Solus ad solam – seguito

Il disperato d’Annunzio continua a “fare i botti” e a soffrire alla ricerca della sua amata Giusini, o Alis – come amava chiamarla – che probabilmente si è trovata, anche per colpa del suo stato confusionale, a vivere vicende poco chiare di cui sarà interessata pure la Polizia. Qui di seguito la seconda parte della mia trascrizione.
La prima parte è qui.

_______________________________
[…]
Erano circa le otto e mezzo quando giunsi. Come non avevo nulla con me, discesi sùbito, ringraziai, apersi l’uscio, feci per entrare; ma il domestico di Miss Blunt venne giù per le scale in atto di dirmi qualcosa. Su la soglia, a bassa voce, mi disse:
— Dianzi, potevano essere circa le otto, abbiamo sentito suonare il Suo campanello e battere alla Sua porta ripetutamente. Poco dopo, un uomo è salito su per le scale e con malo modo ha incominciato a battere alla nostra porta, gridando: «Aprite! Aprite! Siamo agenti di polizia. Questa donna non appartiene a questa casa? Aprite, o gettiamo giù l’uscio». E seguitava a picchiare coi pugni e coi calci brutalmente. La signorina Blunt sbigottita non voleva che io aprissi. Allora mi sono affacciato al finestrino, e ho veduto giù per le scale appoggiata alla ringhiera una signora che m’è parso di riconoscere per quella che è solita venire qui da Lei. Un altro uomo era accanto alla signora che sembrava impietrita. Al mio diniego, la guardia insisteva. Persuaso finalmente che noi non volevamo aprire e che la signora non apparteneva alla nostra casa, egli è disceso con l’altro e ha ricominciato lo strepito qui alla Sua porta. Ho udito confusamente la signora disperarsi e dire con la voce soffocata: «Lasciatemi stare! Lasciatemi stare!». Non potevo fare nulla per soccorrerla, perché Miss Blunt mi impediva di uscire. Ma, nell’affacciarmi per un attimo alla finestra, ho veduto la signora salire in una vettura pubblica che aspettava su la via e andarsene accompagnata dai due uomini seduti l’uno a fianco e l’altro di fronte. Nell’oscurità non ho potuto scorgere il numero della vettura; ma un momento prima che la signora montasse, avevo chiesto al vetturino: «Dove avete preso quella signora?» e m’è parso che egli m’abbia risposto: «In piazza d’Azeglio». Saranno dieci minuti, appena, che ho visto la vettura scomparire dalla parte della piazza Donatello. S’Ella fosse arrivata dieci minuti prima, l’avrebbe trovata ancora qui! —
È vana cosa tentar di esprimere quel che accadde in me, a questo racconto. Non ti parlo dell’anima mia, ma ti parlo soltanto dei fatti esterni.

