Lo scomparso

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La mia ex caserma

Pochi anni fa piantonavo il corpo di guardia della Capitaneria di porto di P. T., durante l’espletamento della leva militare. Alle più o meno piacevoli ore di servizio in ufficio si alternavano frequenti turni di guardia, presso l’ingresso della struttura, protetto da un vetro blindato dalle sfumature fatte di verde sbiadito.

L’episodio che qui riporto è avvenuto tra le 16.00 di un giorno d’estate e le 18.00 di due giorni dopo. Il mio primo servizio di scolta non armata era iniziato alle 14.00, come seconda comandata. Tutto si sarebbe dovuto svolgere nella più totale regolarità: Registrazione ingressi e uscite, interdizione di personale non autorizzato, accoglienza del personale marittimo per carico e scarico delle merci e servizio di centralino per le emergenze. Ovviamente il tedio era soverchiante e per questo tutti noi colleghi ci eravamo dotati di una console, una scacchiera e un buon campionario di giochi; se in teoria il povero militare di guardia sarebbe dovuto stare solo, all’erta e meditabondo, nella realtà stavamo sempre in quatto o cinque, disputandoci i migliori risultati nelle sfide videoludiche, sbraitando e ridendo furiosamente.

Alle ore 16.00 circa risposi a una telefonata esterna: mi veniva segnalata, da una voce in preda all’isteria, la scomparsa in mare di un pescatore. Raccolti i dati essenziali, contattai senza indugio l’ufficiale d’ispezione, riferendogli per filo e per segno le informazioni trascritte. In breve l’apparato di soccorso si mise in moto e con la collaborazione interforze tra Carabinieri, Guardia di Finanza e Guardia Forestale, cominciarono le ricerche ad ampio raggio nell’area presunta in cui era ragionevole circoscrivere la sciagura.

Tuttavia, nonostante la tempestività delle operazioni, nessun mezzo di soccorso riuscì a trovare il disperso; data la condizione non proprio serena del mare, si riteneva probabile che lo sventurato fosse affogato e poi inghiottito dal mare, preda delle correnti. Tuttavia i famigliari ricordavano con certezza che egli aveva in dotazione una muta; se fosse stato così e se l’avesse indossata, presto o tardi il corpo sarebbe stato localizzato, date le proprietà di galleggiamento tipiche di quella attrezzatura. Ma quella prima ondata di interventi non portò risultati rassicuranti; alcun corpo era stato rinvenuto; i famigliari disperavano di risolvere felicemente la faccenda e tutti noi, in fondo, pensavamo che presto il mare avrebbe avuto la sua nuova vittima sacrificale. Non molto tempo prima, un corpo assolutamente decomposto era stato rinvenuto da una nostra motovedetta, non lontano dalla baia; quei miseri resti appartenevano a un marittimo scomparso alcuni mesi addietro. Un nostro collega che faceva sempre il gradasso sulle sue doti di uomo duro, raccontò che non poté resistere ai conati che gli suscitò la vista e la puzza spaventevole delle carni disciolte. Mai credere a chi si vanta. Risi della sua idiozia e mi divertii a fargli le domande più scabrose su quei resti immondi, per vedere ancora il disgusto riempire i tratti del suo volto e renderlo ridicolo innanzi a tutti noi.

Dunque, il primo giorno di interventi trascorse senza risultati. Il mio turno si concluse senza altri intoppi e passai il resto della giornata leggendo una biografia su Bukowski, di cui in quel periodo andavo interessandomi dopo aver già saziato le mie curiosità su un altro grande della letteratura, il mio omonimo Henry Miller. Poi, la notte, nella camerata spaziosa, mi avvolsi come sempre nelle lenzuola della mia branda, nel tentativo di evitare l’assalto consueto delle zanzare, fameliche pure del mio sangue amaro.

Il giorno dopo, a parte la sezione operativa e il personale imbarcato, nessun altro di noi si occupava più del pescatore scomparso; c’erano da affrontare le solite incombenze giornaliere, tra ispezioni a bordo, posti di lavaggio, servizio mensa, compilazione di documenti ecc. A dire il vero mi ero scordato dell’episodio tragico e certo non me ne interessavo di sicuro; nelle aree marittime episodi del genere fanno parte della quotidianità, un po’ come gli incidenti di caccia nelle zone montuose.
Il mio prossimo servizio di scolta, questa volta come prima comandata, sarebbe iniziato alle 08.00 del terzo giorno dalla scomparsa dello sventurato. I miei compiti sarebbero stati i soliti, con la differenza che la console, ohimè sarebbe rimasta chiusa dentro il cassetto della scrivania siano alle 14.00; infatti il traffico di militari, civili e visitatori sarebbe stato così intenso da richiedere il massimo per disciplina e formalità. Ma la speranza di passare delle ore immerso nelle faccende consuete era destinata a svanire velocemente. Verso le 08.40 si presentò presso la porta principale un individuo dall’aspetto viscido, untuoso, fasullo, poi identificatosi come giornalista dipendente di una nota rete locale; come sempre registrai i dati e gli consegnai un passi provvisorio per permettergli di accedere alla segreteria del Comandante; tuttavia dovetti fargli fare un po’ di anticamera perché il Comandante non era giunto e il personale ancora sbrigava le pratiche necessarie all’avvio dei lavori. Così, in quei pochi minuti che ebbi a che fare con il visitatore, mi spiegò che aveva l’incarico di preparare un servizio dedicato al pescatore disperso. Senza ritegno, cominciò a dirmi, con la faccia tipica dell’ipocrisia e di chi ha un blocco di gesso al posto del cuore, che doveva inserire nel suo lavoro la maggior quantità possibile di informazioni:

