Archive for settembre 2010

Scherzi e non su Arthur Rimbaud

23 settembre 2010

Mi è capitato di venire in possesso di disegni, anche divertentissimi, che hanno per protagonista Arthur Rimbaud e suoi contemporanei. Autore E_R, artista dotato di fini capacità espressive.

Qui di seguito, alcuni dei suoi lavori.

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Da una memoria di Charles Cros, il genio inventore.

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Verlaine rivive il passato a modo suo.

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Rielaborazione

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Rielaborazione

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Ritratto a matita by E_R

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… mentre moglie e figli soffrono nella stamberga!

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Verlaine tenta una timida ribellione… ispirato dallo Zio Creepy!

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La visita al Genio.

Ora è il momento di Arthur di essere tormentato…

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Arthur, Frédéric, Holly, Benjy ed Ele_Rimbaud

Arthur, Frédéric, Holly, Tom Becker ed Ele_Rimbaud

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Aggiungo solo che nessuno, ripeto, nessuno come l’artista che ha creato questi disegni ha saputo, sa e saprà capire Rimbaud; sia dal punto di vista artistico, che umano e infine letterario.
Va da sé che se ho assunto delle posizioni dettate da una rimarchevole precipitosità, esse sono assolutamente sbagliate e me le ricaccio in gola con mille imbarazzate scuse.

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Follia di un’ossessione. (Da un sogno)

17 settembre 2010

Sarebbe usuale illudersi di poter spiegare e comprendere, su basi reali, gli avvenimenti che ho vissuto e che forse dovrei chiamare fenomeni incomprensibili.

Vero e onirico sono considerati dalla coscienza collettiva come due momenti ben distinti; ma se ci si dovesse domandare quali siano gli effetti della prevalenza dell’uno sull’altro, o se si arrivasse a una vera fusione, quale interpretazione potrebbe prestare soccorso?

Ora che tutto il mio essere è in bilico precario tra le due fattispecie, posso ricordare come partii da infuocate speranze, gelide delusioni per arrivare poi a sondare gli abissi dell’ignoto incontrando, in luoghi perduti nel tempo e nella memoria, persone, una volta amiche, prive della loro maschera; ho corso verso una meta che fino all’ultimo credevo certa. Correvo… Ma fino dove? La risposta si perde tra la nebbia.

Coscienza.
Per un momento è buio; d’improvviso sento qualcuno ridere e mi trovo in una stanza illuminata da luci fredde; è una signorina, a sghignazzare e ne vedo il volto: brutta, naso schiacciato, fronte larga, occhi vispi, piccoli e falsi che accompagnano, rapidi, un sorriso beffardo; la sua ilarità è dovuta a qualcosa che ho detto poco prima, di sicuro una battuta o un motto, che però non merita tutto questo fracasso; e quindi capisco che lei ride per il fatto che ciò che ho detto era rivolto contro qualcuno che lei detesta e odia, ed esprime la sua ostilità con quel riso carico di isteria. D’un tratto sembra scoppiare, quel suo volto grottesco! Si gonfia in un’insana caricatura di donna e la faccia grassoccia s’imporpora di sangue, mentre denti sbilenchi affiorano tra labbra sottili.

Infastidito da questo stridore insostenibile, distolgo gli occhi; e scruto il signore che le sta vicino, di certo il suo uomo: un essere derelitto, storto, penoso.

Guardo nuovamente lei e brividi di ribrezzo mi scuotono le mani: vorrei che qualcuno la strozzasse e gustarmi la trasformazione del suo volto, sotto la stretta di un laccio animato dalla sua stessa risata.

Un attimo dopo entra un uomo, dice qualcosa a proposito dell’inutilità del ridere e subito va via; volgo nuovamente la testa verso quella strega che però ora ha cessato la sua cacofonia: il signore che le era vicino guarda, inebetito, le proprie mani sporche di sangue. Sul pavimento, in una posa sconcia, giace il corpo di lei, abbruttito dalla demenza; ma non vi è più volto in quella testa, poiché è stato strappato via e gettato sul pavimento come un pezzo di carta muffita.

