Archive for novembre 2012

Revue des deux mondes – Rimbaud pilleur d’épaves? *

25 novembre 2012

Ho tradotto, per quanto mi consente la mia reminiscenza del francese, un articolo pubblicato il 6 settembre 2012 su la Revue des deux mondes. Parla di Rimbaud e di una sua ipotetica presenza in Aden prima del 1880.
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* À propos de deux lettres conservées par le musée-bibliothèque Arthur Rimbaud.

Ci sono tante leggende che corrono su Rimbaud, riferite all’anno 1878, durante il quale non è chiaro quale fosse esattamente la vita dell’ex-poeta. Una di queste voci ha cominciato a circolare alla fine del 1920, sostiene che Rimbaud era un cacciatore di relitti presso Capo Gardafui, situato alla punta del Corno d’Africa, nel Golfo di Aden.

Jean-Jacques Lefrère ne ha parlato in un volume di recente pubblicazione (Sur Arthur Rimbaud. Correspondance posthume 1901-1911, Fayard, 2011):

Nel suo volume Lettere della vita letteraria di Arthur Rimbaud, Jean-Marie Carré pubblicò la lettera che gli aveva inviato ad Algeri, il 27 luglio 1928, un uomo di nome Émile Deschamps, che si è detto «quasi certo» di aver conosciuto Rimbaud nel 1878 ad Aden, dove era dipendente di una agenzia di spedizioni. Secondo Deschamps, Jules Suel, proprietario dell’Hotel de l’Univers, ad Aden, aveva ingaggiato Rimbaud a Port Said per partecipare a «una spedizione di saccheggio dove un’imbarcazione diretta a Gardafui era affondata». In genere questi relitti venivano depredati dalla stiva sino al ponte dai somali che scambiavano i beni della nave in cambio della vita dei passeggeri, sopravvissuti all’annegamento ma tenuti prigionieri. Deschamps ha affermato di aver visto Rimbaud tra i componenti di un piccolo gruppo organizzato per questo tipo di operazioni, presso l’hotel Suel (cioè l’Hotel de l’Universe):

«Saranno stati tre o quattro, credo, seduti in circolo, da un lato, all’ingresso dell’hotel ogni sera, mentre io ero con gli amici dall’altra parte. Non davo importanza a  queste povere persone, davvero miserabili; ma uno, che era curvo e più alto degli altri me lo ricordo bene perché gesticolava molto: sarebbe stato difficile non notare questa caratteristica. C’era in quel gruppo, un Arthur Rimbaud, e ho sempre pensato che fosse proprio il poeta».

La cronologia ben concilierebbe un soggiorno a Aden di Rimbaud o a Capo Gardafui in questo momento della sua vita? Avrebbe materialmente avuto il tempo di visitare queste regioni tra il suo sbarco ad Alessandria e la partenza per Cipro? Più tardi, Maurice Ries, negoziante che aveva conosciuto Rimbaud ad Aden e Marsiglia, ha scritto al suo vecchio amico Deschamps (lettera poi trasmessa a Jean-Marie Carré): «Tu ti sbagli. Mai. Rimbaud [non] è stato impiegato da Suel, tantomeno come operaio nel Golfo di Aden» (lettera del 15 marzo 1929) .

Lettere di Émile Deschamps a Jean-Marie Carré

Algeri, 27 luglio 1928

Mi dispiace di avere risposto così in ritardo alla vostra missiva, ma la mia salute è così precaria che non posso dedicarmi appieno a tutti i miei affari. Il vosrto lavoro La vita avventurosa di Jean Arthur Rimbaud mi ha interessato molto. Che esistenza stravagante! Ne sono abbastanza sicuro, anche se sto cercando la conferma dei miei ricordi presso i miei vecchi amici a cui ho scritto, già senza successo, un anno fa. Io sono, dico, quasi certo di averlo conosciuto nel 1878, quando ero in Aden nella Agenzia Marittima dove mio ​​padre era a capo della stessa Compagnia. È stato ingaggiato a Suez e a Port Said, da padre Suel, proprio il sig. Suel proprietario dell’Hotel de l’Univers che aveva bisogno di manodopera per organizzare una spedizione di recupero dei beni di un relitto a Cape Guardafui, dove una nave era affondata. Saranno stati tre o quattro, credo, seduti in circolo, da un lato, all’ingresso dell’hotel ogni sera, mentre io ero con miei amici dall’altra parte. Non davo importanza a  queste povere persone, davvero miserabili; ma uno, che era curvo e più alto degli altri me lo ricordo bene perché gesticolava molto: sarebbe stato difficile non notare questa caratteristica. C’era in quel gruppo, un Arthur Rimbaud, e ho sempre pensato che fosse proprio il poeta. Cercherò ulteriori conferme.
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Algeri, 24 Febbraio 1929

Scusatemi per aver lasciato senza risposta la vostra lettera del 21 novembre. Non me ne attribuisca la colpa. Purtroppo gli sforzi per contattare i miei vecchi amici di Aden, se ancora vivi, non hanno avuto successo. Ho parlato anche con il Presidente della Camera di Commercio, ma non mi ha risposto. Ho scritto [a] un cugino, ma per un errore di omonimia, la mia lettera è stata inviata a Parigi. Pertanto nessuna risposta e nessuna novità. Ora sto riprovando a scrivere, ma è quasi certo che i miei amici sono morti.

Ma quale che sia il risultato di questi sforzi, sono certo che Arthur Rimbaud era verso la fine del 1878 ad Aden tra alcuni lavoratori che il signor “padre Suel” aveva ingaggiato nella spedizione di Suez (piuttosto che quella di Port Said) per recuperare i beni della nave affondata in quelle acque. A dire il vero, l’idea che questa persona fosse davvero il vagabondo Arthur Rimbaud, poeta, non è recente. Risale a molto tempo fa, per essere più precisi.

Vi è certamente restato verso la fine del mese di novembre, 1878, ed è stato ad Alessandria a metà dicembre e a Cipro. Trattandosi di vero e proprio saccheggio di relitti, ed essendo la polizia inglese molto più severa della nostra in materia, nessuno ci teneva all’epoca a farsi troppa pubblicità.

Se il mio vecchio amico Ries è ancora vivo, gli manderò una lettera con tutti i dettagli per avere la sua opinione.

Questo è tutto quello che potevo fare e direi che è molto poco. Vogliate accettare, Signore, con i miei rimpianti, i miei più sinceri saluti.
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Il problema sembra essere risolto. Tuttavia, un attento esame delle prove dimostra che Deschamps non ha né sbagliato né immaginato nulla. Infatti:

– Deschamps era di sicuro in Aden in quel lasso di tempo;

– I fatti a cui si riferisce sono reali;

– Egli cita persone che si trovavano in Aden nel 1878.