— Sa, — biascicò il viscido, — bisogna considerare il pathos… la disperazione dei congiunti e la presa di questi elementi su chi ascolti una notizia del genere.
Io, disgustato, gli voltai le spalle e dissi, calcando le parole:
— Capisco, tutte cose in cui lei è un campione di sensibilità…
Mi osservò di sbieco. Da quel momento calò il gelo; io continuai a compilare un registro delle telefonate in arrivo e in uscita mentre lui rimase lì, un po’ guardando me e un po’ fissando la scala che conduceva all’ufficio Segreteria di comando. Finalmente il sergente, da sopra, mi comunicò di far salire l’avvoltoio e io, senza darmi troppa pena, dissi:
— Ora può salire. Tenga esposto il passi sulla giacca.

L’amaro suscitato da quell’incontro mi rimase per buona parte della mattinata. Tuttavia, distratto dalle numerose seccature, ben presto assorbii e smaltii il veleno tossico emanato da quello sgradevole individuo e riacquistai il mio normale umore. Il piantonamento si concluse regolarmente alle 12.00 e durante la pausa concessa per la mensa di seconda colazione – in Marina Militare è così indicato il pranzo – ebbi modo di ascoltare la languenti e fasulle parole del servizio televisivo che il telegiornale aveva dedicato al pescatore disperso. Un servizio risultato dell’accostamento dei peggiori luoghi comuni inventati dal mondo dell’informazione, con tanto di primi piani della nostra Capitaneria, dei parenti dello scomparso sciolti in lacrime che invocavano il miracolo e di varie immagini di repertorio, più o meno in tema con l’argomento, vecchie di mesi. Mandando giù un boccone pensai: «Ecco, lo sciacallo infame ha portato a compimento la sua opera volgare e misera; ha reso edotta la comunità di un dramma famigliare senza risparmiare la dignità della sofferenza umana, anzi, speculandoci sopra». Inghiottii il cibo acre, non senza augurare mentalmente al professionista in tragedie altrui di concludere la sua esistenza nel modo più orribile concesso dalle perversioni deliranti di un sadico.

