Il dolce sonno o l’Addormentatrice (1889) *

L’Endormeuse» è stato scritto nel 1889. Il racconto comparve con il titolo «L’Endormeuse» su L’Èco de Paris del 16 settembre 1889 e fu ripubblicato varie volte nell’anno seguente anche col titolo «L’Endormeuse ou le doux sommeil» su La vie populaire, su La revue pour tous, sul supplemento di La Lanterne. Poiché il racconto non è stato edito in volume durante la vita di Maupassant, si è utilizzato il testo dell’ultima pubblicazione.

______

La Senna si stendeva davanti alla mia casa, senza una ruga, verniciata dal sole del mattino. Era una larga, bella, lenta distesa di argento fuso, qua e là chiazzata di porpora. Dall’altra parte del fiume, grandi alberi schierati componevano lungo tutta la sponda una verde muraglia.
La sensazione della vita che ricomincia ogni giorno, della vita fresca, gaia, amorosa, fremeva tra le foglie, palpitava nell’aria e vibrava sull’acqua.
Presi i giornali che il postino aveva portato proprio allora e me ne andai a passi lenti proprio sulla riva per leggerli.
Nel primo che aprii trovai queste parole: «Statistiche dei suicidi» e seppi che, in quell’anno, più di 8500 uomini si erano uccisi.
Li vidi subito! Vidi quel massacro orrido e volontario di disperati stanchi di vivere. Vidi uomini sanguinanti, la mascella sfracellata, il cranio sbriciolato, il cuore traversato da un proiettile, che agonizzavano lentamente, soli in una cameretta d’albergo, dimentichi della loro ferita, col pensiero fisso alla propria infelicità.
Ne vidi altri, la gola tagliata o il vente squarciato, che reggevano ancora in mano il coltello da cucina o il rasoio.
Altri ne vidi, seduti davanti a un bicchiere nel quale sono immersi dei fiammiferi, o davanti ad una fiala con l’etichetta rossa.
Guardavano quegli oggetti con occhi fissi, senza muoversi; poi bevevano, poi aspettavano; poi una smorfia incavava le loro guance, torceva le loro labbra; lo spavento stralunava i loro occhi, perché essi non sapevano che si soffre tanto prima della fine.
Si alzavano, si fermavano, cadevano a terra, si comprimevano il ventre con ambo le mani, si sentivano gli organi arsi, i visceri rosi dal fuoco del veleno, prima che il loro pensiero fosse soltanto oscurato.
Altri ne vidi impiccati a un gancio del muro, alla spagnoletta della finestra, a un anello del soffitto, a una trave del solaio, al ramo di un albero sotto la pioggia della sera. E indovinavo tutto qello che avevano fatto prima di trovarsi là, immobili, con la lingua penzoloni. Indovinavo la loro angoscia, le loro ultime esitazioni, i loro movimenti per legare la corda, per provare se reggeva bene, e li vedevo passarsela intorno al collo e lasciarsi cadere.
Ne vidi altri coricati su squallidi letti, madri coi loro figlioletti, vecchi morenti di fame, ragazze straziate da pene d’amore, irrigiditi, soffocati, asfissiati, mentre in mezzo alla camera fumava ancora un braciere.
