Qui giacciono i miei cani – A mio parere

Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra
nel buio senza fine
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
et io potrei farne
la fistola di Pan
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.
 
Gabriele D’Annunzio, ottobre 1935
 ____________________
 

Conosciamo D’Annunzio per come i media, nei decenni, lo hanno tramandato: eroe, vate, poeta, politico, seduttore. Ma, l’Uomo? Questo precoce poeta che, a sedici anni, potè già pubblicare il suo Primo Vere (1879) e avviare così lo slancio per la sua copiosa produzione letteraria, che cosa era in realtà?

***

Sono convinto che questa poesia di drammatica forza introspettiva, rappresenti il vero testamento spirituale e umano di Gabriele D’Annunzio e aiuti a dare una risposta al quesito di cui sopra.
Al contrario di quanto ho scritto a proposito de L’Eternità di Rimbaud, qui i versi sono radicalmente ancorati a ciò che è materiale, alla spesso infima natura umana. E perciò il Poeta delega a queste parole lo spietato compito di annunziare il bilancio di una vita che potrebbe appartenere, in fondo, a chiunque.

Ma, perché i cani? D’Annunzio amava follemente i levrieri; li allevava, curava e teneva sempre in alta considerazione, anche nelle opere. Una volta raccontò di averne ferito uno per disgrazia, con il suo cavallo imbizzarritosi a causa di una carcassa riversa sulla spiaggia; episodio narrato con verace drammaticità, per quanto, a chi scrive qui, abbia suscitato, invero, un sincero scoppio di risa.
Eppure non penso che in questi versi vi sia una sorta di critica improvvisa e negativa ai cani. Già ne Il compagno dagli occhi senza cigli egli, parlando all’amico di infanzia e convittore del Collegio Ciccognini Dario, gli dice che i cani sono oziosi ed infedeli; insomma, in quelle parole già si possono ravvisare alcune delle riflessioni inserite in questa poesia. Ma questo è un espediente per fare fronte a temi e riflessioni più particolari. Il Vate vuole affrontare un percorso più vasto che rasenta la freddezza di un bilancio.

Primi 7 versi

Il poema si apre con una visione lugubre: il sepolcro dei cani. Come un epitaffio, Qui giacciono i miei cani. Ma poi aggiunge che essi sono stupidi, inutili, impudichi e fedeli all’ozio. E questa fedeltà non era per il loro padrone (che si defininisce uomo da poco). Parrebbe che il Poeta, sopravvissuto ai suoi tanti e svariati cani, adesso si renda conto di quanto egli si sia illuso di poterli possedere, amare ed esserne ricambiato.
Ma attenzione: i cani sono allegoria di tutto ciò che un uomo può illudersi avere.

Versi da 8 a 19

Pur morti, ridotti a scheletri, i cani continuano a rosicchiare le ossa; le loro ossa, però. Sono fedeli alla loro natura, questo certamente.
E, D’Annunzio insiste, dice:

rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi

La visione è drammatica, direi sconvolgente. Senza posa i cani continuano il loro lavorìo, corrodendo la sensibilità dell’Autore, facendolo precipitare nell’angoscia.
E queste ossa sono secche, senza midollo, come la bocca dei cani è senza saliva. Le ossa sono così pulite che il Poeta ne potrebbe fare un flauto di Pan, a sette canne.
Pan, dio non olimpico greco, rappresenta il tutto, come parola e D’Annunzio non esita a collegare il tutto alla Morte che tutto avvolge, ultima vincitrice delle umane passioni.

Ultimi 4 versi

E, infine, l’amara constatazione: non è forse l’Uomo stesso, che in culla succhia le proprie dita, durante la maturità possiede quello che può, della vita e poi… forse finisce come quei cani, che rosicchiando ossa vuote? Allora ecco che ogni uomo, in conclusione, è il cane del suo nulla.

D’Annunzio ha gettato una maschera che, in un modo o nell’altro si era attribuito e gli avevano voluto attribuire. Con questi versi spazza via l’idilliaca Pioggia nel pineto, il Primo Vere e la dolcezza degli innamoramenti cantati nelle sue poesie giovanili successive.

Il Pineto semmai è, in definitiva, il sepolcro ove giacciono i suoi cani.

______________________

S. Èffrena

Annunci

Tag: , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...