La seconda parte della mia scolta sarebbe principiata alle 14.00.
Era quella l’ora videoludica, come ho già detto; l’ora in cui qualche collega libero da incombenze si aggregava al collega sfortunato di guardia, per delle sfide con i videogiochi o gli scacchi o per chiacchierare e ascoltare qualche brano. Insomma, era il momento di passare dei momenti rilassanti in attesa del pranzo – così si chiama in Marina Militare la cena. Così stavamo, Giovanni, Nicola e io, contendendoci il miglior risultato di un rally virtuale. Verso le 18.30, mentre fuori ancora il sole brillava forte e metallico, riflettendosi sullo specchio d’acqua destinato all’ormeggio delle motovedette, squillò il campanello esterno. A traverso il vetro antiproiettile vidi un uomo di stazza imponente, pingue, quasi come un lottatore di sumo o come un Buddha che avesse deciso di levarsi in piedi per distendere gli arti. Andai ad aprire e si fece avanti una persona che certamente aveva delle difficoltà a parlare, a farsi capire, a esprimersi, a respirare, infine. Su di una faccia rotonda, paonazza per sangue e abbronzatura, con due baffetti neri mal curati ma in linea con la capigliatura rasa e riccia, stava un sorriso ebete, simile per consistenza alla confessione silente di chi abbia giocato un brutto tiro ad amici di bettola e ne chieda il perdono con la semplice mimica del volto. Un secondo dopo questa osservazione, sentii nel suo respiro, ed emanare dalla sua epidermide, il classico lezzo della sbornia, dell’ubriacatura profonda comune all’alcolizzato vizioso, intossicato dall’uso distorto di Bacco. Arretrando di poco, domandai:
— Desidera?
La risposta arrivò subito, tra gli sguardi sorpresi dei miei colleghi:
— Sono… lo scomparso!
E io:
— E cioè?
E lui, di rimando:
— Sono il pescatore scomparso.
Fulmineo afferrai il telefono e avvisai l’ufficiale d’ispezione che si era presentato un ubriaco, probabilmente millantatore, ma forse degno di un controllo. L’ufficiale accorse e cominciò a interrogare l’energumeno che, malfermo sulle gambe, sudaticcio, oscillava pericolosamente avanti e indietro, ripetendo sempre la stessa ragione e cioè che lui era lo scomparso, il pescatore disperso. Come se fossero d’accordo, poco dopo arrivarono i famigliari, tra strepiti, urla, invocazioni alla Madonna a Gesù Cristo e a tutto il repertorio sacro in possesso ai divoti. Innanzi a quella torma di fanatici l’ufficiale d’ispezione mi affidò il compito, insieme ai colleghi, di mantenere l’ordine, mentre lui sarebbe corso a contattare il Vicecomandante e il luogotenente Aiutante. Riuscimmo a respingere e tenere fuori dall’ingresso i parenti urlanti, mentre l’obeso rimase nella sala d’ingresso insieme a quello che doveva essere il fratello. Essi parlavano e nell’ascoltare quello che si dicevano capii che il pescatore, ubriacatosi a bordo della sua piccola imbarcazione da pesca, era caduto in acqua ma, grazie alla muta, aveva galleggiato, come un grande sacco di spazzatura, sino alla spiaggia più vicina e lì vi aveva passato la notte, smaltendo tutti i fumi dell’alcol e riuscendo, dopo molte ore di stordimento a ritornare a piedi in città, quasi immemore dell’accaduto.
Dunque la tragedia era una farsa. Il prode pescatore, vittima del destino crudele era in realtà un pescatore ubriaco che aveva solo smaltito la sbornia; insomma, tutto il contrario della descrizione proposta dal giornalista iena nel suo servizio melenso.
Come mi affacciai fuori dalla guardiola, vidi qualcosa che proprio mi andò di traverso. L’ubriaco stava appoggiato al tavolo posto all’angolo del corridoio, tenendo una zampa penzoloni e biasciando felice col fratello; con due passi fui di fronte a lui e così mi rivolsi:
— Senta, questa è zona militare, lei qui è ospite e non si sa neanche perché. Quindi stia in piedi, lì! E non si appoggi sui mobili o sui muri, chiaro?
Quello, guardando sbigottito me e il fratello e di nuovo me, sbiancò in viso e fece esattamente quello che gli avevo sibilato. I colleghi, anche essi perplessi per la mia sfuriata si sentivano in imbarazzo per la situazione e Giovanni mi domandò:
— Èffrena… Ma che è successo?
Poco avvezzi a vedermi così nervoso e furibondo, gli spiegai le mie ragioni e certo, dopo, non poterono darmi torto. Proprio in quel momento arrivò il maresciallo Aiutante, seguito dal Vicecomandante. Portarono i due uomini sopra e raccolsero le dichiarazioni del pescatore.
Dopo un po’ ridiscesero e l’ufficiale di ispezione chiese al pescatore di attendere, mentre sbrigava alcune formalità. Il bruto gli rispose, guardando con occhi torbidi me, che stavo con le braccia conserte spalle alla guardiola:
— Sì, io aspetto… se il generale me lo permette!
Ovviamente “il generale” ero io, ma non risposi, lo ignorai, ridendo tuttavia sotto i baffi per aver dato così impressione a quel figuro indegno. Almeno gli avevo fatto passare il sorrisetto ebete dalla faccia.

Poi tutto tornò nella normalità. Finii il mio servizio di guardia, pranzai e mi preparai per la consueta lotta, persa naturalmente in partenza, contro le zanzare della camerata. Un collega, disperato e martoriato più di altri dalle punture, aveva addirittura procurato una di quelle luci blu che, ingabbiate in una fitta rete di fili elettrici, avrebbero dovuto attirare e folgorare gli insetti notturni penetrati nel congegno ingegnoso. In realtà, quell’espediente, ottenne solo di rischiarare i muri dell’ambiente circostante, donando loro una fascinosa sfumatura turchina e sbiadita da mille e una notte.