Il primo impeto fu di correre su la strada. Ma, dopo pochi passi, riconobbi l’inutilità dell’inseguimento senza tracce. Rientrai. Mi precipitai al telefono e chiesi il tuo numero. Nessuno rispondeva!
Era necessario ch’io avessi un compagno per fare più efficacemente le ricerche e per evitare lo scandalo. Se fossi andato io di persona in Questura, tutto il campo si sarebbe messo a rumore.
Il mio cervello si confondeva nelle più strane imaginazioni. Che mai poteva essere accaduto? Tuo marito aveva fatto quel che tu temevi? Aveva posto due guardie in agguato le quali ti avevano sorpresa nell’atto di entrare? Ma perché le guardie avrebbero con tanta insistenza preteso di entrare nella casa di Miss Blunt? Tuo marito conosceva benissimo che il mio appartamento era al piano terreno. In ogni modo, le guardie avrebbero dovuto attendere il mio ritorno per sorprenderci entrambi.
O forse, per qualche malvagio sopruso, la minacciata denunzia aveva ottenuto che tu fossi arrestata?
Atrocità incredibile.
O forse si trattava di un ricatto tentato da due sconosciuti che, per compierlo, simulavano di essere agenti di polizia?
E dunque dove ti portavano? Che facevano di te?
Orrore! Orrore!
Telefonai a Francesco. Per fortuna mi rispose sùbito la stessa voce. Indovinando la mia agitazione, venne senza indugio a raggiungermi.
Credo che il mio viso dovesse mostrare un’angoscia mortale, perché vidi in quello dell’amico al primo sguardo un grande sbigottimento.
Gli raccontai tutto, ansante.
Ora, per un caso singolarissimo, egli affacciandosi a una finestra del Palazzo Gondi, poco dopo le sei, t’aveva veduta su per la scalinata di San Firenze. Eri, in apparenza, agitatissima. Facevi gesti di esitazione, come se fossi nel dubbio di entrar nella chiesa o nella piccola porta che conduce alla cappella e all’abitazione dei sacerdoti. Finalmente eri scomparsa nella piccola porta, ed egli non ti aveva veduta più uscire.
— Bisogna trovarla! Bisogna sapere! — dicevo io disperandomi sotto i lampi sinistri di tutte le imaginazioni.
Uscimmo. Andammo verso la Questura. Io rimasi in una via prossima ad attendere, mentre Francesco entrò per fare le prime ricerche nell’ipotesi che i due uomini fossero veramente due guardie e potessero averti condotta nel luogo orrendo…
Neppure quell’attesa, nella via deserta, ove il passo di qualche uomo mi schiacciava il cuore, neppure quella attesa mi varrà per la gloria del mio amore?
Francesco tornò. La Questura ignorava tutto. Nessun ordine era stato dato. Nessun rapporto era pervenuto. Inoltre era da escludersi che quelle due persone fossero agenti veri, considerato il contegno brutale d’una di loro. Gli agenti, per penetrare in una casa chiusa, adoperano altri metodi: non la violenza ma la scaltrezza. Ad ogni modo, l’ispettore Adorni prometteva di mettersi sùbito all’opera per chiarire il mistero.
Mancava un quarto alle undici. Ero disperato e non riuscivo a contenermi. Che fare? Che pensare?
Si trattava forse di un sequestro di persona? Compiuto da chi? Per conto di chi?
Povera, povera piccola! Dove ti avevano trascinata? E senza aiuto, e senza il tuo amico, e nella notte lugubre!
Corsi in via dei Benci, sonai il campanello. Per qualche tempo, nessuno rispose. Persistetti, risoluto a qualunque audacia. Finalmente nella finestra del mezzano, sopra la porta, apparve il vecchio stalliere balbettando:
— Non c’è nessuno.
— La signora non è rientrata?
— Non c’è nessuno.
— Ma la signora oggi non c’era?
— Ora non c’è.
— Dov’è andata?
— Non si sa.
— E il portiere?
— Non c’è nessuno.
Tutto il palazzo era buio. Dal Borgo Santa Croce vidi che la finestra della tua stanza da letto era buia. Non si udiva alcun rumore, alcuna voce. La porta era incrollabile.
Raggiunsi Francesco, e di nuovo lo mandai in Questura. L’ispettore aveva chiesto informazioni telefoniche a tutti i posti, inutilmente.
Tornammo qui, in via Pier Capponi; svegliammo il domestico, lo interrogammo ancóra. Dalle risposte, un dubbio crudelissimo cominciò a straziarmi.
Telefonai di nuovo chiedendo il tuo numero. Nessuno rispondeva. Mi parve di udire squillare il campanello nel buio del palazzo abbandonato.
E tu dov’eri? dov’eri? dov’eri?
Impossibile coricarmi, aspettare il giorno nell’immobilità. Uscii di nuovo. Francesco fu costretto da me a tornare in Questura, con la speranza di qualche novità improvvisa. Io tornai in via dei Benci e girai lungamente nelle vie sottostanti, spiando le finestre, interrogando il lugubre silenzio, trasalendo a ogni rumore di vetture.
[…]

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