E ne vidi che passeggiavano nella notte sui ponti deserti. Erano i più tetri. L’acqua scorreva sotto le arcate con un rumore fiacco. Non la vedevano… la indovinavano aspirando il suo odore gelido! La desideravano e la temevano. Non avevano coraggio! Le ore sonavano lontano a qualche campanile e improvvisamente, nel vasto silenzio delle tenebre, si udivano, presto soffocati, il tonfo di un corpo nel fiume, qualche grido, uno sciacquio d’acqua battuta con le mani. A volte non si udiva se non il plaf della loro caduta quando si erano legati le braccia o si erano attaccato un sasso ai piedi.
Povera gente! povera gente! povera gente! Come ho sentito la loro angoscia, come sono morto della loro morte! Ho attraversato tutte le loro miserie, ho sofferto in un’ora le loro torture. Ho conosciuto tutti i dolori che li hanno portati a quella terribile meta: perché nessuno quanto me sente l’infamia ingannatrice della vita.
Come li ho capiti coloro che, deboli, perseguitati dalla sfortuna, abbandonati dai loro cari, tratti dal sogno di una tardivia ricompensa, dall’illusione di un’altra esistenza nella quale Dio finalmente diverrebbe giusto, dopo essere stato crudele, e disingannati dei miraggi della felicità, non aspettano più nulla e vogliono mettere fine a questo perpetuo dramma, a questa commedia vergognosa.
Il suicidio! Ma è la forza di coloro che non hanno più forza, la speranza di coloro che non sperano più, è il sublime coraggio dei vinti! Sì, c’è almeno una porta in questa vita, la possiamo aprire quando vogliamo e passare dall’altra parte! La natura ha fatto un gesto di pietà: non ci ha imprigionati. Grazie per i disperati!
Quanto ai semplici delusi, continuino pure la loro strada, l’anima libera e il cuore in pace. Essi non hanno nulla da temere: Perché possono andarsene, perché dietro ad essi c’è sempre questa porta che gli dèi sognati non possono neanche chiudere.
Pensavo a quella folla di morti volontari: più di ottomilacinquecento in un anno. E mi sembrava che si fossero riuniti per rivolgere al mondo una preghiera, per formulare un desiderio, per chiedere qualche cosa, da attuare più tardi, quando si capirà meglio.
Mi pareva che tutti quei suppliziati, quegli sgozzati, quegli avvelenati, quegli impiccati, quegli asfissiati, quegli annegati, se ne venissero, orda spaventosa, come cittadini che si recano a votare, per dire alla società: «Concedeteci almeno una morte quieta! Aiutateci a morire, voi che non ci avete aiutato a vivere! Vedete, noi siamo tanti, abbiamo il diritto di parlare, in questi giorni di libertà, di indipendenza filosofica e di suffragio popolare. Fate a coloro che rinunciano alla vita, l’elemosina di una morte che non sia né ripugnante né spaventosa».

