Tokyo Blues (Norwegian Wood) o il vuoto di Murakami

n.b. Nella seguente recensione viene parzialmente svelata la trama del romanzo.

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In conclusione della mia pessima esperienza universitaria, mi capitò tra le mani un libro intitolato Tokyo Blues, scritto da Haruki Murakami (Kyoto, 1949). Letto il testo in quarta copertina, lo accantonai come classica letteratura ispirata alla società degli anni ’60 e ’70 del ventesimo secolo. Poco tempo dopo, rivalutai l’opportunità di leggere il medesimo libro, considerando che tutto sommato, essendo ambientato in Giappone ed essendo scritto da un giapponese, probabilmente avrebbe avuto delle connotazioni più interessanti rispetto alla pessima letteratura di propaganda, di matrice europea, che staziona regolarmente nel circuito letterario nostrano. Lo acquistai.

Inutile dire che lo lessi in poco tempo, forse tre giorni, rimanendo completamente coinvolto dalle vicende narrate dall’autore; ogni personaggio è perfettamente incastonato nell’architettura dell’opera e i fatti si svolgono con una simmetria piuttosto accurata. È questo il minimo che ci possa aspettare da un romanziere di successo, dopotutto.

Vorrei premettere una cosa. Prima di leggere Murakami, che, sottolineo, mi è capitato sotto gli occhi quasi per caso – quando ancora in Italia non aveva tutta la fama che gli viene tributata in questi ultimi tre anni – la mia libreria personale annoverava in posti di primissimo rilievo, le opere di Tanizachi Jun’ichirō (Tokyo, 1886 – Atami, 1965), Yasunari Kawabata (Osaka, 1899 – Zushi, 1972), Ryū Murakami (Sasebo, 1952, nessuna parentela col Nostro), Yukio Mishima (Tokyo, 1925 – Tokyo, 1970), Kenzaburo Ōe (Uchiko, 1935).

Dunque apprezzai il libro e lo rilessi un altro paio di volte, gustando l’atmosfera di un Giappone quale veniva prospettato dall’autore, con i suoi ritmi, le sue modernità, le regole e gli aspetti più antichi. Di grande ispirazione anche le musiche citate dall’autore, appartenenti al repertorio di Bacharach, Drifters, Abba e ovviamente dei Beatles.

Pensando di aver scoperto uno scrittore che mancava di sicuro alla mia esperienza di lettore, ho acquistato successivamente A sud del confine, a ovest del sole (1992). Anche questo letto in breve tempo. Ed è qui che in me si è concluso l’idillio, se così posso chiamarlo, con Murakami. Misi a fuoco il suo panorama di scrittore e uomo, traendone delle conclusioni decisive.

Coerente con gli scrittori da lui preferiti, Murakami ha adottato per la stragrande maggioranza delle sue opere, un metodo di scrittura a contenuti criprici in cui l’autobiografia si fonde con una fantasia che oscilla anche tra Kafka e Dostoevskij; ora, questi due scrittori non sono per tutti; sono scrittori complessi e Murakami ci si rifà in modo massiccio, rendendo le sue opere mutevoli, ininterpretabili e sostanzialmente vuote, a partire dai titoli; un vuoto sul cui significato tornerò dopo.

Norwegian Wood, il romanzo, è ambientato negli anni sessanta del XX Secolo, all’epoca delle così dette contestazioni studentesche che, ahimé, hanno coinvolto anche un Paese particolare come il Giappone. A differenza di quello che si può pensare, la “contestazione” incide relativamente le vicende narrate; infatti essa è il contorno richiamato obbligatoriamente dall’Autore in ossequio all’autobiografismo dell’opera. Tanto è vero che il protagonista, Tōru, non è un sessantottino, né un comunista, né un anarchico o uno di destra (cambia la denominazione, ma è noto il fallimento esistenziale di queste pseudo categorie); Tōru è uno studente, affrancatosi dalla famiglia per compiere gli studi universitari (presso un’università di second’ordine) e che alloggia presso una struttura per studenti che ha delle regole quasi militaresche: orario di coprifuoco, alzabandiera e ammainabandiera, disciplina generale; la presenza di Tōru lì, tuttavia, dimostra che anche un disinteressato come lui può stare al gioco, rimanendo neutro a tutte quelle imposizioni.