Non basta; vedo che lui, ancora incapace di esprimersi, scivola silenziosamente in ginocchio, si accoccola vicino al cadavere e si addormenta, finalmente sereno.

Io assisto a tutto, ma faccio finta di nulla; che devo fare altrimenti? Non so, rimango seduto, resisto alla paura che mi incalza; ma solo dopo qualche secondo lo squillo di un telefono mi dà la forza di scattare in piedi e correre a rispondere: si tratta di una telefonata esterna; scrivo un indirizzo, dico qualcosa, riaggancio e mi metto la tuta da lavoro; poi, insieme ad altri due vado da qualche parte, d’urgenza.

È di nuovo buio, ma presto la scena si illumina; è tardo pomeriggio, infatti, i raggi del sole calante mandano morbidi riflessi sui muri della stanza e sui vetri degli scaffali.

Sono seduto a tavola con due conoscenti, o almeno così un tempo le consideravo; sono N. e C. che con i loro sorrisi spontanei contribuiscono a rendere l’atmosfera estremamente distesa. In sottofondo una radio trasmette una canzone di un po’ di tempo addietro.

Intanto scherziamo e facciamo molte battute durante quella che di certo è una merenda; il rumore delle posate sui piatti mi spinge ad abbassare lo sguardo e noto che il mio piatto è ben servito di prelibatezze, mentre loro due, stranamente, mangiano dallo stesso vassoio e, nonostante questo, hanno espressioni sorridenti, occhi profondi e sinceri; loro non mentono mai, pare.

Provo un senso di colpa, per il fatto che forse il dolce non basta per tutti e decido di rimediare immediatamente; quindi porgo loro la mia porzione intatta e mi sforzo di mostrare un volto conciliante; ma mi riesce solo una smorfia, caricatura di sorriso, che contribuisce a cancellare tutta la serenità che prima regnava tra noi. Sento salire la tensione.

Loro continuano a sorridere e mangiano la loro parte con una strana voracità; decido allora di andarmene, non sopportando più quella situazione; mi incammino lungo un brevissimo corridoio, ma quando provo a dischiudere la porta noto che non ho più la forza di muovere il braccio mentre ai miei piedi va formandosi una pozza scura di sangue che, incredulo, calpesto con le mie scarpe, provocando un rumore appiccicoso; ho una ferita alla spalla. Il terrore mi assale e conquista d’un colpo! Torno preoccupato nella cucina dove N. e C. continuano a discorrere spensieratamente; ma sul vassoio ora c’è solo carne putrescente, parzialmente divorata.

Appare in quel momento un’altra persona, e come se nulla fosse accaduto, me la presentano; si chiama S. e prende posto nel divano, di fronte alla radio che trasmette ancora quella vecchia musica.

S. alza gli occhi su di me, osservandomi in maniera interrogativa mentre io sento aumentare la debolezza per tutto il sangue che vado perdendo.

Improvvisamente decido di andare fuori, inseguito da pungenti risatine e ho la vaga impressione che il mio cuore abbia cessato di battere, visto che sento il petto profondamente vuoto. Supero il cancello del cortile e mi trovo sulla strada, immerso nel buio: il sole, infatti, è calato e solo qualche lampione è definitivamente acceso, mentre gli altri lampeggiano, danneggiati.

Inaspettatamente, passa un mio amico, P., che, dandomi una leggera pacca sulla spalla ferita, mi fa urlare di dolore con terribili imprecazioni, mentre mi accascio sull’asfalto, in ginocchio, tremante; ma quello non si accorge di nulla e anzi, mi offre un sorso da una bottiglia che ha con sé e che io afferro e bevo tutta d’un fiato, avidamente, per lenire lo spasimo atroce della ferita.

