Bukowski e la disperazione che la fa franca

arton18410

Trascrivo e commento un estratto dal libro Panino al prosciutto di Charles Bukowski, uno dei miei scrittori preferiti. Questo fine settimana avevo intenzione di andare a teatro, per i fatti miei, ma l’opera in scaletta, intitolata L’abito da sposa, è stata rinviata. Ero deciso a scrivere Serata a teatro 2.0 (ne avrei scritto delle belle…), ma la mancanza di materiale fresco mi ha imposto di rinviare e quindi sarà per la prossima volta.

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CAPITOLO TRENTAQUATTRESIMO

Il giorno dopo, a letto, mi stancai di aspettare gli aeroplani e trovai un grosso quaderno giallo che avrebbe dovuto servirmi per la scuola. Era vuoto. Cercai una penna. Mi misi a letto con il quaderno e la penna. Feci qualche disegno. Disegnai donne coi tacchi alti, le gambe accavallate, le sottane alzate.

Poi cominciai a scrivere. Era la storia di un aviatore tedesco della prima guerra mondiale. Il barone Von Himmlen. Aveva un Fokker rosso. E non piaceva agli altri aviatori. Non parlava con nessuno. Beveva e volava solo. Non si dava da fare con le donne, anche se tutte lo adoravano. Era superiore a queste cose. Aveva troppo da fare. Aveva da fare ad abbattere aerei alleati. Ne aveva già abbattuti 110, e la guerra non era ancora finita. Il suo Fokker rosso, che lui chiamava « Uccello della Morte », era conosciuto da tutti. Perfino la fanteria nemica lo conosceva, perché lui si divertiva a volare basso su di loro, incurante della contraerea, ridendo e lanciando piccoli paracadute con appese bottiglie di champagne. Il barone Von Himmlen non veniva mai attaccato da meno di cinque aerei alleati alla volta. Era un uomo brutto, con la faccia piena di cicatrici, ma interessante a guardarlo bene… begli occhi, stile, coraggio, e quella sua fiera solitudine.

Scrissi pagine e pagine sulle imprese del barone: abbatteva tre o quattro aerei e tornava al campo col suo Fokker rosso quasi distrutto. Atterrava, saltava giù dall’aereo ancora praticamente in movimento, e correva al bar, dove si avventava su una bottiglia e la scolava seduto a un tavolo tutto solo, versandosi un cicchetto dopo l’altro e buttandoli giù d’un fiato. Nessuno beveva con il barone. Gli altri restavano in piedi al banco a guardarlo. Una volta uno degli aviatori disse: « Che cos’è, Himmlen? Ti credi superiore? ». Era Willie Schmidt, il più grosso e il più forte della compagnia. Il barone tracannò il contenuto del suo bicchiere, lo mise giù, si alzò e mosse lentamente verso Willie, in piedi al banco. Gli altri aviatori si scostarono.

« Gesù, cosa vuoi fare? », disse Willie, vedendo il barone dirigersi verso di lui.

Il barone continuò ad avanzare lentamente verso Willie, senza rispondere.

« Gesù, barone, io stavo scherzando! Sul mio onore! Ascoltami, barone… barone… il nemico non è qui! Barone! ».

Il barone lasciò partire un destro. Con la rapidità del fulmine. Beccò Willie in faccia e lo fece volare sopra il banco! Willie finì contro lo specchio come una palla da cannone, rovesciando tutte le bottiglie. Il barone tirò fuori un sigaro e lo accese, poi tornò al suo tavolo, si sedette e si versò un altro cicchetto. Dopo quella volta nessuno osò più dar fastidio al barone. Tirarono su Willie da dietro il banco. La sua faccia era un ammasso sanguinolento.

Il barone abbatteva un aereo dopo l’altro. Nessuno lo capiva, e nessuno sapeva come avesse fatto a diventare così bravo col Fokker rosso e tutto il resto. Coi pugni, per esempio. E quella sua andatura, così aggraziata. Era un tipo strano. Nessuno poteva fermarlo. Qualche volta la fortuna lo tradiva. Un giorno, mentre tornava da una missione durante la quale aveva abbattuto tre aerei alleati, e volava basso sulle linee nemiche, venne colpito da uno shrapnel. Lo shrapnel gli staccò la mano detra dal polso. Riuscì a riportare il Fokker rosso al campo. Da quella volta pilotò con una mano artificiale, di ferro, al posto di quella vera. Senza differenze sostanziali. E i ragazzi al bar erano ancora più prudenti di prima, quando gli rivolgevano la parola.