Cominciai ad avere incubi: il mio pensiero collegava quelle morti a fantasticherie strane e misteriose.
Mi parve di essere, a un tratto, in una bella città. Era Parigi; ma in quale epoca? Camminavo per le strade guardando le case, i teatri, gli edifici pubblici ed ecco, in una piazza, vidi un grande edificio molto elegante, civettuolo, grazioso.
Stupii, perché sulla facciata era scritto a lettere d’oro:
«Opera della morte volontaria».
O stranezza dei sogni fatti da svegli, quando lo spirito spicca il volo in un mondo irreale e possibile! Niente stupisce, niente urta; e la fantasia sbrigliata non distingue più il comico dal lugubre.
Mi avvicinai a quell’edificio: alcuni valletti in calzoni corti erano seduti nel vestibolo, davanti al guardaroba, come nell’entrata di un circolo.
Entrai per vedere. Uno dei valletti si alzò e mi domandò:
«Desidera , signore?»
«Desidero sapere cos’è questo luogo».
«Nient’altro?»
«No davvero».
«Allora vuole che l’accompagni dal segretario dell’Opera?»
Esitavo. Domandai ancora:
«Ma non lo disturberò?»
«Oh no, signore, egli è qui per ricevere le persone che desiderano informazioni».
«Andiamo, vi seguo».
Mi fece attraversare dei corridoi dove alcuni vecchi signori conversavano: poi mi introdusse in un bello studio, un po’ scuro, ammobiliato in legno nero. Un giovanotto grasso, panciuto, scriveva una lettera fumando un sigaro il cui aroma mi rivelò la sua eccellente qualità.
Si alzò, ci salutammo e quando il valletto se ne fu andato domandò:
«In che cosa posso servirla?»
«Scusi la mia indiscrezione», gli risposi. «Non avendo mai veduto questo edificio. Le parole scritte sulla facciata mi hanno meravigliato assai; desidererei sapere ciò che si fa qui».
Sorrise prima di rispondere; poi, sottovoce, con aria soddisfatta:
«Oh Dio, signore, uccidiamo coloro che desiderano morire pulitamente e dolcemente, oserei quasi dire gradevolmente».
Non fui troppo turbato, perché la cosa mi parve davvero naturale e giusta.
Ero soprattutto stupito che su questo pianeta dominato da idee basse, utilitarie, umanitarie, egoiste e coercitive di ogni vera libertà, si fosse riusciti ad attuare una simile impresa, degna di una umanità emancipata. Soggiunsi:
«Come ci siete riusciti?».
Il giovanotto grasso rispose:
«Signore, il numero dei suicidi si è talmente accresciuto negli ultimi cinque anni dopo l’Esposizione universale del 1889 che è diventato urgente provvedere. La gente si uccideva nelle strade, nelle feste, nei ristoranti, a teatro, nei treni, nei ricevimenti del Presidente della Repubblica, dappertutto. Non era soltanto un brutto spettacolo per color che amano vivere bene come me, ma anche un cattivo esempio per l’infanzia. È stato necessario perciò centralizzare i suicidi».
«Quale la ragione di questa recrudescenza?»
«Non lo so. In fondo credo che il mondo invecchi. Si comincia a veder chiaro e si accetta male la propria sorte. Oggi il destino è come il Governo: si sa di che si tratta, si constata che si è infinocchiati dappertutto, e si tira via. Quando si riesce a riconoscere che la Provvidenza mente, truffa, ruba, inganna gli uomini, come un semplice deputato i suoi elettori, ci si irrita, e poiché non se ne può nominare un’altra ogni tre mesi, come facciamo per i nostri rappresentanti al parlamento, si abbandona questo luogo veramente troppo inospitale».
«Davvero?»
«Oh, io per me non mi lamento».
«Mi vuole dire come funziona la vostra Opera?»
«Volentieri. Lei può daltronde farne parte quando le piacerà. È un circolo».
«Un circolo?»
«Sissignore; fondato dagli uomini più eminenti del paese, dalle menti più elette, dalle personalità più in vista».
Aggiunse, ridendo di cuore:
«E le assicuro che ci si sta benissimo».
«Qui?»
«Si, qui».
«Lei mi sbalordisce».
«Oh Dio! Ci si sta molto bene perché i membri del Circolo non hanno quella paura della morte che rovina tutte le gioie della vita».
«Ma allora, perché sono membri di questo circolo se non si ammazzano?»
«Si può essere membri del Circolo denza avere l’obbligo di ammazzarsi».
«Ma allora?»