I personaggi.

Come accennato prima, Tōru è un ragazzo che ha intrapreso gli studi universitari. Prima dell’università, alle scuole superiori, era molto amico di Kizuki. Questi, fidanzato di Naoko, all’età di 17 anni si uccide; l’Autore non ci fa sapere perché, ma il motivo potrebbe risiedere in una comune depressione giovanile. Prima di morire, Kizuki, batte al biliardo Tōru, somministrandogli una sonora sconfitta. Questo fatto sembra quasi il gesto di commiato dalla vita di Kizuki. Tōru, Kizuki e Naoko, tuttavia, vivono spensieratamente la loro amicizia. Tutti e tre insieme ridono e scherzano, ma qualora Tōru si trovasse solo con Naoko, la magia si spezza ed essi non riescono quasi a comunicare. Scopriremo che anche tra Kizuki e Naoko esistono delle problematiche a livello emotivo e sessuale. Nel suo stato di generale apatia, Tōru si sbilancia solo una volta a criticare la sua generazione; afferma che tutti lottano e sbraitano, ma in sostanza si stanno collettivamente costruendo il loro squallido futuro. Una dichiarazione forte, direi quasi condivisibile, quando annotiamo i secondi fini che animano le menti di chi si spende per manifestazioni ideologiche di vario genere. Sembra di sentir parlare Murakami stesso che nella sua vita non ha cercato di diventare diplomatico o funzionario di qualche Ente; Murakami ha seguito le sue (poche) passioni, dedicandosi poi alla scrittura autobiografica.

Naoko è un personaggio predestinato; da piccola assiste quasi personalmente al suicidio della sorella; quest’ultima si uccide a causa di una depressione legata al ciclo mestruale. A ogni mese, ella deve necessariamente chiudersi in stanza per combattere dolori e sconforto; ad un certo punto, sconfitta, deciderà di impiccarsi. Naoko scoprirà il corpo della sorella, appeso e darà l’allarme; questo fatto la segnerà profondamente. Naoko ha vissuto una relazione tormentata con il suo defunto fidanzato Kizuki; a quanto ci fa capire Murakami, la loro relazione, seppur dolce e colma d’amore, non è stata coronata dal piacere dei sensi; non si sa per impotenza di Kizuki o per frigidità di Naoko; tuttavia, durante la relazione tormentata con Tōru, Naoko farà alcune dichiarazioni che permettono di comprendere come probabilmente il problema fosse la frigidità di Naoko. E anche con Tōru, ella gioirà solo una volta, la prima volta (la prima e ultima) in cui faranno l’amore, durante il suo compleanno. Sembra quasi che questo episodio sconvolgente spingerà Naoko a seguire la strada del suicidio, come la sorella, impiccandosi nei pressi della struttura. Infatti, dopo quell’episodio, lei afferma di sentirsi chiamata dalle persone care che ha perduto e a nulla servirà l’amicizia di Reiko e l’amore di Tōru.

Midori Kobayashi è una collega di Tōru. Stessa università, ma altro corso di studi. Forse Midori è il personaggio più stabile del romanzo; anche lei abbastanza ironica verso le così dette “lotte studentesche”, trova in Tōru una persona criptica, forse speciale e simile a lei, poco coinvolto dalle vicende ordinarie e conformiste degli anni sessanta. Midori ha una sorella, che compare solo una volta nel romanzo e un padre, vedovo, che agonizza in ospedale consumato da un cancro al cervello. È proprio il padre di Midori che permette a Murakami di mostrarci un Tōru più umano e meno robotico; egli infatti assiste per una mattina il moribondo, accudendo alle sue necessità sino all’arrivo della figlia. Ella è comunque un personaggio stravagante: porta capelli corti, dice “peace”, come se sfottesse gli scalmanati progressisti e stuzzica con battute e frecciatine Tōru, che stenta a perdere la sua aura di mistero apatico. Midori canta anche e suona la chitarra; ne darà prova durante un incendio a cui assiste con Tōru dalla terrazza di casa sua. Sessualmente molto intraprendente.