Dopo quello, accaddero altri incidenti al barone. Due volte si schiantò in terra di nessuno, e due volte riuscì a tornare allo squadrone, più morto che vivo, nonostante il filo spinato, i segnali luminosi e il fuoco nemico. Molte volte fu dato per morto dai suoi compagni. Una volta sparì per otto giorni, e gli altri aviatori erano seduti al bar a parlare di lui, che uomo eccezionale era stato, eccetera, quando, alzando gli occhi, lo videro sulla porta, con la barba di una settimana, la divisa sporca e strappata, gli occhi rossi e cisposi, la mano di ferro che luccicava sotto le lampade. In piedi sulla porta disse: « Datemi un po’ di whisky, altrimenti faccio a pezzi il locale! ».

Il barone continuò nelle sue magiche imprese. Metà del quaderno era ormai pieno del barone Von Himmlen. Mi piaceva scrivere del barone. Avevo bisogno di compagnia. Ero sempre solo, e così mi ero creato un compagno che volevo, un vero uomo. Non era una bugia, o una finzione. La vita senza un uomo come lui, sì che era una finzione.

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Nel leggere Bukowski ho sempre avuto l’impressione che egli fosse nato con il segreto della vita in tasca. Un po’ come per Miller, non metto in dubbio che le sue opere siano davvero biografiche, seppur romanzate; tuttavia traspare quella veridicità che oggigiorno è rara quasi in qualsiasi autore. Provando a fare un raffronto tra Bukowski e Murakami, ad esempio, trovo che quest’ultimo non fa altro che scrivere dei romanzi ad alto tasso di autobiografismo. Eppure è sempre presente una scissione tra il personaggio della storia e l’Autore; davvero, non si comprende dove Murakami voglia andare a parare con le sue storielle strampalate e i titoli raccapricianti che sceglie per i romanzi. Tantomeno è capace di dare un esempio, da seguire o meno, per chiunque legga; a fine corsa, c’è da domandarsi: Ma che ho letto?

Bukowski invece è lui. E basta. Anche se adotta il nome Chinaski, anche se, come nel caso del barone, ricorre a uno stratagemma per dire ciò che è e che vorrebbe essere.

Detto questo, sottolineo che gli idolatri del politicamente corretto, i buonisti fatti a immagine e somiglianza della retorica mediatica, dovrebbero stare ben alla larga da Bukowski, poiché il suo modo di dire le cose come stanno suona strano e realmente anticonformista in un mondo dove le persone difficilmente, oggi più che mai, ragionano con propria individualità e proprio bagaglio culturale.

Cosa avrebbe pensato oggi Bukowski di tutta quella marmaglia che per settimane ha strillato (e ancora c’è qualche eco) istericamente: «Io sono Charlie!!!»? O di quella fiumana acefala, a Parigi, che ha sfilato per le strade della Ville Lumière a favore di una rivista che forse vendeva meno di quindicimila copie e pubblicava vignette di pessimo gusto (eufemismo) sulle religioni altrui? Non pretendo di sapere cosa avrebbe detto; ma di sicuro avrebbe notato che alla testa del corteo testè citato, non stavano quei vigliacchi palloni gondiati dei capi di stato, come invece ha preteso di farci credere la stampa di quasi tutto il Pianeta. Le onorevoli carogne, dall’aria compunta, si sono fatte fotografare in modo da apparire come la testa di un corteo e sotto i baffi ridevano alla grande per come le masse siano capaci di farsi manovrare in mille modi grazie ai media.

Bukowski è la disperazione che la fa franca, perché nonostante una vita fatta di allucinanti alti e bassi, qualcosa ha tenuto dritta la barra del timone: forse l’alcol, le donne, il cinismo formidabile, la cultura indiscutibile o le sue radici europee. Di certo, più di tutto, il vero anticonformismo.

Panino al prosciutto è un libro che si fa leggere d’un fiato, ma nel farlo, punge, graffia, fa male. Sembrerebbe un raffronto azzardato, ma quando ho letto La fattoria degli animali, ho provato la stessa sensazione di rabbia, tristezza, anche gioia, disperazione e curiosità.

S. Èffrena, 8 marzo 2015

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2 Risposte to “Bukowski e la disperazione che la fa franca”

  1. tramedipensieri Says:

    Conosco pochissimo Bukowski.

    Da quel poco ne ho dedotto e qui trovo conferma del suo essere vero, scrive a carte scoperte.
    Nel bene e nel male non usa specchi, utilizza il suo cuore e il suo cervello in modo encomiabile.

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