Baudelaire e la ambiguità intellettualoide

Basta un’esca come il nome di Baudelaire per farmi cadere nella solita trappola di quotidiani come La Repubblica e compagnia cantante. Beh, forse trappola è una parola grossa; in fondo prima di leggere avevo già focalizzato e la testata giornalistica e l’autore dell’articolo in questione, Sebastiano Triulzi il quale, cito dal Corriere dello Spettacolo:

giornalista, scrittore, uomo di cultura che cerca sempre di raccontare la realtà con una prospettiva letteraria, cosa che lo rende unico nel suo stile. Da molti definito il capostipite della “letteratura giornalistica” contemporanea, è amato e seguito dai giovani per il suo linguaggio. Quando s’incontra un uomo di cultura, come lui, si fa quasi sempre un viaggio di sola andata, in nuovi paradigmi, in nuovi mondi e negli angoli più remoti di ognuno di noi.

La «prospettiva letteraria» agitata dall’autore dell’intervista sopra citata è presto servita nella replica alla prima domanda posta dall’intervistatore:

Francamente non penso di essere nella posizione di poter dare consigli né mi sento un esempio per qualcuno. Nei miei due mondi lavorativi – il giornalismo e l’università – la precarietà è una costante. […]

Triulzi è un fiume in piena e lascio all’intrepido lettore l’ardire di scorrere tutta l’intervista per meglio comprendere le note che andrò a scrivere. Mi limito a segnalare solo che lui, giornalista e – sembra di capire – assistente o ricercatore universitario, non pensa di essere nella posizione di dare consigli, ma in poche battute ci illumina su cosa siamo e di cosa abbiamo bisogno: siamo una società disillusa e vuota (anche) grazie a venti anni di liberismo berlusconiano; i figli odiano i padri per aver distrutto il loro futuro; la soluzione? magari ricomprendere Il Capitale, scritto dall’ebreo Moses Kiessel Marx Mordechai Levi, nell’alveo della letteratura occidentale, perché, nonostante tutto, «è geniale». Si potrebbero condividere queste osservazioni se però si ricordasse a chi legge che i venti anni di  inutile berlusconismo sono stati infarciti anche da due governi della combriccola politica composta dallo schieramento opposto al così detto centro-destra; e ricordando che Il Capitale non è un’opera rivoluzionaria, ma un prosaico trattato, monumentale, di economia politica da cui hanno preso spunto anche rivoluzionari.

Io in realtà voglio parlare dell’articolo scritto da Triulzi a proposito di alcuni aspetti della vita di Charles Baudelaire, uno tra i massimi poeti francesi del secolo XIX. Il signor Triulzi ha scritto un articolo intitolato Baudelaire, sperpero contro la borghesia. Pubblicato su Repubblica Sera all’interno della rubrica Cultura. Purtroppo l’articolo è introvabile, perché riservato agli abbonati di R. Sera; io ho potuto leggerlo e scaricarlo grazie alla preview gratuita concessa in prima lettura e pertanto lo metto a disposizione qui, in modo che possa essere letto anche da chi vuole approfondire la ragione di questo mio intervento.

baudelaire articolo

L’articolo di Triulzi si può dividere in due sezioni; una, ampia, che attiene alla figura del Poeta Baudelaire, narrando in punta di biografia e per sommi capi, le vicende dello scrittore: la famiglia, i dissapori con i suoi parenti, gli amori e l’amore, in particolare, per una prostituta che egli vorrebbe affrancare. I tentativi di allontanarlo dalla Francia inserendolo nei ruoli della Marina Mercantile e così via. Per i dovuti approfondimenti sulla vita di Baudelaire, rimanderei a Roberto Calasso – La Folie Baudelaire; opera, questa certamente utile per comprendere contesti, società ed epoca dello scrittore, rammentando però che il lettore accorto deve sempre mantenere un atteggiamento critico verso qualsiasi opera. Calasso, buon ricercatore, ha una prosa schietta e fonti interessanti, ma ad esempio, a proposito di Rimbaud, quando egli lo cita, dimostra di averne una conoscenza piuttosto non aggiornata.

