Dal ‘Solus ad solam’

Trascrivo una parte del Solus ad Solam, il libro diario in cui d’Annunzio raccolse le drammatiche vicende che investirono la sua storia d’amore con “Giusini”, forse l’unica donna che ha fatto diventare mezzo matto il Vate.

La vicenda qui di seguito principia da quando la donna scappa dalla casa di Gabriele per tornare a Firenze in preda ad un grave stato di confusione. E il suo innamorato, il suo amico, presentendo i contorni della tragedia, si adopera per scovarla, contattarla e raggiungerla.

S. Èffrena
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[…]
Ebbi poco dopo il telegramma, l’ultimo, che m’è caro come l’ultimo sospiro, d’una morente. Fu fatto il sei di settembre, domenica, alle ore 14,30. È segnato con la parola segreta e divina:

«Muoio di dolore e di amore. Vieni vieni vieni per pietà. Alis».
Il primo impeto fu di correre sùbito a Firenze. La macchina non era pronta: aveva un guasto al magnete. Bisognava ripararla. Dalle quattro alla sera ti mandai altri tre telegrammi, tutti di passione e di consolazione, perché tu fidassi in me, perché tu mi attendessi.
La mattina dopo, ti chiamai ancóra al telefono. Un amico che mi accompagnava, Pascal, quello che tu conoscesti a Roma nei giorni vittoriosi della Nave (te ne ricordi?), si sbigottì vedendomi escire dalla cabina pallidissimo. Tutta l’anima mia tremava di terrore.
Ti avevo chiesto se tu avessi ricevuto i telegrammi. Tu mi rispondesti che non li avevi letti, che li avevi strappati senza leggerli, che avevi udito nella notte una vettura passare… A traverso la distanza il soffio della follia mi ventò sul viso e m’agghiacciò.
— Perché non li hai letti?
Rispondesti:
— Non so, non so… Ho la testa debole! La testa mi va via…
Ti domandai:
— Per odio contro di me?
Rispondesti:
— No, no… Che ho fatto? Perché l’ho fatto? Sei stato a Roma?
Io dissi, stretto dall’orrore:
— A Roma? Non sai che sono qui? Aspettami. Parto sùbito. Non vuoi vedermi?
E tu:
— Come potrei vederti? Sono stata tanto lontana, tanto lontana… Dove sono? Non so nemmeno dove sono…
Ti chiesi:
— Sei uscita? Quando?
Rispondesti:
— No, mai. Non sono uscita mai.
Ti gridai:
— Parto sùbito. Fra tre ore sono con te. —
Non udii altro perché la conversazione fu interrotta.

Da quel momento l’ambascia non ebbe tregua. Non respiravo più; mi pareva che non avrei potuto più respirare se non su la tua bocca riarsa dalla voce della follia.
Sospingevo la macchina con la mia volontà protesa, su per l’erta. A ogni rallentamento mi mancava il cuore. Eravamo a pochi chilometri da Covigliaio, verso le tre. E, come nella mattina di Compiobbi, la malvagia sorte arrestò d’un tratto la corsa. Sentii che il motore non pulsava più; e mi parve che cessasse il mio palpito.
Eravamo fermi su la strada. Ogni tentativo fu vano. Passò per caso una vettura di posta: mi feci portare sino a Covigliaio per chiedere soccorso. Erano già le cinque; e la mia ansietà cresceva intollerabilmente. Tornai indietro con un meccanico addetto all’albergo. Dopo un’ora di lavoro, la macchina ricominciò a camminare. Fatto un chilometro appena, si fermò nuovamente. Mi prese una disperazione frenetica.
La strada era solitaria. Il tempo era lento. Il giorno si consumava. Una grande serenità era nel cielo e su la montagna. Tutte le cime si doravano, e le ombre si facevano quasi rosee. La luna trasparente saliva nell’oro. O bellezza di settembre! Bellezza della vita! Felicità dell’estrema estate!
Tu dov’eri? Che facevi? M’aspettavi? La mia passione empiva l’universo: poteva inebriarti e inebriarmi assai più che nelle più alte ore del passato. E perché dunque il presentimento poneva in me quell’orribile tremito? Tu dov’eri?
Lo spettacolo della montagna diveniva d’attimo in attimo più dolce: aveva qualcosa di carnale, qualcosa di femineo, una mollezza di corpi ignudi in lunghe vesti diafane, forme di fuoco roseo a traverso tuniche violette e azzurrine…
Come ti dirò il volo del mio desiderio verso di te? Soffrivo della tua anima fino a quel punto; e in quel punto soffrivo della tua carne. Come nella mattina di Compiobbi, il mio più puro dolore cercava la tua bocca.
Pensavo: «Comunque, arriverò. La chiamerò. Verrà nel chiostro verde. Farò il miracolo. La strapperò a tutti i fantasmi spaventosi. La prenderò nelle mie braccia. L’addormenterò con le mie carezze. La terrò per tutta la notte contro il mio petto».
Rivedevo il tuo piccolo viso di sabato, il tuo viso stanco e smorto. Riavevo nel sangue la voluttà che ti avevo chiesta là sul divano e che tu mi avevi data come un sogno…
E il tempo passava e la luce diminuiva; e gli sforzi per sanare la macchina ferita erano vanissimi.
Dov’eri tu? Mancava mezz’ora alle sette.

Dopo lo seppi. Eri sulla scalinata di San Firenze, con atti e gesti di folle: entravi nella chiesa.
Come avrei potuto giungere alla città? Ormai la speranza di riattivare il motore era perduta. Stavo in ascolto, per scoprire se qualche automobile si avvicinasse, quando in fatti udii il romore singolare.
Ero salvo! Riconobbi la vettura di un amico, di Romeo Gallenga, carica di gente. Gli chiesi aiuto. Da prima il suo meccanico si unì al mio per fare qualche tentativo. Ma, come cadeva la sera e la mia ansietà era divenuta insostenibile, pregai l’amico di portarmi a Firenze comunque. Mi feci posto alla meglio; e ripartimmo lasciando su la strada la macchina ferita, con Silvio e con Edoardo ai quali promisi di mandare il soccorso da Covigliaio.
Filammo su Firenze, senza altri indugi. Faceva freddo. Eravamo tutti stretti l’un contro l’altro e silenziosi.
Non so perché sentivo che ogni minuto aveva un’importanza incalcolabile e che correvo verso un destino inevitabile. Sì, ogni minuto aveva il suo peso; e nei pressi di Pratolino ne perdemmo dieci per accendere i fanali! Quei dieci minuti di sosta mutarono la sorte. Se io fossi giunto dinanzi alla mia porta dieci minuti prima, ti avrei trovata, ti avrei difesa, ti avrei ricoverata, forse ti avrei salvata.
[…]

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