Nagasawa è l’amico più fidato di Tōru. È ricco, di buona famiglia, tutt’altro che contestatore dello status quo, anzi; Nagasawa si disinteressa della politica; studia e impara alla svelta e ha una bella, intelligente ed elegante fidanzata, Hatsumi, che però tradisce fino all’inverosimile. Nagasawa è anche un violento, quando beve; Tōru accenna a quando egli ha picchiato una ragazza, senza rancore o rimorsi, quasi con crudeltà. Tuttavia è Nagasawa che toglie le castagne dal fuoco al suo amico quando questi si mette nei guai col coprifuoco della struttura semi militaresca dove alloggiano, perettendogli di scavalcare la recinzione inosservato per non incorrere in sanzioni disciplinari. Nagasawa è presente solo nell’aspetto universitario di Tōru e anche in quello sessuale; sono infatti loro due che si dànno alla ricerca compulsiva di ragazze con cui avere delle notti di sesso, anche scambiandosi le partner. Queste esperienze sessuali, se per Nagasawa son poco più di una masturbazione, per Tōru sono come cibo senza sapore. Di Nagasawa si saprà solo che farà una carriera diplomatica di successo e che, cercando di contattare Tōru, a molta distanza di tempo dai fatti narrati nel romanzo, egli lo disprezzerà, rifiutandosi di parlargli.

Totsugekitai (nella versione italiana Sturmtruppen o anche il Nazi) condivide la stanza con Tōru. Questi è un personaggio realmente comico; indossa sempre l’uniforme studentesca (cosa insolita in Giappone, a partire dal periodo universitario), balbetta, maniaco della pulizia, si sveglia prestissimo per fare esercizi ginnici e in una occasione, colto da febbre altissima, manderà a monte un appuntamento tra Tōru e Naoko, in quanto Tōru, anche qui animato da spirito compassionevole, lo veglierà, seriamente preoccupato per le sue condizioni di salute. Dopo il febbrone, Totsugekitai si sveglia e come se niente fosse, comincerà a fare esercizi ginnici, saltando e dubitando di essere stato per un giorno intero in preda al delirio febbrile. Con grande disappunto di Tōru! Questo personaggio scomparirà all’improvviso dalla vita del protagonista; semplicemente la stanza sarà sgombra dai suoi effetti personali e, interpellato il Direttore del collegio, Tōru non riuscirà a conoscere i dettagli della vicenda. Totsugekitai viene utilizzato da Tōru per infondere ilarità ai suoi amici, raccontando gli aneddoti delle sue fisime.

Reiko, dopo Midori, pare il personaggio più stabile e vivo. Non è però scevra di gravi problemi. Reiko conosce Naoko nella clinica in cui viene ricoverata per la sua malattia mentale; anche Reiko, nonostante sia quasi una dirigente della struttura, è tuttavia una degente. Ha tentato il suicidio, in passato a causa del collasso che ha interessato la sua vita sentimentale. Felicemente sposata e madre di una bambina, a causa di una studentessa di musica a cui Reiko dà lezioni private, scopre di essere attratta probabilmente anche dalle femmine; questo fatto, di concerto alle minacce della studentessa di rendere nota la vicenda accaduta durante una lezione di pianoforte, indurrà Reiko a tentare il suicidio col gas. Quello sarà l’evento che priverà Reiko della sua famiglia e che la porterà all’esilio nella clinica per malati mentali, dove poi arriverà Naoko. Ma Reiko, nonostante i problemi personali, ha un carattere forte e maturo; si pone su di un piano molto equilibrato nei confronti di sia di Naoko che di Tōru, che mette in guardia dalla vita sessualmente dissoluta che conduce a Tokyo. Reiko vincerà la sua sfida con la vita, perché dopo la catastrofe finale, culminata con il suicidio di Naoko, deciderà di lasciare la struttura e ricominciare a vivere nel mondo reale.