Nato nel 1857, Émile Deschamps era l’ufficiale medico di Marina; era anche esploratore, con particolare attenzione alla botanica, alla zoologia e alla descrizione delle popolazioni dei molti paesi che ha visitato. Egli non ha certo lasciato grandi tracce nella Storia, ma alcuni dei suoi libri hanno avuto successo (La terra di Vedda, 1886, Su Ceylon, La terra di Afrodite, 1898, Cipro). Nel 1891, ha chiesto al Ministro della Pubblica Istruzione di essere incaricato di una missione di esplorazione. Ed egli cita nella sua lettera, il suo soggiorno a Aden del 1878-1879.

Nel mese di giugno e luglio 1877, due grandi navi naufragarono a Cape Gardafui; erano la  Cashmere e la Meikong (o Mei Kong). L’affondamento della seconda suscitò grande emozione. Secondo George Révoil, altri quattro piroscafi , tra cui il Voltigiern, francese, si erano arenati nella zona tra l’estate del 1877 e il gennaio 1879. Questo promontorio dei naufraghi ha cagionato molte altre vittime. Nel mese di agosto 1880, quando Révoil e Rimbaud erano appena arrivati ad Aden, un dispaccio riferì che una nave a vapore con un carico di più di 900 pellegrini diretti alla Mecca, era andato perso a Gardafui: Quasi tutti i passeggeri sono morti; il capitano, sua moglie, tre ufficiali e 16 indigeni sono stati salvati e portati ad Aden (Le Temps, 12 agosto 1880).

Arrivato ad Aden nella primavera del 1880, Alfred Bardey reclutò un certo Pinchard, uno dei pochi francesi presenti nella regione. Pochi mesi dopo, un altro esule in cerca di lavoro completerà la squadra di Bardey: Arthur Rimbaud. Secondo la testimonianza di Bardey, Pinchard, prima di diventare un suo dipendente, lavorava nel business del recupero dei relitti di Gardafui (che Bardey eufemisticamente chiamò  società di salvataggio):

«(Pinchard) Ex sottufficiale di fanteria, credo, che ha vissuto molto a lungo in Algeria e in Tunisia, anche dopo il servizio militare, e che parlava l’arabo come madrelingua. Gli egiziani non lo credevano francese e lo chiamavano Maugrabi (arabo del Nord Africa). Quando lo ingaggiai per andare ad Harar, per lui era la prima volta, non aveva mai messo piede nella Somalia o  in qualsiasi altra parte dell’Africa orientale. Ha così dovuto smettere di fare parte di una sorta di società di salvataggio che era stata costituita per acquisire i relitti di alcune navi a vapore: Il Cashmere, la Vortigiern ecc., affondate a Cape Guardafui (punta estrema della Somalia).

Nel 1879 Pinchard è stato costantemente vicino ad Aden e ad Alloula Gardafui. È stato il nostro agente ad Harar dalla mia partenza dalla città (primi giorni di ottobre 1880) fino al mio ritorno in marzo 1881, quando dovette partire per l’Egitto per motivi di salute».

Quindi è esistita una organizzazione creata per sfruttare i relitti delle navi. La sua attività ha scatenato addirittura una causa, accesa dalle compagnie di assicurazione ad Aden, di cui gli archivi britannici possiedono gli atti. Non abbiamo trovato tracce di Pinchard in Francia nel consolato di Aden, non era quindi parte dei residenti abituali della città, ed è lecito ritenere arrivò a lavorare sui relitti di Gardafui prima di essere reclutato da Bardey. Al momento dell’arrivo di Bardey Pinchard si trovava presso l’Hotel de l’Univers.

Monsieur Suel, allora, era proprietario e gestore dell’Hotel de l’Univers, ed era impegnato in operazioni commerciali, quali, ad esempio, il finanziamento nel 1885 della famosa spedizione Labatut-Rimbaud, presso Menelik. La veranda dell’albergo era un luogo di incontro, e ci sono ancora foto in cui si vede gente che si siede su delle sedie vicino all’ingresso. Coloro che avevano familiarità con la struttura non la nominavano l’Hotel de l’Univers, ma, come Deschamps dice nelle sue note – Hotel Suel –. In una lettera alla sua famiglia, Rimbaud corregge anche le sue prime parole, Hotel Suel con il nome ufficiale Hotel de l’Univers.

Rimbaud, lettre du 8 mars 1886 (Bibliothèque littéraire Jacques Doucet).

La frase usata da Deschamps – padre Suel – è pure significativa. Un francese che ha vissuto in Aden intorno al 1890, ci spiega in modo singolare: «Il nostro padrone di casa, proprietario del Grand Hotel de l’Univers, è una persona piacevole, con buon umore, un uomo superiore; è per questo che lo chiamiamo tutti “padre Suel”, anche se nessuno al mondo ha mai conosciuto di lui un figlio legittimo».

Le « père Suel » en son l’Hôtel de l’Univers

Il marsigliese Maurice Ries era in quella regione in questo periodo, essendo arrivato nel 1876. Nel 1878 è stato di stanza a Hodeidah, nel Mar Rosso, ma soggiornava regolarmente in Aden, dove risiedeva il suo datore di lavoro, César Tian. Deschamps aveva perso di vista a lungo questo vecchio amico, non sapeva se Ries era ancora in vita, anche se era ormai diventato un importante funzionario ad Aden, dove ricoprì la carica di console di Francia.

Ma nella sua prima lettera, Deschamps, richiama i nomi di altre due persone: Manzoni (discendente del famoso poeta italiano) e Révoil. Nel 1928, questi due esploratori, che si trovavano ad Aden in quella epoca, erano comunque morti da tempo  e dimenticati.

Renzo Manzoni, che non era un figlio, ma il nipote del famoso scrittore, è stato uno dei primi ad esplorare e descrivere Sanaa in Yemen, nel corso di tre viaggi effettuati tra il 1877 e il 1879. Rimase in Aden tra la primavera del 1878 e l’inizio del 1879; in realtà è stato conosciuto di più per le sue disavventure a Lahedj.

Anche George Révoil è stato nella zona, in quell’epoca. Era il suo primo viaggio di esplorazione sulla costa somala, dove sarebbe stato uno dei primi europei a penetrare. Scriverà un libro, Viaggio al Capo di Erbe – il promontorio delle spezie, che non è altro che l’area di Capo Gardafui. Dopo quel primo viaggio (lasciata Aden nel mese di settembre 1878), ne farà a un secondo, a partire sempre da Aden, nel mese di settembre 1879. Nei suoi primi due viaggi Révoil più volte fa riferimento ai naufragi di Gardafui. Nel 1877, l’autore ha incontrato un certo Albert Kerpel (o Kerpell), viaggiatore tedesco, e ha scritto una memoria sulle sue avventure:

«Appartiene ad una società che è stata costituita per impossessarsi del relitto della nave Mei Kong, già saccheggiata dai somali, dopo l’affondamento a Capo Gardafui; Mr. Aden Kerpel parte il 2 Ottobre 1877 […]. Arriva a circa 1 km a sud di Gardafui dove erano i relitti del Mei Kong e del Kashmir. Questa ultima nave è stata perso dopo 8 giorni, e come carico trasportava diamanti di grandi dimensioni».

