Quando lo scienziato in bianco e nero divenne cinico

Da qualche giorno la mia vita si svolgeva dentro un’atmosfera d’indefinibile incertezza. Nessun coraggio, o sollecitudine poteva allontanarmi dal timore di controllare la cassettina della posta. Un timore doppio e opposto. Temevo sì di trovarla vuota ma, al contempo, di scorgervi la lettera fatidica dal contenuto atroce. Trascorrevo intere giornate nella palpitazione del dubbio, indovinando, dai rumori della strada, il passaggio delle vetture di posta o l’incedere attento del portalettere. Immaginavo il cigolio della cassetta ramata, che inevitabilmente mi avrebbe annunciato il deposito di nuove missive. Allora escogitavo ogni espediente per ignorare i rumori, riconducendoli ad altri consimili, ma sempre nella trama dell’inganno e in un rinvio illusorio.

In quei giorni lavoravo di buona lena, tuttavia. Quando il meccanismo perfetto della prosa che andavo a concludere fu infine rodato – era una mattina solare, nonostante il calendario segnasse gennaio – mi decisi ad affrontare l’inevitabile: erano oramai quattro giorni che scartavo la cassetta delle lettere, come se essa non esistesse. Avevo proibito anche alla domestica di controllare o di avvisarmi in merito.

Aperto lo sportellino, giacevano due buste, color avorio; il suggello era di Casa G., nessun dubbio in merito. Aprii la prima; aprii la seconda. Leggevo con gli occhi della mente. I miei occhi, quelli veri, tardavano a decifrare i caratteri, le parole, le frasi, il significato, infine. Rimanevano indietro, ma la mente aveva già elaborato e compreso; la sentenza si era mostrata, implacabile.

Una volta, facendo visita a mio padre presso il suo ufficio, egli si sorprese vedendomi sbiancare d’improvviso quando mi annunciò che alcune irregolarità erano emerse a proposito di certi documenti pubblici. In quella circostanza sentii il sangue abbandonare il mio volto, effettivamente, come un’onda opposta, dopo la risacca violenta, nel promontorio. Forse è così che l’anima abbandona il corpo al momento del trapasso? Come una marea svanita d’improvviso?

Ma per le due lettere fu diverso; l’inferno doveva ancora mostrare il suo aspetto più tetro. Un forte calore salì  su per il dorso; un calore strano, rampante come un artiglio infallibile. Poi il cuore cominciò la pulsazione irrefrenabile e il fiato si perse nei polmoni, facendosi corto e diseguale. Mi portai una mano alla fronte, accostandomi alla muratura freddissima. Infine il sangue avvampato, ricadde indietro, lasciando sul mio viso, di sicuro, l’espressione cerea di certi cadaveri che si vedono rappresentati nei manoscritti medievali. Barcollando e trascinandomi tornai nel mio studio, abbandonandomi immoto sulla poltrona che, di solito, offrivo agli ospiti e che mai avrei voluto occupare in circostanze normali.

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