stata adoperata per l’ultima volta una scopa. La cucina era disseminata di immondizie vecchie di qualche settimana. Topi, formiche, scarafaggi, cimici, parassiti di tutti i generi infestavano le stanze. Tavoli, letti, sedie, divani, comodini erano coperti di carte, diagrammi, tavole statistiche, strumenti inverosimili. Almeno cinque bottiglie di inchiostro erano state sturate. Panini imbottiti mangiati a metà giacevano in mezzo ai cumuli di lettere. Le cicche di sigarette si contavano a centinaia.
L’appartamento era talmente sudicio che Karen e sua moglie decisero di andare a passare la notte in albergo. Sarebbero tornati la sera successiva, quando noi vi si fosse messo un po’ d’ordine. Io avrei dovuto sistemare come potevo l’archivio.
[…] «Non tocchiamo nulla» dissi a Mona. «Corichiamoci e domattina tagliamo la corda. Ne ho fin sopra i capelli.»
«Non ti pare che dovremmo almeno avvertirli che ce n’andiamo?»
«Lascerò un biglietto» dissi «Sono troppo disgustato per trascinare le cose alla lunga. Non sento di avere qualche obbligo verso di loro.»
Ci volle un’ora per pulire la camera da letto quanto bastava per potervi passare la notte. E tuttavia fummo costretti a dormire fra lenzuola macchiate. Qualunque cosa si toccava non funzionava. Abbassare le tende era più difficile che calcolare un problema di matematica. Giunsi alla conclusione che quei due soffrivano d’una leggera forma di demenza. Al momento di coricarmi, notai sullo scaffale sopra il letto una fila di scatole da cappelli e da scarpe. Sopra ciascuna era scritto un numero d’ordine che indicava la misura, il colore e lo stato del cappello o delle scarpe. Le aprii per vedere se contenevano davvero scarpe e cappelli. Li contenevano sì, ma tutti in condizioni da essere portati solo da un vagabondo. Fu per me la goccia che fece traboccare il vaso.
«Te lo dico io, quello là è matto. Matto da legare.»

Furibondo, Miller decise che Mona e lui sarebbero andati via la mattina stessa, di buon’ora. Ma prima scrisse con un pennello un bel messaggio di addio usando come foglio una grande carta geografica. Non pago, accumulò la spazzatura più vecchia e sudicia sopra un tavolo e su di un foglietto, a matita, in grafia minuscola, scrisse a Karen sotto quale voce catalogare cotanto materiale:

«Da classificarsi alla lettera C, come catarro, crapula, cantaride, Chihuahua, Cochin-China, costipazione, crinologia, co-terminale, Cicerone, cimex-lectularius, cavallette, cimiteri, crêpes Suzette, citrato di magnesia, cornucopie, castrazione, cuneiforme, cisterne, cognomi, cotiledoni, cosini, creosoto, copula, Clitennestra, coglioni, Czolgosz e Blue Label catsup».

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S. Èffrena, 01.12.2016

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2 Risposte to “Henry Miller contro Karen Lundgren”

  1. tramedipensieri Says:

    Che spasso…e che personaggi!
    Grazie…naturalmente una recensione impeccabile e scritta benissimo come é nel tuo stile 😊

    Ciao
    .marta

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