«Mi spiego. Davanti al numero smisuratamente crescente di suicidi, davanti all’orrido spettacolo che essi davano, si è formata una società di pura beneficenza, protettrice dei disperati, che ha messo a loro disposizione una morte calma e senza dolore, sebbene non imprevista».
«Chi mai ha potuto autorizzare un simile istituto?»
«Il generale Boulanger, durante la sua breve permanenza al potere. Egli non sapeva rifiutare nulla. Del resto non ha fatto che questo di buono. Dunque: Si è formata una società di uomini chiaroveggenti, delusi, scettici, che hanno voluto costruire in pieno centro di Parigi una specie di tempio del disprezzo della morte. In principio questa casa fu temuta e nessuno si voleva avvicinare. Allora i fondatori che vi si riunivano organizzarono una grande serata di inaugurazione con Sarah Bernhardt, Judie, Theò, Granier e tanti altri; de Reské, Coquelin, Mounet-Sully, Paulus ecc. Poi dei concerti, delle commedie di Dumas, di Meilhac, di Halévi, di Sardou. Abbiamo avuto un solo fiasco, un lavoro di Becque che è sembrato triste ma che in seguito ha avuto un grandissimo successo alla Comédie Française. Insomma tutta Parigi è venuta. Diventò una moda!»
«In mezzo alle feste! Che burla macabra!»
«Niente affatto. Non è necessario che la morte sia triste, bisogna che sia indifferente. Noi l’abbiamo resa gaia, l’abbiamo infiorata, l’abbiamo profumata, l’abbiamo resa facile. Si impara a soccorrere con l’esempio. Come vedrà, la morte non è nulla».
«Capisco che la gente sia venuta per i festeggiamenti; ma poi è venuta per… Lei?»
«Non subito, si diffidava».
«E più tardi?»
«Sono venuti».
«Molti?»
«In massa. Ne abbiamo più di quaranta al gorno. Non si pescano più annegati nella Senna».
«Chi è stato il primo?»
«Un membro del Circolo».
«Un cattolico?»
«Non credo. Un annoiato, uno squattrinato che in tre mesi aveva perduto somme enormi al baccarà».
«Davvero?»
«Il secondo è stato un inglese, un eccentrico. Allora abbiamo fatto delle pubblicità sui giornali, abbiamo spiegato il nostro metodo, abbiamo inventato alcuni tipi di morte suscettibili di attirare. Ma l’affluenza di massa l’abbiamo coi poveracci».
«Come operate?»
«Vuole visitare? Intanto le spiegherò».
Prese il cappello, aprì la porta, mi fece entrare in una sala da giuoco ove alcuni uomini giocavano come si gioca in qualsiasi bisca. Attraversò quindi diversi saloni. Vi si chiaccherava animatamente, allegramante. Di rado avevo veduto un circolo così vivo, così animato, così allegro.
Poiché manifestavo una certa quale meraviglia:
«Oh!», riprese a dire il segretario, «la nostra Casa ha un successo inaudito. Tutta la gente elegante del mondo intero ne fa parte, per mostrare che disprezza la morte. Poi, quando sono qui, si credono obbligati a mostrarsi allegri, per non sembrare spaventati. E si divertono, ridono, scherzano, fanno gli spiritosi e riescono a diventarlo. Certamente oggi è il Circolo meglio frequentato e più divertente di Parigi. Anche le donne cercano in questo modo di creare una sezione per loro».
«E malgrado ciò avete molti suicidi nella vostra Casa?»
«Come le ho detto, circa quaranta o cinquanta al giorno. Gli uomini di mondo sono rari, ma i poveri diavoli abbondano. Anche la classe media dà una buona percentuale».
«E come fate?»
«Per asfissia… Un’asfissia dolcissima!»
«Con quele procedimento?»
«Un gas di nostra invenzione. Brevettato. Dall’altra parte della casa, ci sono le entrate per il pubblico. Tre piccole porte che danno su viuzze. Quando un uomo o una donna si presentano, si comincia con l’interrogarli; poi offriamo soccorso, aiuti, protezioni. Se il cliente accetta, facciamo un’inchiesta e in questo modo ne abbiamo salvati parecchi».
«Dove trovate il denaro?»
«Ne abbiamo molto. La quota dei soci è molto alta. Poi è di buon gusto fare delle donazioni alla nostra Casa. I nomi degli offerenti sono pubblicati nel Figaro. E ogni suicidio di uomo ricco costa mille franchi. Costoro muoiono in posa. I suicidi dei poveri sono gratuiti».
«Come riconoscete che sono poveri?»