I relitti di Capo Gardafui quindi sembrano avere eccitato gli animi di avventurieri che lì hanno cercato di cogliere la loro ricchezza. Niente di straordinario quindi che le squadre di recupero occidentali fossero state composte dagli avventurieri, pochi, che si trovavano in quella regione. Niente di straordinario che un uomo controcorrente come Rimbaud potesse essere arruolato in una squadra di quel genere. Per la cronaca, il Mei Kong trasportava anche una collezione unica di arte indocinese che in parte fu recuperata nel 1995.

I ricordi di Deschamps, cinquant’anni dopo, comunque non appaiono notevolmente accurati. Si ricorda certo anche di Manzoni e Révoil, che hanno soggiornato un paio di settimane ad Aden. Ciò non significa però che lui non possa aver inserito elementi immaginari nella sua ricostruzione. Una cosa è certa: la testimonianza di Deschamps merita di essere studiata, perché e più forte di alcune leggende senza fondamento inserite in molte biografie di Rimbaud.

Durante la sua “seconda vita”, Rimbaud sembra essere stato tra coloro che egli ha incontrato. Può quindi essere che Deschamps ricordari questo personaggio che appare in un gruppo un po’ strano di mercenari. Tuttavia, le ipotesi sembrano suggerire che Deschamps avrebbe notato e avrebbe ricordato questo Arthur Rimbaud perché sapeva della sua vita: «C’era nel gruppo, Arthur Rimbaud, e ho sempre pensato era il poeta». Deschamps, a 21 anni, nel 1878, non era ancora in grado di aver potuto partecipare alla Parigi bohemien del 1870. Anche se immaginiamo che egli si è interessato a letteratura a lui contemporanea, è abbastanza improbabile che abbia sentito parlare del poeta prima del 1880 (Verlaine pubblicò il suo studio I Poeti Maledetti nel 1883). E in questo caso, è improbabile che Deschamps sia stato in grado di riconoscere il poeta maledetto tra quei disgraziati che facevano parte della squadra di recupero ad Aden.

Rimane la possibilità che Deschamps abbia fatto confusione con un altro Rimbaud, ad Aden. Infatti, mentre i francesi erano poco più di una dozzina, in città, c’è stato anche un Jean-Baptiste Rimbaud, che ha vissuto a lungo lì. Ma questo altro Rimbaud tuttavia, era impiegato presso l’agenzia marittima come riparatore di navi, non come recuperatore di relitti e ha anche lavorato per Deschamps. Difficilmente quindi Dechamps avrebbe potuto confondersi.

Deschamps potrebbe anche essere stata influenzato da una voce che suggeriva la presenza di Rimbaud a Capo Gardafui. Questo, a nostro avviso, non corrisponde però alla realtà.

Nella sua seconda lettera, Deschamps cerca di fornire la prova delle sue affermazioni. Dopo aver studiato la cronologia dei movimenti Rimbaud, egli conclude che Rimbaud non poteva essere presente a Aden verso la fine del 1878 se non in un periodo estremamente limitato. Afferma poi che sarebbe stato solo “due o tre giorni”, venendo da Suez, piuttosto che da Port Said (Suez è più vicina a quella Aden Port Said); questi sono argomenti seri.

Infatti, se Rimbaud ha preso incarico a Cipro il 16 dicembre è abbastanza inverosimile immaginare, così come Deschamps fa, che l’uomo dalle suole di vento abbia fatto un breve salto a Aden nella prima metà di dicembre. Certo, «durante le prime due settimane del suo soggiorno in Egitto, aveva tempo sufficiente per farlo e delle sue attività non sappiamo nula», ma sembra improbabile che in due settimane Rimbaud potesse viaggiare dall’Egitto ad Aden e da Aden a Cipro sostando un paio di giorni a Gardafui. Ma se esaminiamo l’ipotesi che Deschamps non abbia sognato e abbia realmente visto Rimbaud ad Aden prima del 1880, sembra che allora rimangono solo due possibilità: o Rimbaud è arrivato a Cipro più tardi, oppure Deschamps ha fatto confusione e l’eventuale soggiorno di Rimbaud ha avuto luogo nella primavera del 1878, piuttosto che alla fine dello stesso anno.

La testimonianza di Deschamps non è precisa, ma bisogna comprendere che in effetti le fonti sono davvero poche. Da questo periodo, poco si sa della vita di Rimbaud quasi come se fossero dei “si dice” riportati da Isabelle Rimbaud o Ernest Delahaye, che non sono testimoni perfettamente affidabili e non sapevano cosa Rimbaud realmente facesse. Al tempo delle sue memorie su Rimbaud Bardey è consapevole di aver conosciuto un personaggio che è diventato famoso e difficile. Rimbaud evitava tutto ciò che avrebbe potuto essere dispregiativo per se stesso, e cerca di cancellare la vecchia accusa di sodomia. Quindi è possibile che Bardey ignorasse ed evitasse di parlare degli aspetti più oscuri della vita di Rimbaud.

L’uso del condizionale, spiega Jean-Jacques Lefrère, è d’obbligo, per il periodo 1877 – 1979; quel che è certo è che Rimbaud ha sofferto in quegli anni di una vera e propria febbre per il Medio Oriente. Infatti andò prima ad Aden, nel luglio 1876, mentre si dirigeva in Indonesia.

Secondo sua sorella, ha cercato di andare ad Alessandria nel mese di settembre 1877. Nel mese di ottobre 1878, è tornato nuovamente ad Alessandria. Allo stesso scopo, in autunno 1879. Nel mese di marzo 1880, una nuova partenza per questa città. Infine, nel mese di luglio 1880, partì per Cipro in Egitto e infine ad Aden.
In meno di tre anni, per cinque volte è andato in direzione dell’Egitto. Nel mese di maggio 1879, il notaio liquidatore della proprietà di suo padre, ha osservato che Rimbaud era «insegnante in Egitto» (quando in realtà aveva già completato il suo soggiorno a Cipro). Non è impossibile che abbia fatto un altro viaggio di cui non resta alcuna traccia conosciuta. Non è improbabile che Rimbaud possa avere avuto contatti ad Aden prima del 1880.

