Archive for febbraio 2013

Sorrisi sinceri

28 febbraio 2013
Era notte. Su l’erba supino
Pensavo alla bella teutonica:
Biondi capei, sorriso adamantino.
 
I’ l’imaginavo vestita di tunica,
Sorridente, allegra d’infinito
Come se tra tutte fosse l’unica.
 
Era buio, alcun romor avevo udito,
Pensavo, mirando quelle stelle,
A quel cosmo così infinito;
 
E pensavo a lei, le mani così belle,
La pelle nordica e rosata
Distesa su la rena e le pietre a celle.
 
La voce sua era flauto, musica rimata;
Anco se l’idioma suo m’era alieno,
La mia voce italiana carezzavala estasiata.
 
Qualche volta su ‘l terreno
Giocavamo a sfuggirci veloci,
Correndo, rapiti in un baleno.
 
E ridean le nostre voci
Anco se la notte approssimata
Costringeaci a saluti atroci.
 
Quando l’ebbi abbracciata,
In uno de’ nostri momenti
Ebbi la mia gota da un bacio ribaciata.
 
Era notte. Stelle come aghi ardenti,
Pari a sogni fibrillavano,
Nanzi a’ miei occhi sorridenti.
 
Quelle stelle, veloci m’obliavano.
 
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S. Èffrena, 28 febbraio 2013
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Dannato imperituro

20 febbraio 2013
Che tristezza che m’avvolge
In queste sere d’imbrunire,
Mentre tutto mi sconvolge.
 
Nessun’alba può lenire
Queste ondate di tramonto
Tra ciò che va e può venire.
 
Scalar posso alcun promonto
Anco se corro, anco se giaccio,
Ne ‘l lungo e tetro tramonto.
 
Sono anima, dio mi spaccio
In questa casa diroccata
Fatta di viti e gran impaccio.
 
Su la volta de ‘l ciel stellata
Oh, quante visioni rammento,
Sete, velluto, cromatura librata;
 
In tutto questo firmamento,
La maschera che porto io odio:
Fatta di torba e di tormento,
 
Mi fa mutare, muto come olio
Chiuso in una brocca di vil creta
E con suggello parco vil petrolio.
 
Amavo la mia vita di seta,
E scusate se or non più sorrido
Ma sono bruciato in questa meta.
 
Faccio sogni che non irrido,
Sogno azioni, fatti, momenti;
E cerco di mutar, a tutto grido!
 
Ma no, non mutan i tormenti,
Apro gli occhi da questi inganni
E di dolori, ecco, nuovi sementi.
 
De ‘l rancore i’ lavo i panni
Non so odiar profondamente,
Fosser mille i barbagianni.
 
Che tristezza, son triste, umilmente.
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S. Èffrena, 20 febbraio 2013

Serata a teatro

17 febbraio 2013
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Il teatro civico

Era la serata della prima di Intorno al letto, adattamento teatrale di alcuni racconti scritti da Guy de Maupassant, per la regia della compianta Maddalena Fallucchi.
Recentemente il teatro della mia città era stato riconsegnato alla collettività dopo un lungo periodo di restauri per il recupero architettonico; un’attesa infinita, come s’addice al misero Paese in cui viviamo.

Così, eravamo in quattro, tutti della medesima classe; Alessandra, Emanuela, Antonio e io, ovviamente. Per l’occasione avevo scelto un vestito scuro con montgomery e sciarpa. I miei accompagnatori avevano optato per un abbigliamento più scolastico; scelta invero infelice, perché tale opzione stonava con la gran parte dei frequentatori del teatro che, appunto, erano addobbati da serata.

Superata la scalinata, entrammo dentro la struttura rinnovata; lì, uno spettacolo mai visto: lampadari di cristallo, opportunamente installati e nascosti nella galleria d’ingresso, diffondevano una luminosità forte ma gentile, rendendo tutti gli spazi accessibili allo sguardo; intorno a noi, tappezzerie color rubino si alternavano armonicamente a spazi bianchi di muratura abbelliti con stucchi di buon gusto decorativo, mentre sulla volta facavano bella mostra di sé eccellenti raffigurazioni pittoriche. Il restauro aveva inoltre restituito dignità ai mobili e agli interstizi in mogano. Non c’è dubbio alcuno che eravamo approdati provvisoriamente in un’altra epoca, trasfigurando la nostra sorda esistenza dal moribondo ventesimo secolo verso i fasti argentei della Belle Époque.

