Archive for marzo 2013

Sole dei ciechi

31 marzo 2013
Non posso ben ricordare
Quanto il tragitto drammatico
Fece foco de le nostre bocche amare,
 
Eppure, lungo ‘l giallo viatico,
Fatto di sete, sabbie e villaggi,
Tutto parea irreale, statico.
 
Corpi secchi, di morti selvaggi,
Capanne arse al lampo distratto,
Dipinti rossi e antichi retaggi.
 
E poi, un corpo disfatto,
Non più omo, animal o cosa;
Ma non era certo un misfatto.
 
Le nostre risa andavan a iosa,
Davanti a gli eventi tristissimi;
Ricordo alberi di mimosa!
 
Certi luoghi eran bellissimi:
Cieli di spazio infinito
E spazii da’ i colori vivissimi.
 
Tra noi languiva qualche ferito,
Ma eravam tutti pesanti d’armi,
Coi fucili, pistole e guàina di rito.
 
A me stesso potevo affidarmi,
A’ miei camerati coraggiosi
De la cui fiducia amavo vantarmi.
 
Poi un attacco, de’ più perigliosi,
Decine e centinaia i nemici,
Con grida ferali e petti orgogliosi.
 
Ah, ma noi eravamo raggianti:
«Ecco la morte! — dicevamo —
O la vittoria di soli irradianti».
 
E, mentre sangue spargevamo,
‘l sole era strano, giallo e nemico;
Questo e altro vedevamo.
 
Che ironia, e son veridico,
Pensavo allora a un tristo amor.
Ho combattuto e questo dico.
 
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S. Èffrena, 31 marzo 2013

Primo marzo

13 marzo 2013

È il 1 marzo. E nella sala chiamata zambracca, si reclina sulla morte il capo del più grande tra i poeti che l’Italia abbia mai potuto sognare. Muore D’Annunzio, l’uomo che sotto l’impeto del rinnovarsi o morire da lui coniato, ha fatto sino all’ultimo della sua vita un’opera d’arte, riuscendoci e creando una singolare alchimia tra azione e verbo che nessun altro artista è mai più riuscito a replicare. Un suo grande estimatore, il poeta guerriero Mishima Yukio, dovette dividere la propria esistenza in diverse correnti, non potendo conciliare arte e azione; eppure egli è l’intellettuale che più si è avvicinato al modo di intendere la vita di D’Annunzio.

Su questa morte tante le speculazioni, troppe. Si parla anche di sucidio; secondo alcuni il Poeta avrebbe ingerito una dose mortale di veleno, facendo coincidere la sua dipartita con una frase sita su l’almanacco del Barbanera, di cui andava studiando sul leggìo. Non mi meraviglierei se fosse vero; molte volte il gesto estremo è stato esaltato dal Vate come il coronamento dell’azione e della volontà sopra la vita. Tante volte, nelle sue lettere, minacciava di darsi la morte quando eventi opprimenti (in occasione del servizio militare, ad esempio) gli rendevano la vita amara oltre ogni limite. E anche da bambino, come confessa nel Libro segreto, rammenta la voglia di morire al solo sentire le strida degli animali portati al macello. Sensibilità di fanciullo, sensibilità d’artista. Ho sempre reputato che il superomismo dannunziano non fosse altro che la scossa d’orgoglio da scaraventare in faccia a una vita triste.

In questo anniversario riporto il tetrastico che conclude il Libro segreto e altro non aggiungo.

Tutta la vita è senza mutamento.
Ha solo un volto la malinconia.
Il pensiere ha per cima la follia.
E l’amore è legato al tradimento.
G.d’A.

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S. Èffrena

Gorgone immonda

11 marzo 2013
Gòrgone medusa, m’insulti
Co ‘l tuo occhio inver odioso
Mentre ‘l cor, tutto tumulti
Si fa chiuso e pensieroso.
 
Quale rabbia ne’ tuoi singulti!
Gòrgone medusa, occhio cencioso:
Non possiedi tu pensieri adulti?
No. Solo un fegato biloso.
 
M’hai insegnato di odiare
Il gioco miserabile e vile,
Facile come veder e respirare.
 
Quell’odioso labbro sottile,
De la tua pochezza sta a testimoniare
Ch’ignori, bestia, ogni gesto gentile.
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S. Èffrena, 11.03.2013

Al grande condottiero (Video)

11 marzo 2013

Poco tempo fa avevo scritto una poesia dedicandola a Napoleone. Poi ne feci un video in cui inserii una marcia militare napoleonica e le immagini correlate. Adesso pubblico il video, che non è proprio perfetto perché i versi scorrono troppo velocemente, però per leggere con calma la poesia basta andare al link di sopra.

Coste torride

7 marzo 2013
Andavamo per le coste africane,
andavamo a marce furenti,
Venivamo da lande lontane.
 
I’ vedea rettili e serpenti,
Portavo il mio fucile a tracolla
E i miei ordini eran diligenti.
 
La sete fin dentro le midolla
Tormentava le gole arse,
Ma guai, guai! Se alcuno caracolla!
 
Tribù di negri, genti sparse
Tendevanci trappole mortali:
Qualcuno moriva, le mani riarse.
 
E uccidevamo, mandavam strali
Invincibili da’ nostri fucili,
Rispettando le consegne ed i segnali.
 
Tra noi non vi eran vili,
Tutti fuggivam però dalla vita
Che avevamo in spregio, o incivili!
 
Qualche volta scorgevo una pepita,
Ne gli occhi morti d’un selvaggio,
Una lacrima ch’io rubavo con le dita.
 
Mi dicevo: «Se siamo a maggio,
come può questa acqua incorrotta
non evader dentro un raggio?».
 
E cantavamo, in la ridotta,
I’ e miei compagni di ventura,
Per non pianger, sotto la sabbia dirotta.
 
Che mitica avventura!
Vivevamo ne l’asprezza
Dominanti la natura.
 
Or il fiato mi si spezza,
Son di guardia, notte fonda.
Miro la luna, gelida ebrezza.
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S. Èffrena, 7 marzo 2013