Rimbaud ha scritto nella sua prima lettera da Aden, agosto 1880:
«Ho cercato lavoro in tutti i porti del Mar Rosso, Jeddah, Suakin, Massaua, Hodeidah, ecc. Sono venuto qui dopo aver cercato di trovare qualcosa da fare in Abissinia».
La formulazione è strana: nel 1880, ci sono stati pochissimi posti dove ci si aspetterebbe di trovare una attività commerciale europea, in Abissinia, Massouah (piccolo porto in quel momento, prima della colonizzazione italiana), il villaggio di Zeila, a sud, e, naturalmente, Aden, “base posteriore” dell’Occidente in queste regioni, dove risiedevano le poche aziende che operavano in Abissinia. Come ha fatto Rimbaud a cercare qualcosa da fare in Abissinia prima ancora di toccare Aden, dove è stato effettivamente assunto per essere successivamente inviato in Abissinia? Mancano alcuni pezzi del rompicapo?

Jacques Desse

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Qui giacciono i miei cani – A mio parere

18 novembre 2012
Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra
nel buio senza fine
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
et io potrei farne
la fistola di Pan
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.
 
Gabriele D’Annunzio, ottobre 1935
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Conosciamo D’Annunzio per come i media, nei decenni, lo hanno tramandato: eroe, vate, poeta, politico, seduttore. Ma, l’Uomo? Questo precoce poeta che, a sedici anni, potè già pubblicare il suo Primo Vere (1879) e avviare così lo slancio per la sua copiosa produzione letteraria, che cosa era in realtà?

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Sono convinto che questa poesia di drammatica forza introspettiva, rappresenti il vero testamento spirituale e umano di Gabriele D’Annunzio e aiuti a dare una risposta al quesito di cui sopra.
Al contrario di quanto ho scritto a proposito de L’Eternità di Rimbaud, (more…)

Rimbaud a Java: Il viaggio dimenticato

17 novembre 2012

Trascrivo qui la mia traduzione di un’intervista fatta a Jamie James, autore della biografia Rimbaud a Java: Il viaggio dimenticato.

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Arthur Rimbaud è certo famoso per quello che ha scritto: poesie dirompenti che hanno abbattuto la barriera tra realtà e non reale.

Ma Rimbaud è importante anche per la vita che ha vissuto: è nota la tempestosa relazione con il collega poeta Paul Verlaine che culminò, dopo alti e bassi, con il ferimento di Rimbaud durante un litigio.

Nonostante la ricerca di un successo letterario durante la sua adolescenza, Rimbaud ha poi rinunciato al mondo dei versi all’età di 20 anni. Ma non scomparve. Al contrario, Rimbaud è diventato un viaggiatore e ha condotto una vita raminga diventando, infine, commerciante, spendendo molto del suo tempo in Etiopia. Morì poi a 37 anni, dopo l’amputazione della gamba a causa di un tumore al ginocchio.

Una delle sue tante avventure è quella presso l’esercito Reale delle Indie olandesi, nel 1876. Rimbaud navigò verso Java sulla nave da trasporto truppe Prins von Oranje ma, poco dopo lo sbarco, dopo due settimane, disertò e fuggì nella giungla, tornando in Francia un paio di mesi più tardi. Durante questo periodo in estremo oriente, è noto che Rimbaud ha passato molto tempo in Salatiga, Java centrale; ma su cosa egli abbia fatto in quel periodo, non è possibile dare risposta.

Il mistero dei mesi perduti di Rimbaud a Java ha incuriosito abbastanza l’autore Jamie James, tanto da portarlo a scrivere Rimbaud in Java: The Lost Voyage. Il libro è il racconto di ciò che Rimbaud avrebbe sperimentato durante la sua permanenza in Indonesia. Il libro sarà ufficialmente lanciato giovedì.

Nella prefazione, James mette in guardia i suoi lettori: “Il fascino di Rimbaud può portare ad un eccesso di entusiasmo, che porta con sé la necessità di diffonderne le gesta.”

È un chiaro avvertimento di come il libro si riveli essere una lettura contagiosa. Analizzando il giusto contesto storico, la scrittura eloquente di James invita il lettore a seguire Rimbaud nelle sue possibili avventure giavanesi. James, con forza, racconta la cultura, le origini, le tradizioni dell’isola nel corso del XIX secolo.
Per i lettori che potrebbero non avere familiarità con la vita e l’opera di Rimbaud non c’è da preoccuparsi, infatti James dedica un intero capitolo per introdurre il poeta all’età di 21 anni.

In una recente intervista con il Jakarta Globe, James ha parlato del progetto che lo ha impegnato per addirittura nove anni.

Prima di parlare del libro, mi dica di più su di lei. È stato un critico d’arte per il The New Yorker, fino a quando ha rassegnato le dimissioni e si è trasferito in Indonesia nel 1999. Perché ha deciso di stabilirsi qui?

La mia decisione di andare in Indonesia era fondamentalmente dovuta ad una crisi di mezza età che si è conclusa bene. Mi stavo bruciato a New York. La gente spesso chiede: ‘Come hai potuto mai lasciare un posto di lavoro presso The New Yorker?’ La risposta è semplice: lavorare in una rivista settimanale è una faticaccia. Allo stesso tempo, stavo facendo un sacco di letteratura di viaggio nel sud-est asiatico. Presto ho scoperto che stando in quella regione avrei potuto fare una diversa carriera. Se vivete a Java, gli editori pensano che stanno parlando con un esperto. Ho scelto di stabilirmi in Indonesia per molte delle stesse ragioni che la maggior parte degli stranieri hanno, ma il motivo principale era anche personale. Volevo stare con la mia ragazza, Bonita, che era già impegnata per lavoro qui. Il mio lavoro è totalmente versatile, quindi la scelta è stata facile. Non mi sono mai pentito.

Dal momento che si è trasferito in Indonesia, lei ha pubblicato altri tre libri – due romanzi e una biografia. Sono diversi da ‘Rimbaud in Java?’

L’esperienza nella stesura di ‘The Snake Charmer’ mi ha aiutato nel genere biografico; mentre i romanzi erano puramente opera di fantasia. Eppure i quattro libri sono, nella loro essenza, una analisi dello scontro tra diverse culture. Rudyard Kipling ha sbagliato quando ha detto che Oriente e Occidente non si incontreranno mai: si sono incontrati due secoli fa.
Il protagonista di ‘The Snake Charmer’ è uno scienziato americano che muore mentre guida una spedizione disastrosa in Birmania. ‘Andrew & Joey’ parla di un ballerino americano che viene a Bali e si mette nei guai perché pensa di capire il posto e la sua cultura, ma in realtà non ha la più pallida idea. ‘L’uomo di Java’ inverte la rotta, invece: è la storia di un giavanese che emigra in Inghilterra, entra in contatto con la nobiltà locale ma ne verrà sempre disprezzato. ‘Rimbaud in Java,’ naturalmente, è la biografia di uno degli uomini più importanti che abbiano mai messo piede a Java.

Quanto è stato difficile trovare informazioni su questo periodo della vita di Rimbaud?