Regolarizzate le formalità per il biglietto d’ingresso, ci accomodammo presso il posto assegnato. Anche lì lo sguardo non poteva non tener conto della raffinatezza della struttura: il palchetto sito al primo piano, ricco di velluti rinnovati, poteva essere isolato dal resto della galleria grazie a due porticine di legno; i sedili, morbidi, ben si adattavano all’altezza della balaustra, anch’essa soffice e ideale per appoggiare i gomiti. La locazione era perfetta per abbracciare tutto il teatro sottostante, scorgendo bene la platea e naturalmente il palcoscenico.

Non ho potuto fare a meno di notare lo stupido pavoneggiarsi delle dame che, accompagnate da mariti di bassa levatura intellettuale, mettevano evidentemente per la prima volta piede in tale contesto. Vere e proprie galline addobbate di gioielli – non è dato sapere quanto genuini – accumulati sul collo e sui polsi in modo confuso e caotico, unicamente per fare buon sfoggio di un’opaca ricchezza. Costoro si guardavano intorno, per scorgere, per riconoscere e per essere sicure di farsi notare, avvolte nelle loro pellicce sciatte, scolorite, assolutamente fuori moda e inopportune. E il trucco; quale orrore, vedere strati su strati di fondotinta su pelli cadenti e passite, rossetti rosso fuoco su labbra così macere. Ero certo: il novanta per cento dei presenti non sapeva chi fosse Maupassant. Ma il teatro è così, un luogo mondano e nel suo piccolo, questo teatro civico replicava quello che allo stesso modo accade nei maggiori teatri italiani, dove ci si reca per apparire con occhi da pollame e non per acculturarsi.

Cominciavo a sentire un disagio. Per fortuna le porte del palchetto avrebbero isolato il nostro universo spazio temporale dal resto del pubblico, anche se purtroppo nulla avrebbe evitato che io potessi lanciare qualche occhiata indagatrice sui palchi attigui e notare sempre le medesime, orribili, ombre plebee. Mi sentivo oppresso anche per i miei accompagnatori, vestiti da studentelli, in una serata così speciale. Mi domandavo se non fosse stato il caso, per le ragazze, di indulgere in un po’ di trucco e un abito e per il ragazzo, un vestito meno campagnolo. Insomma, la mia eleganza, i capelli ben pettinati, rischiavano di rendermi il monstrum della situazione.

Ma la mia inquietudine nasceva anche da qualcosa di più tangibile. Un angelo si aggirava per la struttura, in funzione di maschera e organizzatore. Sapevo che presto l’avrei vista, riempendo i miei occhi della sua immagine che, ne ero conscio, presto sarebbe apparsa. Chissà che abiti aveva scelto? Speravo, pregavo che fosse bella ed elegante come il teatro bellissimo che ci ospitava. Agognavo una visione divina che potesse mondarmi dalle storture di cui ero stato testimonio sino a quell’istante.

Intanto facevamo un po’ di conversazione; parlavamo, come naturale, della scuola, delle interrogazioni, di stupidi pettegolezzi vari e così via. Insomma, parlavamo di sciocchezze, come si addice a quattro liceali che passano un lasso di tempo fuori dall’ambiente abituale da cui difficilmente riescono a distrarsi nelle ore della giornata non dedicate allo studio.

Improvvisamente le porte accostate del palchetto si aprirono e per me fu come se si fossero spalancate le porte del nirvana o del paradiso ma non quello cristiano, bensì quello dei Campi Elisi. Lei era arrivata per salutarci. Emma era lì con noi, come una visione inconcepibile che cerca di rendersi credibile agli scettici. Nell’estasi che mascheravo dietro la mia solita imperturbabilità, notavo il suo abito, un vestito da sera scuro, adatto al suo corpo come una guaina perfetta dal decolleté sino alle caviglie. Le braccia ben tornite si adagiavano dolcemente sui fianchi e delle scarpette, non esageratamente vistose, quasi cercavano rifugio estremo tra le pieghe del tessuto. E i capelli. Lasciati quasi liberi, non fosse stato per alcune forcine che imponevano una piega armoniosa, facevano da cornice a un viso ovale, leggermente truccato, in cui due occhi da madonna languente studiavano l’ambiente circostante, curiosi. Lei era lì, con noi. Con me. In una parola, era una dea con la sua tunica, pronta a partecipare ai misteri eleusini in onore di Demetra. Bellissima, camminava levia, come se tra lei e il pavimento sussistesse un cuscinetto d’aria.