Il giorno dopo, libero da servizi di guardia, mi presentai in ufficio, come di consueto. Il mio diretto superiore, Primo maresciallo e Nostromo del Porto mostrava un’aria seccata, più del solito; già di consueto aveva un aspetto da Ispettore Callaghan, ma quella mattina aveva l’aria dell’Ispettore Callaghan alle prese con il caso scorpio; sapevo, però, che aveva dovuto sovrintendere alla redazione del verbale per chiudere l’episodio del pescatore ritrovato. Quando stavo per domandargli, con prudenza, quale fosse il motivo del suo brutto umore, mi anticipò con queste parole, livido di rabbia:
— Èffrena…
— Comandi!
— Èffrena… Lei era di guardia, ieri?
— Sì Luogotenente.
— E quindi… ha avuto modo di vedere quel tipo che era… scomparso.
— Sì Nostromo, purtroppo.
— Allora sarà d’accordo con me se le dico che io, quella persona, l’avrei presa a calci nel culo sino a rompermi il piede!
Poi non disse altro e si occupò di alcuni fascicoli che aveva davanti, battendo come un martello pneumatico, con gli indici, sulla tastiera dell’elaboratore. Per quanto mi riguardava, dopo un attimo di sbalordimento, mi sentii estremamente soddisfatto per aver verificato di non essere stato l’unico ad aver visto la verità squallida di quei fatti, quando un vizioso viene fatto passare a forza per martire, vittima, eroe, ecc.

Morale della favola, la stampa, non potendo permettersi di ritrattare le parole toccanti e drammatiche divulgate qualche tempo prima su tutta la faccenda, pubblicò una nota laconica che elogiava la Capitaneria per aver tratto in salvo il povero marittimo vittima di un mortale incidente di pesca.

S. Èffrena, 11 aprile 2013

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17 Risposte to “Lo scomparso”

  1. valivi Says:

    E’ un bel racconto, complimenti.
    PS: E’ una fortuna che non ci sia più la leva militare, quella caserma ha un aspetto così lugubre…

    • stelioeffrena Says:

      Grazie :)
      La foto non le rende giustizia. Ho passato lì dieci mesi bellissimi ed edificanti con persone stupende come mai ho conosciuto; credo che la sospensione della leva militare obbligatoria sia stata l’ennesima sciagura perpetrata dagli incapaci governi che negli anni si sono succeduti.

      • valivi Says:

        Ops… mi sa che non siamo daccordo su questo.
        Però io sono troppo giovane per saperne qualcosa, posso solo esprimere un parere basato sulla teoria letta nei libri.
        :)

        Il tuo racconto però continua a piacermi :)))

      • stelioeffrena Says:

        Non ti ho replicato per fare polemiche. So di essere uno dei pochissimi a pensarla così; ma è il mio pensiero, supportato da un’esperienza vissuta in prima persona; forse sono stato fortunato, chissà, magari in altre circostanze – ma ne dubito – avrei avuto più rimostranze da fare, le caserme non erano tutte uguali e in effetti c’erano dei posti orribili. Ma grazie per l’apprezzamento ;)

      • valivi Says:

        Sono felice che sia stata una bella esperienza per te. Il tuo blog è molto interessante e lo apprezzo sempre. :))

  2. clarettabrancatelli Says:

    Bello, il tuo racconto.

  3. Andrea Magliano Says:

    Molto bello il tuo racconto. Non ho avuto la fortuna o sfortuna di fare il servizio di leva, mi chiedo sempre cosa sarebbe potuto accadere mmm

  4. Calipso la Liberidea Says:

    Vabbè leggere Bukowski durante il servizio di leva… è fico come un film di Kubrock!

    • stelioeffrena Says:

      Tranquilla che nello stesso periodo avevo visto Arancia Meccanica al cinema, straordinariamente riproposto nei mesi estivi; occasione più unica che rara, direi. La lettura di Bukowski comunque mi precipitava in uno stato di trance mesmerica, ehehehe.

      • Calipso la Liberidea Says:

        Come sempre.L’hos emrope detto che quell’uomo ha capito tutto. Che hai letto di Buk?

      • stelioeffrena Says:

        Tutto: Post Office, Musica per organi caldi, Hollywood Hollywood, Pulp, Donne, Factotum, Compagno di Sbronze e una biografia. Poi altri titoli che ora non ricordo perché mi servivo dalla biblioteca della città dove ero di leva. Era un dio Buk ;) Pensa che anche alcuni colleghi mi chiedevano di leggere i libri che prendevo in prestito, ahaha.

      • Calipso la Liberidea Says:

        Lo è lo è, riesce a fare leggere anche gente che nn legge na mazza. Io ne ho letti una decina ma considerato che tra raccolte e suoi romanzi e poesie ce ne sono più di 35 non resterò a secco per un po’;)

  5. ohmarydarlingblog Says:

    Tipo film di Totò e peppino! :D

  6. S. Èffrena contro Il Filosofo | Poesie e prose di S. Èffrena © Says:

    […] è necessario delineare un po’ la figura del Primo Maresciallo Nostromo, di cui ho già fatto accenno. Noi lo si chiamava Clint Eastwood per vari motivi; nonostante fosse una persona verso i sessanta, […]

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