La ricerca è stata facile e difficile. Ho letto tutto quello che è stato pubblicato su questo argomento, e non ci volle molto. In realtà, quasi nulla si sa di quello che Rimbaud ha fatto mentre era qui a parte i fatti di base della sua breve carriera militare. Nel mio libro, devo ammettere che non ho scoperto nuove informazioni. Dopo 135 anni, sarebbe impossibile scrivere qualcosa di nuovo a meno di non trovare un vecchio diario personale di Rimbaud conservato in qualche vecchio baule dentro uno sperduto magazzino. Queste cose accadono, sì, ma è meno probabile che trovare una pepita d’oro in giardino.

Si è allora affidato alla fantasia, per raccontare le vicende di quel viaggio, o si è solo attenuto ai fatti storici?

Questa è stata sicuramente la parte divertente. Dopo che Rimbaud ha disertato dall’esercito, potrebbe avere fatto nulla di interessante: nascondersi nelle campagne, rubre cibo e dormire in fienili di riso. Ma potrebbe aver anche fumato oppio, assistito a rituali sciamanici, avuto una breve relazione d’amore; magari ha trascorso una serata a guardare uno spettacolo del kulit wayang in un villaggio o un’opera occidentale a Semarang.

Quanto pensa che Java possa aver influenzato Rimbaud?

Non ha mai scritto della sua visita qui, e ben poco di quello che ha detto ai suoi amici e familiari sul viaggio è sopravvissuto. Il viaggio può averlo influenzato in un modo importante, però: è stata la sua prima visita in un paese a maggioranza musulmana. Pochi anni dopo Java, Rimbaud si è spostato nel Corno d’Africa, dove ha trascorso l’ultimo decennio della sua vita. Era affascinato dall’Islam, e ci sono alcune prove che forse si convertì, in Africa. E cresciuto con un’esposizione intima alla religione. Il padre di Rimbaud era un soldato che ha servito in Algeria, dove tra l’altro ha tradotto il Corano in lingua francese.

Nove anni per terminare questo libro. Ora che è concluso, come si sente?

Cito i nove anni quasi per scherzo: Come si fa a prendere così tanto tempo per scrivere un libro? Ma la maggior parte del tempo è stato dedicato alla lettura della vita javanese in quel periodo, libri sulla vita di Rimbaud e, naturalmente, studio delle sue poesie e lettere. Il libro è nato come un romanzo, che dopo anni non arrivava a nessuna conclusione promettente; così l’anno scorso ho deciso di passare alla impostazione saggistica. Mi ci sono voluti sei mesi per scrivere il libro, in realtà. È andato in fretta, perché avevo già fatto tutte le ricerche. Cosa ne penso? È una cosa divertente e sono contento di averci lavorato da solo. La mia soddisfazione principale è il commento stupendo ricevuto da Didier Millet.

Nuovi progetti all’orizzonte?

Sì, ma sono troppo superstizioso per parlarne adesso.

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‘Rimbaud in Java: The Lost Voyage’
By Jamie James
Published by Didier Millet
128 pages
http://www.rimbaudinjava.com
Official book launch: Thursday, Oct. 6, 5:30 p.m.
Betelnut, Ubud

L’Eternité, a mio parere

16 novembre 2012
Elle est retrouvée.
Quoi? – L’Eternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.
 
Ame sentinelle,
Murmurons l’aveu
De la nuit si nulle
Et du jour en feu.
 
Des humains suffrages,
Des communs élans
Là tu te dégages
Et voles selon.
 
Puisque de vous seules,
Braises de satin,
Le Devoir s’exhale
Sans qu’on dise: enfin.
 
Là pas d’espérance,
Nul orietur.
Science avec patience,
Le supplice est sûr.
 
Elle est retrouvée.
Quoi? – L’Eternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Arthur Rimbaud, Maggio 1872

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Ciò che più può essere deleterio nei confronti di un artista, è il tentativo di dare spiegazione alle sue opere prescindendo da ciò che l’artista pensa. Processo, questo, che somiglia all’atteggiamento di chi sentenzia accuse infondate nei confronti di un innocente; semplicemente, la vittima di tale comportamento pernicioso, non può difendersi, o, se lo fa, viene messa a tacere.

Ne L’Eternité, l’analisi deve fuggire dalla psicologia, dalla religione e dalla fredda osservazione del periodo storico in cui l’opera era stata concepita; senza rendere puri gli strumenti chirurgici dell’operatore, da quei mali tipici della nostra società in via di disfacimento, si cadrà inevitabilmente nella storpiatura del soggetto, portandolo alla setticemia e quindi alla morte.

Mi accingo a fare questo, ora che la corona dei miei capelli, cinta da uno strazio inenarrabile, fa ondeggiare la mia lucidità tra disperazione, rassegnazione e ribellione, lasciandomi solo rari momenti per riprendere fiato.
Mi adopero a fare questo come gesto di amore verso Rimbaud, che in un modo o nell’altro ha accompagnato uno dei periodi più belli della mia vita, come sa bene chi mi conosce.

***

L’Eternité è innanzitutto fuori dal tempo e fuori dallo spazio. Non sono identificabili luoghi, persone o fatti. La vicenda, oserei dire, è astratta, ma allo stesso tempo, ovviamente, nasce dentro il cuore del Poeta che opera su se stesso una lucida ma straziante analisi del momento che sente vivere in sé.

Primi 4 versi

La Poesia inizia con l’identificazione di un momento di pace assoluta: il ritrovamento dell’Eternità; essa nasce dal sole e dal mare. Inutile cercare significati reconditi, perché appare chiaro che questa è una vera e propria sensazione tradotta in immagini. È l’identificazione di un momento di Pace, forse definitivo, anzi, assoluto.
La forza dirompente di questi quattro versi è tale, che Rimbaud avrebbe potuto benissimo fermarsi qui se, dentro di sé, non fosse stato pervaso dal fuoco magico, raro e irresistibile dell’Ispirazione.

Versi da 5 a 8

Chi è questa Anima sentinella? Io penso che Rimbaud abbia voluto sottolineare una cosa: Al di là della concezione religiosa o spirituale della nostra essenza, è chiaro che in tutti noi esiste una Anima, pura, incorrotta, che nulla ha a che vedere col nostro corpo. Essa è prigioniera delle miserie umane, siano esse ideali o materiali. L’Anima, purtroppo, risente del suo rapporto di sostanziale sudditanza col corpo e per questo, apparentemente, potrebbe sembrare corrotta. Per questo il Poeta dice: Mormoriamo la confessione / della notte così nulla / e del giorno di fuoco. Arthur parla al plurale, dice Murmurons; perché? Io credo che la ragione stia nella capacità del Poeta di riuscire a distinguere la materialità (o mondanità) e l’Anima sua ospite. Benché ospite, quest’ultima, ha la capacità di distinguere ciò che rende la notte così nulla e il giorno di fuoco. La confessione di uno slancio di verità. L’Anima, benché oppressa, è vigile, cioè, Sentinella attenta alla riconquista del suo stato di libertà.