Le ultime due pagine del suo pezzo, appartengono alla seconda parte della mia ideale suddivisione; ed è qui che, a mio modesto parere, avviene un vero e proprio inciampo nel delirio ideologico. Cito:

[…]
Dilapidare il patrimonio significa offendere profondamente i valori della borghesia, forse ancora di più, paradossalmente, dell’omicidio: inseguendo uno stile di vita al di sopra delle proprie possibilità, segnato da eccessi, droghe, soldi, che sono sogni fanciulleschi, il dandy incarnava la felicità inesauribile di poter vivere al di fuori della propria epoca, dunque al di fuori dell’età della prosa, che è l’età borghese.
[…]

Poi Triulzi ci ricorda che Dante inseriva nel settimo cerchio dell’Inferno e i suicidi e gli scialacquatori: anime rie inseguite da mastini che ne divoravano selvaggiamente le carni; quindi scialacquare il patrimonio è un atto distruttivo verso la famiglia stessa. Inoltre «il dandy e il bohemien sono due facce della stessa medaglia al cui centro c’è il borghese: per tutto l’Ottocento lo scrittore, prima che si ideologizzi, prima di abbracciare il marxismo, assume queste due maschere» evitando accuratamente di non stare al centro dove impera la mediocritas borghese. Sempre secondo Triulzi, Baudelaire è un caso di «Edipo conclamato» perché si diverte a spendere tutto «il denaro come valore borghese», vendicandosi di madre, patrigno e di tutti.

La mia opinione sull’articolo di Triulzi

Come si evince da ciò che ho testé scritto, non condivido per nulla le tesi e gli argomenti esposti nella seconda parte del testo di Triulzi. La mia posizione si fonda semplicemente sulla constatazione che le riflessioni dell’autore sono avvelenate da uno strabismo ideologico che si articola nella pochezza delle fonti da lui consultate e nelle errate conclusioni raggiunte. Leggere Baudelaire, le sue opere, e dargli dell’antiborghese è da intellettualoidi, non perché Baudelaire amasse la borghesia, ma perché egli, con buona pace di Triulzi, ne faceva parte attivamente e, direi, con piacere. Se spendere ingenti somme, comprare costosi vestiti, viaggiare, pagare e mantenere puttane, acquistare droghe e assenzio è un atto antiborghese, allora anche Foscolo e D’Annunzio – noti scialacquatori – dovrebbero essere insieme a Baudelaire nello stesso cerchio dantesco menzionato da Triulzi. Insomma, tutti «Edipo conclamati»? E a proposito di Edipo, se è vero che a certa area ideologica fa gola la psicanalisi, il Nostro accusa palesemente Baudelaire di essere invaghito e, perché no, amante carnale della propria madre; fatto assolutamente da escludere. Personalmente ritengo che Baudelaire avesse adottato la sua condotta semplicemente per sfogare e manifestare – in senso positivo – il proprio ego e la propria genialità. Povero Triulzi che vede solo la «lotta antiborghese»! Sarebbe davvero molto duro ammettere che Baudelaire apprezzasse per i suoi scopi, invece, quello stile di vita così alla portata delle sue mani? E se sì, cosa ci sarebbe di così orribile e mostruoso? Non me lo immagino proprio Baudelaire che, in un’ipotetica conversazione con Manet a domanda:

Ehi Charles, ma non starai spendendo un po’ troppo?

risponde:

Eh, sai Édouard, ce l’ho a morte con la borghesia, quei porci e anche con mia madre, quella maledetta! Ora spendo tutto, così gliela faccio vedere al mondo!

Quindi, ecco come spalare fango su un grande della poesia, definito seccamente da Rimbaud (che forse aveva più spirito critico ed equilibrio ideologico di Triulzi) «un dio, un vero veggente»; ecco come trascinare per le vesti un eccelso poeta verso la propria discutibile area ideologica fatta di freudismo spicciolo e vero, reale, odio per la borghesia; la borghesia, sì, quella che però ha compiuto la Rivoluzione Francese affermando dei «valori» (ateismo, laicità, abolizione delle nobiltà ecc.) di cui, guarda caso, va orgogliosa paradossalmente la stessa area ideologica a cui Triulzi pare fortemente appartenere.

Chi potrei essere io per giudicare Baudelaire? Sono meno colto di Triulzi, figuriamoci, lui appartiene alla così detta intellighenzia; io sono una persona da nulla. Però mi piace tenere in considerazione che persone come il grande poeta francese sono, e per cultura e per intelligenza, così al di là della comprensione di una pesona comune che, scrivere palesi idiozie come quelle lette in Baudelaire, sperpero contro la borghesia, fa pensare che deve essere relamente lo sfogo di una qualche forma di frustrazione o di un astio maligno covato contro una classe sociale, per altro, non ben individuabile.

Concludo qui, ho scritto quello che mi sentivo di dire; ora tocca al 2016.

S. Èffrena, 31.12.2015

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