Questo in sostanza l’impianto dell’opera. Mi domando che giudizio neutro se ne possa dare. Il mio giudizio è di parte, perché vedo in questo lavoro il continuo riproporsi dei temi trattati da Murakami nella sua carriera di romanziere. Prima ho citato A sud del confine, a ovest del sole. Un libro in cui immancabilmente ricompaiono i fantasmi, sotto altro nome, di Naoko e Tōru, anche se in circostanze e con vicende altre. Rimane marcato il desiderio di Murakami di farci assistere ai dettagli della loro vita sessuale, non risparmiandosi in particolari che, se da un lato possono accontentare i più curiosi, dall’altra sono privi di qualsiasi valore estetico, abbruttendo così un’opera già scialba per trama. Norwegian Wood è forse l’opera più delicata di Murakami, ma allo stesso tempo non ha alcunché da raccontare: i protagonisti sono avvolti in una spirale di morte e sfortuna; l’amore non vince, l’amicizia è evanescente; il protagonista è cinico, disilluso e il fatto che alcuni critici definiscano questo romanzo un romanzo di formazione, cozza con il fatto che Tōru non viene formato dalle vicende che vive, bensì ne viene travolto e distrutto. Alla fine rimane solo, anche se viene sottinteso un futuro con Midori con cui parla da un telefono pubblico nella scena conclusiva. Ma Tōru sarà capace di amare ancora? O diventerà… Murakami, legato con triplo filo al suo passato, pronto a scrivere in eterno le sue avventure sessuali e le tristezze?
Tōru è Murakami, figlio del Giappone del dopoguerra, parzialmente americanizzato, quindi senza senso del sacro, senza il senso di un obiettivo collettivo; è senza anima, senza identità. Ecco la differenza tra Murakami e gli scrittori precedenti al 1945; non è poco, anzi, è tutto: uno scrittore senza identità culturale e storica è come una pelle bella ma morta. Le opere di Murakami sono buone per impressionare un pubblico per lo più adolescente o superficiale, alla stessa stregua di Danielle Steele.

Ultima nota. Molti affermano che Norwegian Wood potrebbe essere benissimo ambientato in qualsiasi Paese occidentale; ma io mi discosto da questa affermazione per il semplice fatto che il romanzo si incarna nella architettura e nel tessuto sociale giapponese. Leggendolo si respira comunque l’aria di una cultura altra, che non è la nostra. Di occidentale c’è solo la patologica infiammazione delle contestazioni rosse e nere che scaldano gli animi degli studenti e dei lavoratori, senza naturalmente raggiungere il parossismo vissuto in Italia. I personaggi sono marcatamente giapponesi: e per il loro rapporto con la vita e per il loro rapporto con la morte. Lo stesso accade con il romanzo Oro Rapace di Yū Miri, scrittrice nipponica di origini coreane; è un romanzo che se non fosse ambientato in Giappone, non sarebbe più il romanzo di Yū Miri. È un errore confondere le culture, anche se a quanto pare nel nostro autodefinitosi Occidente, la cultura è in fase di svendita e ripudio.

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S. Èffrena, 23 ottobre 2015

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3 Risposte to “Tokyo Blues (Norwegian Wood) o il vuoto di Murakami”

  1. valivi Says:

    Ciao, come stai? Anche io ho letto questo libro e ho scritto recentemente una recensione al riguardo sul mio blog. Complimenti per l’analisi, mi piace molto come scrivi.
    Secondo me il romanzo è estremamente giapponese, anche se conosco poco questa cultura, perciò ti do ragione. A presto

    • stelioeffrena Says:

      Ciao! Sto bene grazie, anche se impegnato in varie cose che mi tengono lontano dalla tastiera :D Grazie per aver apprezzato la recensione: detto da te è un bel pregio; ho visto che anche tu avevi scritto a riguardo e, ricordandomi del libro, ho deciso di dare il mio contributo. Un salutone! ;)

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