Versi da 9 a 12

Adesso, un colpo di classe assoluto: Il Poeta riconosce che l’Anima è destinata ad altre cose, superiori, sottolineo. Infatti humains suffrages e communs élans, non sono degni di interessare ciò che l’Anima è e per questo Essa si libera in un vero e proprio disingaggio, decidendo come procedere, per sua natura libera.

Versi da 13 a 16

E qui un ritorno alla materialità fisica: Solo dai preziosi tessuti ardenti di vita, tutto ciò che accade si manifesta senza sosta e senza sazietà.

Versi da 17 a 20

E infatti, la casa dell’Anima, questa sorta di limite temporaneo è pas d’espérance / nul orietür. La pazienza che sta strettamente legata al metodo (science) e inevitabilmente agonizza nel supplizio, nella sofferenza, nelle delusioni. Al di là delle gioie effimere.

Ultimi 4 versi

Dopo questo percorso, in cui Rimbaud ha trasmesso tutto il suo sentire intimo e più puro, ecco il ritorno al tema iniziale. La Purezza di una Pace che nasce da un’intima volontà di distacco.

S. Èffrena

Il dolce sonno o l’Addormentatrice (1889) *

15 novembre 2012

L’Endormeuse» è stato scritto nel 1889. Il racconto comparve con il titolo «L’Endormeuse» su L’Èco de Paris del 16 settembre 1889 e fu ripubblicato varie volte nell’anno seguente anche col titolo «L’Endormeuse ou le doux sommeil» su La vie populaire, su La revue pour tous, sul supplemento di La Lanterne. Poiché il racconto non è stato edito in volume durante la vita di Maupassant, si è utilizzato il testo dell’ultima pubblicazione.

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La Senna si stendeva davanti alla mia casa, senza una ruga, verniciata dal sole del mattino. Era una larga, bella, lenta distesa di argento fuso, qua e là chiazzata di porpora. Dall’altra parte del fiume, grandi alberi schierati componevano lungo tutta la sponda una verde muraglia.
La sensazione della vita che ricomincia ogni giorno, della vita fresca, gaia, amorosa, fremeva tra le foglie, palpitava nell’aria e vibrava sull’acqua.
Presi i giornali che il postino aveva portato proprio allora e me ne andai a passi lenti proprio sulla riva per leggerli.
Nel primo che aprii trovai queste parole: «Statistiche dei suicidi» e seppi che, in quell’anno, più di 8500 uomini si erano uccisi.
Li vidi subito! Vidi quel massacro orrido e volontario di disperati stanchi di vivere. Vidi uomini sanguinanti, la mascella sfracellata, il cranio sbriciolato, il cuore traversato da un proiettile, che agonizzavano lentamente, soli in una cameretta d’albergo, dimentichi della loro ferita, col pensiero fisso alla propria infelicità.
Ne vidi altri, la gola tagliata o il vente squarciato, che reggevano ancora in mano il coltello da cucina o il rasoio.
Altri ne vidi, seduti davanti a un bicchiere nel quale sono immersi dei fiammiferi, o davanti ad una fiala con l’etichetta rossa.
Guardavano quegli oggetti con occhi fissi, senza muoversi; poi bevevano, poi aspettavano; poi una smorfia incavava le loro guance, torceva le loro labbra; lo spavento stralunava i loro occhi, perché essi non sapevano che si soffre tanto prima della fine.
Si alzavano, si fermavano, cadevano a terra, si comprimevano il ventre con ambo le mani, si sentivano gli organi arsi, i visceri rosi dal fuoco del veleno, prima che il loro pensiero fosse soltanto oscurato.
Altri ne vidi impiccati a un gancio del muro, alla spagnoletta della finestra, a un anello del soffitto, a una trave del solaio, al ramo di un albero sotto la pioggia della sera. E indovinavo tutto qello che avevano fatto prima di trovarsi là, immobili, con la lingua penzoloni. Indovinavo la loro angoscia, le loro ultime esitazioni, i loro movimenti per legare la corda, per provare se reggeva bene, e li vedevo passarsela intorno al collo e lasciarsi cadere.
Ne vidi altri coricati su squallidi letti, madri coi loro figlioletti, vecchi morenti di fame, ragazze straziate da pene d’amore, irrigiditi, soffocati, asfissiati, mentre in mezzo alla camera fumava ancora un braciere.
E ne vidi che passeggiavano nella notte sui ponti deserti. Erano i più tetri. L’acqua scorreva sotto le arcate con un rumore fiacco. Non la vedevano… la indovinavano aspirando il suo odore gelido! La desideravano e la temevano. Non avevano coraggio! Le ore sonavano lontano a qualche campanile e improvvisamente, nel vasto silenzio delle tenebre, si udivano, presto soffocati, il tonfo di un corpo nel fiume, qualche grido, uno sciacquio d’acqua battuta con le mani. A volte non si udiva se non il plaf della loro caduta quando si erano legati le braccia o si erano attaccato un sasso ai piedi.
Povera gente! povera gente! povera gente! Come ho sentito la loro angoscia, come sono morto della loro morte! Ho attraversato tutte le loro miserie, ho sofferto in un’ora le loro torture. Ho conosciuto tutti i dolori che li hanno portati a quella terribile meta: perché nessuno quanto me sente l’infamia ingannatrice della vita.
Come li ho capiti coloro che, deboli, perseguitati dalla sfortuna, abbandonati dai loro cari, tratti dal sogno di una tardivia ricompensa, dall’illusione di un’altra esistenza nella quale Dio finalmente diverrebbe giusto, dopo essere stato crudele, e disingannati dei miraggi della felicità, non aspettano più nulla e vogliono mettere fine a questo perpetuo dramma, a questa commedia vergognosa.
Il suicidio! Ma è la forza di coloro che non hanno più forza, la speranza di coloro che non sperano più, è il sublime coraggio dei vinti! Sì, c’è almeno una porta in questa vita, la possiamo aprire quando vogliamo e passare dall’altra parte! La natura ha fatto un gesto di pietà: non ci ha imprigionati. Grazie per i disperati!
Quanto ai semplici delusi, continuino pure la loro strada, l’anima libera e il cuore in pace. Essi non hanno nulla da temere: Perché possono andarsene, perché dietro ad essi c’è sempre questa porta che gli dèi sognati non possono neanche chiudere.
Pensavo a quella folla di morti volontari: più di ottomilacinquecento in un anno. E mi sembrava che si fossero riuniti per rivolgere al mondo una preghiera, per formulare un desiderio, per chiedere qualche cosa, da attuare più tardi, quando si capirà meglio.
Mi pareva che tutti quei suppliziati, quegli sgozzati, quegli avvelenati, quegli impiccati, quegli asfissiati, quegli annegati, se ne venissero, orda spaventosa, come cittadini che si recano a votare, per dire alla società: «Concedeteci almeno una morte quieta! Aiutateci a morire, voi che non ci avete aiutato a vivere! Vedete, noi siamo tanti, abbiamo il diritto di parlare, in questi giorni di libertà, di indipendenza filosofica e di suffragio popolare. Fate a coloro che rinunciano alla vita, l’elemosina di una morte che non sia né ripugnante né spaventosa».