«Oh! Oh!, caro signore, ce ne accorgiamo a prima vista. E poi devono portarci un certificato di povertà rilasciato dal commissariato di polizia del loro quartiere. Se lei sapesse come è lugubre il loro ingresso in questa casa! Ho visitato una volta sola quella parte del nostro stabilimento, ma non ci tornerò mai più.
Il locale è uguale a questo, quasi altrettanto lussuoso e confortevole: ma… Loro! Se lei li vedesse arrivare, i vecchi cenciosi che vengono a morire, gente che crepa di miseria da mesi e mesi, nutrita ai cantoni delle strade, come cani randagi; donne coperte di stracci, scarnite, malate, paralizzate, incapaci di procurarsi da vivere e che dicono dopo averci raccontato la loro storia: “Capite bene che non è possibile continuare, perché non posso più fare nulla né guadagnare nulla, io!”.
Ne vidi arrivare una di ottantasette anni che aveva perso tutti i figli e i nipoti, e che da sei settimane dormiva all’aperto. Sono stato male per la pena. Poi abbiamo tanti casi diversi, senza contare coloro che non dicono niente e semplicemente domandano: “Dov’è?”.
Allora li facciamo entrare e la faccenda è sbrigata in un baleno».
Dissi a mia volta, con una stretta al cuore:
«E… Dov’è?»
«Qui».
Aprì una porta e aggiunse:
«Entri: è il reparto riservato ai soci del circolo, quello che funziona di meno. Abbiamo avuto sinora solo undici annientamenti».
«Ah, voi chiamate ciò, un… annientamento?»
«Sì, signore; entri».
Ero incerto. Infine entrai. Era un piacevolissimo locale, una specie di serra, dove vetrate di un azzurro pallido, di un rosa tenero, di un verde sbiadito circondavano praticamente degli arazzi. C’erano in quel grazioso salotto divani, palme sontuose, fiori olezzanti, rose soprattutto, libri sui tavoli, la Revue des Deux Mondes, e, ciò che mi sorprese, delle pasticche di Vichy in una scatola.
Poiché me ne mostravo meravigliato:
«Vengono spesso a conversare qui», disse la mia guida.
«Le sale per il pubblico», continuò, «sono come questa, ma mobiliate più semplicemente».
Indicò col dito una poltrona a sdraio, coperta di crespo di Cina color crema, a ricami bianchi, sotto una grande pianta di specie ignota, intorno alla quale si arrotondava una piccola aiuola di reseda.
Con voce più bassa il segretario soggiunse:
«Si cambia a volontà il fiore e il profumo, perché il nostro gas, del tutto impercettibile, dà alla morte il profumo del fiore preferito. Lo vaporizziamo mischiandolo alle essenze. Vuole aspirarlo per un secondo?».
«Grazie», gli dissi reagendo, «non ancora».
Si mise a ridere:
«Oh! signore, non c’è alcun pericolo. L’ho provato io stesso più di una volta».
Per non passare da vigliacco, dissi:
«Volentieri».
«Si stenda sull'”Addormentatrice“».
Un po’ preoccupato mi sedetti sulla poltrona coperta di crespo di Cina, stesi le gambe e quasi subito fui avvolto da un delizioso profumo di reseda. Aprii la bocca per aspirarlo meglio, perché la mia mente già s’intorpidiva, dimenticava, assaporava nel primo turbamento dell’asfissia, l’ebrezza affascinanate di un oppio incantatore e fulminante. Fui scosso per le braccia:
«Oh! Oh! Signore», diceva ridendo il segretario, «mi sembra che lei si lasci prendere dal dolce sonno».

Ma una voce, una vera voce, e non più quella delle fantasticherie, mi salutava con accento campagnolo:
«Buongiorno, come va?»
Il sogno era finito. Vidi la Senna chiara sotto il sole, e la guardia campestre del paese che arrivava da un sentiero, e alzava la destra in segno di saluto, al suo berretto nero gallonato d’argento. Risposi:
«Buongiorno, Marinel. Dove ve ne andate?»
«A fare un sopralluogo: un annegato che hanno ripescato presso i Morillons. Un altro ancora che si è buttato in acqua. Si era anche tolto i calzoni per legarsi le gambe».

Guy de Maupassant

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Una Risposta to “Il dolce sonno o l’Addormentatrice (1889) *”

  1. stelioeffrena Says:

    Potrebbe essere un buon sistema per risolvere il problema della disoccupazione.

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