Il cavaliere senza nome

Quella domenica il Regno avrebbe assistito ad un evento tanto raro quanto commovente.
Pochi giorni prima, nel bosco, era stato rinvenuto il corpo di un cavaliere sconosciuto; nessuno dei fregi della sua corazza e alcuna delle bardature del cavallo erano in qualche modo riconducibili a quelli utilizzati dalle truppe reali.
Certo, questo era l’aspetto meno strano. Erano invece veramente inquietanti le circostanze del ritrovamento; infatti, mentre un’unità di frontiera assicurava l’integrità delle zone di confine, d’improvviso si avvide del corpo di un cavaliere, il suo cavallo e ciò che restava delle armi.
Solo una forza di incalcolabile malvagità avrebbe potuto ottenere un risultato di tale devastante portata: il cavallo, già parzialmente corrotto dalla morte, appariva letteralmente sventrato, dalla coscia sino al morso; pare che non vi fosse più traccia degli organi interni, mentre gli occhi rimanevano aperti, ghiacciati verso qualcosa di indefinibile.
Su di una quercia secolare stava invece conficcata, sino all’elsa, una spada a due mani dalla foggia nobile ed elegante ma di certo temibile per forgiatura. Gli esperti d’armi del Re non potevano realizzare in quale modo l’arma avesse potuto trafiggere così profondamente quel tronco secolare, senza spezzarsi e senza deformarsi. Nemmeno il più robusto dei campioni del Regno avrebbe potuto compiere la stessa impresa senza rischiare di rompere la spada o di ferirsi seriamente.
Eppure, quelle spoglie erano integre. Pur avendo attaccato al braccio i lacci dello scudo orribilmente deformato, nulla in lui faceva presagire una morte violenta se non, forse, la postura eroica del corpo immobile, reclinato nell’estremo gesto di levarsi in piedi ancora una volta.
I soldati risolsero di trasportare cautamente quei tristi resti nella capitale, permettendo che giusti onori venissero tributati a chi in qualche modo aveva perduto la vita valorosamente.
Nella città si sparse rapidamente la voce che un cavaliere era stato ritrovato nel bosco e ben presto gli abitanti giunsero in massa nella piazza principale per assistere alle cerimonie e per vedere quel corpo che si diceva prodigioso.
E infatti non veniva corrotto dagli eventi. Adagiato su di un cuscino viola, oblungo, era lì l’emblema della vita: espressione serena, capelli mobili alla brezza leggera di aprile, la mano sinistra ancora sicura nel gesto di serrare l’arma e la destra racchiusa in un gesto di dignità. Se dalla bocca pareva levarsi ancora un ultimo respiro, dagli occhi chiusi sembrava di poter scorgere il leggero umidore che il sonno porta  tra le palpebre.
Stavano osservatori di tutte le età; gli anziani sentivano di aver perso un figlio, i ragazzi tradivano la tristezza per i camerati morti in battaglia e le ragazze provavano lo strazio di aver smarrito il loro promesso amore. Mai su quelle popolazioni era spirato un sentimento più profondo.
Il Re, saggiamente, amministrò una cerimonia sobria ma degna di un principe e poiché i vermi della terra parevano impotenti davanti a quelle carni incorruttibili, decise che una volta all’anno, in aprile, sarebbero stati tributati gli onori a quel simbolo di pace e guerra.
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S. Èffrena

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