Cominciai ad avere incubi: il mio pensiero collegava quelle morti a fantasticherie strane e misteriose.
Mi parve di essere, a un tratto, in una bella città. Era Parigi; ma in quale epoca? Camminavo per le strade guardando le case, i teatri, gli edifici pubblici ed ecco, in una piazza, vidi un grande edificio molto elegante, civettuolo, grazioso.
Stupii, perché sulla facciata era scritto a lettere d’oro:
«Opera della morte volontaria».
O stranezza dei sogni fatti da svegli, quando lo spirito spicca il volo in un mondo irreale e possibile! Niente stupisce, niente urta; e la fantasia sbrigliata non distingue più il comico dal lugubre.
Mi avvicinai a quell’edificio: alcuni valletti in calzoni corti erano seduti nel vestibolo, davanti al guardaroba, come nell’entrata di un circolo.
Entrai per vedere. Uno dei valletti si alzò e mi domandò:
«Desidera , signore?»
«Desidero sapere cos’è questo luogo».
«Nient’altro?»
«No davvero».
«Allora vuole che l’accompagni dal segretario dell’Opera?»
Esitavo. Domandai ancora:
«Ma non lo disturberò?»
«Oh no, signore, egli è qui per ricevere le persone che desiderano informazioni».
«Andiamo, vi seguo».
Mi fece attraversare dei corridoi dove alcuni vecchi signori conversavano: poi mi introdusse in un bello studio, un po’ scuro, ammobiliato in legno nero. Un giovanotto grasso, panciuto, scriveva una lettera fumando un sigaro il cui aroma mi rivelò la sua eccellente qualità.
Si alzò, ci salutammo e quando il valletto se ne fu andato domandò:
«In che cosa posso servirla?»
«Scusi la mia indiscrezione», gli risposi. «Non avendo mai veduto questo edificio. Le parole scritte sulla facciata mi hanno meravigliato assai; desidererei sapere ciò che si fa qui».
Sorrise prima di rispondere; poi, sottovoce, con aria soddisfatta:
«Oh Dio, signore, uccidiamo coloro che desiderano morire pulitamente e dolcemente, oserei quasi dire gradevolmente».
Non fui troppo turbato, perché la cosa mi parve davvero naturale e giusta.
Ero soprattutto stupito che su questo pianeta dominato da idee basse, utilitarie, umanitarie, egoiste e coercitive di ogni vera libertà, si fosse riusciti ad attuare una simile impresa, degna di una umanità emancipata. Soggiunsi:
«Come ci siete riusciti?».
Il giovanotto grasso rispose:
«Signore, il numero dei suicidi si è talmente accresciuto negli ultimi cinque anni dopo l’Esposizione universale del 1889 che è diventato urgente provvedere. La gente si uccideva nelle strade, nelle feste, nei ristoranti, a teatro, nei treni, nei ricevimenti del Presidente della Repubblica, dappertutto. Non era soltanto un brutto spettacolo per color che amano vivere bene come me, ma anche un cattivo esempio per l’infanzia. È stato necessario perciò centralizzare i suicidi».
«Quale la ragione di questa recrudescenza?»
«Non lo so. In fondo credo che il mondo invecchi. Si comincia a veder chiaro e si accetta male la propria sorte. Oggi il destino è come il Governo: si sa di che si tratta, si constata che si è infinocchiati dappertutto, e si tira via. Quando si riesce a riconoscere che la Provvidenza mente, truffa, ruba, inganna gli uomini, come un semplice deputato i suoi elettori, ci si irrita, e poiché non se ne può nominare un’altra ogni tre mesi, come facciamo per i nostri rappresentanti al parlamento, si abbandona questo luogo veramente troppo inospitale».
«Davvero?»
«Oh, io per me non mi lamento».
«Mi vuole dire come funziona la vostra Opera?»
«Volentieri. Lei può daltronde farne parte quando le piacerà. È un circolo».
«Un circolo?»
«Sissignore; fondato dagli uomini più eminenti del paese, dalle menti più elette, dalle personalità più in vista».
Aggiunse, ridendo di cuore:
«E le assicuro che ci si sta benissimo».
«Qui?»
«Si, qui».
«Lei mi sbalordisce».
«Oh Dio! Ci si sta molto bene perché i membri del Circolo non hanno quella paura della morte che rovina tutte le gioie della vita».
«Ma allora, perché sono membri di questo circolo se non si ammazzano?»
«Si può essere membri del Circolo denza avere l’obbligo di ammazzarsi».
«Ma allora?»
«Mi spiego. Davanti al numero smisuratamente crescente di suicidi, davanti all’orrido spettacolo che essi davano, si è formata una società di pura beneficenza, protettrice dei disperati, che ha messo a loro disposizione una morte calma e senza dolore, sebbene non imprevista».
«Chi mai ha potuto autorizzare un simile istituto?»
«Il generale Boulanger, durante la sua breve permanenza al potere. Egli non sapeva rifiutare nulla. Del resto non ha fatto che questo di buono. Dunque: Si è formata una società di uomini chiaroveggenti, delusi, scettici, che hanno voluto costruire in pieno centro di Parigi una specie di tempio del disprezzo della morte. In principio questa casa fu temuta e nessuno si voleva avvicinare. Allora i fondatori che vi si riunivano organizzarono una grande serata di inaugurazione con Sarah Bernhardt, Judie, Theò, Granier e tanti altri; de Reské, Coquelin, Mounet-Sully, Paulus ecc. Poi dei concerti, delle commedie di Dumas, di Meilhac, di Halévi, di Sardou. Abbiamo avuto un solo fiasco, un lavoro di Becque che è sembrato triste ma che in seguito ha avuto un grandissimo successo alla Comédie Française. Insomma tutta Parigi è venuta. Diventò una moda!»
«In mezzo alle feste! Che burla macabra!»
«Niente affatto. Non è necessario che la morte sia triste, bisogna che sia indifferente. Noi l’abbiamo resa gaia, l’abbiamo infiorata, l’abbiamo profumata, l’abbiamo resa facile. Si impara a soccorrere con l’esempio. Come vedrà, la morte non è nulla».
«Capisco che la gente sia venuta per i festeggiamenti; ma poi è venuta per… Lei?»
«Non subito, si diffidava».
«E più tardi?»
«Sono venuti».
«Molti?»
«In massa. Ne abbiamo più di quaranta al gorno. Non si pescano più annegati nella Senna».
«Chi è stato il primo?»
«Un membro del Circolo».
«Un cattolico?»
«Non credo. Un annoiato, uno squattrinato che in tre mesi aveva perduto somme enormi al baccarà».