— Ciao.
— Ciao…

La sua voce pure era suadente come tutta la sua immagine. Un sorriso appena pronunciato tradiva certo in Lei la passione per un evento culturale di tale portata; non capitava tutti i giorni di partecipare ad una prima così attesa e famosa, di livello nazionale.

Poteva trattenersi brevemente, assieme a noi. Aveva da verificare che tutto fosse in ordine insieme ai colleghi del gruppo organizzativo, un branco di bolscevichi che certo non le faceva onore. Per i pochi istanti che parlò, scambiò giusto qualche battuta su questioni da nulla; ma proprio mentre era seduta di fianco a me, con le gambe accavallate e le mani gentilmente assopite sul proprio grembo, un raggio di luce del lampadario principale illuminò il suo volto, uno dei suoi occhi, regalandomi uno spettacolo che la mia fantasia poetica elaborò immediatamente in strofe così spontanee che quasi ne rimasi impietrito. Temendo di scordare la concatenazione dei versi e delle rime, al principio della rappresentazione, protetto dal buio, scrissi nascostamente poche righe convulse sul mio taccuino, in modo da serbare la traccia di ciò che poi avrei dovuto plasmare in poesia. Ed ecco il risultato.

Colpito ‘l suo occhio da men forte luce
Un vortice di passion m’avvolge
Ché quell’iride, amato, su ‘l nero si riduce
E chi vi guardi la mia alma vi scorge.
 
Quel nero profondo coronato d’un vivido iride
Come una seta eterea da angeli tirata
Scopre tutte le immensità vivide
Che convergon ver una prosperità obliata.
 
È un pozzo di passioni e d’illusioni
In cui vago, misero perpetuamente
Cercando mille e mill’altre sensazioni.
 
Un giorno io vedrò sicuramente
In quel loco, un turbinio di tentazioni
A cui, come ora, mi abbandonerò soavemente.
 

Poi il lampadario della sala affievolì per tre volte la propria luminosità: lo spettacolo stava per cominciare e presto il buio avvolse il pubblico, i miei accompagnatori e me, trasportandoci nella magia splendida e portentosa del teatro pregno di Maupassant.

Il destino è ironico. Sempre. Anche Lei appartenenteneva alla Quarta Casa, quella del Cancro; e pure il Suo nome, iniziava per E. Coincidenze diaboliche, ma che in un rapporto da uno a dieci mi hanno portato una gioia e dieci afflizioni.

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S. Èffrena

Autoironia d’uno sconfitto amoroso

15 febbraio 2013
Ella vagava in tutto senza mente.
Ciò fecemi sragionar di lei
Assai che piangevo sì sovente
Stille dal sapor di giubilei.
 
Questo mio cuore, sempre languente
Lamentavasi de ‘l tempo che perdei
Seguendo ella, Chimera ardente
Che ignoravan di carpir pur gli dei.
 
Or, con in mano un pugno di mosche ,
Di scorgermi allo specchio rifuggo
Pur di non scorger ombre losche.
 
E anche il paesaggio, sfuggo;
Poiché le tinte son tanto fosche
Come muro di smorto stucco.
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S. Èffrena, 14 aprile 1996

Spicchio di luna

14 febbraio 2013
Luna lontana,
Spicchio di luna
Triste fontana
Di sopita fortuna.
 
Ne la fiamma infame tutto perisce:
Memorie, sorrisi, paesaggi, intenzioni.
E così lo sguardo s’incupisce
Mentre in fumo cangiano le emozioni.
 
Un’aria di ghiaccio affilato
Taglia la gagliarda ala,
Sopra questo Paese sterminato
Senza colli e senza frana.
 
Cinematiche distorsioni
Tra palazzi e vetri infiniti
Tra sguardi, oblique derisioni,
E giocatori d’azzardo incalliti.
 
Lanterne oscillanti
Profumi di cibo,
Vulcani sognanti
Orizzonte e declivo.
 
Divinità assenti
Tra templi ancestrali.
Mi perdo in momenti
Moderni e tribali.
 
Vorrei cadere a terra bocconi:
La fatica orrenda e distratta
Mi fiacca, senza testimoni
Che non sian muri e terra piatta.
 
Luna lontana,
Verso d’urna
Nuova fontana
Tra gufo e coturna.
 
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S. Èffrena, 14 febbraio 2013