«Davvero?»
«Il secondo è stato un inglese, un eccentrico. Allora abbiamo fatto delle pubblicità sui giornali, abbiamo spiegato il nostro metodo, abbiamo inventato alcuni tipi di morte suscettibili di attirare. Ma l’affluenza di massa l’abbiamo coi poveracci».
«Come operate?»
«Vuole visitare? Intanto le spiegherò».
Prese il cappello, aprì la porta, mi fece entrare in una sala da giuoco ove alcuni uomini giocavano come si gioca in qualsiasi bisca. Attraversò quindi diversi saloni. Vi si chiaccherava animatamente, allegramante. Di rado avevo veduto un circolo così vivo, così animato, così allegro.
Poiché manifestavo una certa quale meraviglia:
«Oh!», riprese a dire il segretario, «la nostra Casa ha un successo inaudito. Tutta la gente elegante del mondo intero ne fa parte, per mostrare che disprezza la morte. Poi, quando sono qui, si credono obbligati a mostrarsi allegri, per non sembrare spaventati. E si divertono, ridono, scherzano, fanno gli spiritosi e riescono a diventarlo. Certamente oggi è il Circolo meglio frequentato e più divertente di Parigi. Anche le donne cercano in questo modo di creare una sezione per loro».
«E malgrado ciò avete molti suicidi nella vostra Casa?»
«Come le ho detto, circa quaranta o cinquanta al giorno. Gli uomini di mondo sono rari, ma i poveri diavoli abbondano. Anche la classe media dà una buona percentuale».
«E come fate?»
«Per asfissia… Un’asfissia dolcissima!»
«Con quele procedimento?»
«Un gas di nostra invenzione. Brevettato. Dall’altra parte della casa, ci sono le entrate per il pubblico. Tre piccole porte che danno su viuzze. Quando un uomo o una donna si presentano, si comincia con l’interrogarli; poi offriamo soccorso, aiuti, protezioni. Se il cliente accetta, facciamo un’inchiesta e in questo modo ne abbiamo salvati parecchi».
«Dove trovate il denaro?»
«Ne abbiamo molto. La quota dei soci è molto alta. Poi è di buon gusto fare delle donazioni alla nostra Casa. I nomi degli offerenti sono pubblicati nel Figaro. E ogni suicidio di uomo ricco costa mille franchi. Costoro muoiono in posa. I suicidi dei poveri sono gratuiti».
«Come riconoscete che sono poveri?»
«Oh! Oh!, caro signore, ce ne accorgiamo a prima vista. E poi devono portarci un certificato di povertà rilasciato dal commissariato di polizia del loro quartiere. Se lei sapesse come è lugubre il loro ingresso in questa casa! Ho visitato una volta sola quella parte del nostro stabilimento, ma non ci tornerò mai più.
Il locale è uguale a questo, quasi altrettanto lussuoso e confortevole: ma… Loro! Se lei li vedesse arrivare, i vecchi cenciosi che vengono a morire, gente che crepa di miseria da mesi e mesi, nutrita ai cantoni delle strade, come cani randagi; donne coperte di stracci, scarnite, malate, paralizzate, incapaci di procurarsi da vivere e che dicono dopo averci raccontato la loro storia: “Capite bene che non è possibile continuare, perché non posso più fare nulla né guadagnare nulla, io!”.
Ne vidi arrivare una di ottantasette anni che aveva perso tutti i figli e i nipoti, e che da sei settimane dormiva all’aperto. Sono stato male per la pena. Poi abbiamo tanti casi diversi, senza contare coloro che non dicono niente e semplicemente domandano: “Dov’è?”.
Allora li facciamo entrare e la faccenda è sbrigata in un baleno».
Dissi a mia volta, con una stretta al cuore:
«E… Dov’è?»
«Qui».
Aprì una porta e aggiunse:
«Entri: è il reparto riservato ai soci del circolo, quello che funziona di meno. Abbiamo avuto sinora solo undici annientamenti».
«Ah, voi chiamate ciò, un… annientamento?»
«Sì, signore; entri».
Ero incerto. Infine entrai. Era un piacevolissimo locale, una specie di serra, dove vetrate di un azzurro pallido, di un rosa tenero, di un verde sbiadito circondavano praticamente degli arazzi. C’erano in quel grazioso salotto divani, palme sontuose, fiori olezzanti, rose soprattutto, libri sui tavoli, la Revue des Deux Mondes, e, ciò che mi sorprese, delle pasticche di Vichy in una scatola.
Poiché me ne mostravo meravigliato:
«Vengono spesso a conversare qui», disse la mia guida.
«Le sale per il pubblico», continuò, «sono come questa, ma mobiliate più semplicemente».
Indicò col dito una poltrona a sdraio, coperta di crespo di Cina color crema, a ricami bianchi, sotto una grande pianta di specie ignota, intorno alla quale si arrotondava una piccola aiuola di reseda.
Con voce più bassa il segretario soggiunse:
«Si cambia a volontà il fiore e il profumo, perché il nostro gas, del tutto impercettibile, dà alla morte il profumo del fiore preferito. Lo vaporizziamo mischiandolo alle essenze. Vuole aspirarlo per un secondo?».
«Grazie», gli dissi reagendo, «non ancora».
Si mise a ridere:
«Oh! signore, non c’è alcun pericolo. L’ho provato io stesso più di una volta».
Per non passare da vigliacco, dissi:
«Volentieri».
«Si stenda sull'”Addormentatrice“».
Un po’ preoccupato mi sedetti sulla poltrona coperta di crespo di Cina, stesi le gambe e quasi subito fui avvolto da un delizioso profumo di reseda. Aprii la bocca per aspirarlo meglio, perché la mia mente già s’intorpidiva, dimenticava, assaporava nel primo turbamento dell’asfissia, l’ebrezza affascinanate di un oppio incantatore e fulminante. Fui scosso per le braccia:
«Oh! Oh! Signore», diceva ridendo il segretario, «mi sembra che lei si lasci prendere dal dolce sonno».

Ma una voce, una vera voce, e non più quella delle fantasticherie, mi salutava con accento campagnolo:
«Buongiorno, come va?»
Il sogno era finito. Vidi la Senna chiara sotto il sole, e la guardia campestre del paese che arrivava da un sentiero, e alzava la destra in segno di saluto, al suo berretto nero gallonato d’argento. Risposi:
«Buongiorno, Marinel. Dove ve ne andate?»
«A fare un sopralluogo: un annegato che hanno ripescato presso i Morillons. Un altro ancora che si è buttato in acqua. Si era anche tolto i calzoni per legarsi le gambe».

Guy de Maupassant