Ancora con la bottiglia in mano, vedo il mio amico andarsene e mi ritrovo nuovamente solo per la strada; un lampione sopra di me si spegne e la via viene rischiarata solo dalle luci provenienti dalle finestre delle case; attraverso il vetro scorgo le sagome di alcune persone, certo le stesse con cui ero prima. Ora la ferita è scomparsa, l’incubo è finito, e ne comincia un altro.

È mattino. Sento un rumore di passi e capire dove probabilmente io mi trovi è semplice: una via che percorre la zona vecchia della città; credo di camminare da solo, ma subito noto che sono in compagnia di due miei compagni di scuola. Stiamo andando da qualche parte e i nostri sguardi puntano lontano, anche se non so dove; passiamo vicino a una farmacia e a un’erboristeria dalla quale proviene un profumo dolciastro che so di aver sempre apprezzato.

Nel nostro incedere, arriviamo presso una via che incrocia la principale e che conduce alla passeggiata chiamata lungomare; così scorgo, per caso, due persone che mi pare di conoscere e mi rivolgo verso i miei amici per capire se anche loro le abbiano vedute; ma rimango deluso, perché, indifferenti, non mi rispondono. Anche i due che ho riconosciuto, però, rimangono impassibili: si tratta di un mio vecchio amico e della sua fidanzata; decido allora di aumentare l’andatura e vedo che finalmente si accorgono di me, venendomi incontro. Mi faccio avanti per salutarli.

Parlando, scopro allora che da tempo il mio amico ha lasciato gli studi, poiché ha dovuto aiutare il padre nell’impresa di famiglia. Però, al di là della piacevole conversazione che stiamo cercando di intavolare, si comporta in modo strano, perché con aria circospetta, guardandosi furtivamente alle spalle, in direzione della ragazza, mi dice improvvisamente e a bassa voce, che quella lì è la rovina della sua vita: non lo lascia libero di nulla, sempre in preda a crisi di vera e propria gelosia patologica; la sua famiglia l’ha obbligato a starci insieme per non farla rinchiudere in un manicomio. Dice che è come essere prigioniero di una ragnatela, la sua prigione invisibile! Alza il tono della voce ed io temo che lei possa sentirlo, mi inquieto per lui. Infatti, la mia è una paura più che fondata: il mio amico ha ormai gettato la maschera della bonarietà ed è contorta dal disgusto, iniziando a imprecare ad alta voce contro la sua innamorata che, dal canto suo, stranamente, comincia a sorridere maternamente e ad avvicinarsi con una strana andatura oscillante; i suoi passi sono leggeri e sfumati. Mi discosto da quella scena e mi riavvicino ai miei due amici, già spazientiti per la lunga attesa a cui li ho costretti; nei loro volti però è stampata la consapevolezza di stare assistendo a qualcosa di veramente grave. Volto le spalle e decidiamo di proseguire. Lasciamo indietro quella grottesca scena e sono colmo di dispiacere perché non riesco proprio a capire cosa significhi tutto questo.

Mi trovo da solo, consapevole che non vedrò più i miei due accompagnatori. Probabilmente, in fondo, non è una gran perdita.

Inciampo sui ciottoli sconnessi del selciato e, passando davanti ad un cancello, ricordo che nella mia prima infanzia correvo proprio per quella strada assieme a due coetanei, sulla bicicletta; è un ricordo sfocato: c’è una piccola balestra giocattolo e un litigio per venirne in possesso; la spunto io.

Percorro le vie, ma è come se fossero le vie a percorrere me, interiormente, ferendomi. Torno ai miei pensieri e brividi di freddo mi assalgono al pensiero che non riuscirò più a tornare a una realtà accettabile.

In quel momento passo innanzi a una delle tante malfamate osterie che sorgono in quel quartiere; dal suo interno sento esplodere imprecazioni proibite mentre dall’ingresso fuoriesce un incredibile lezzo di pesce andato a male. Conosco la fama che accompagna quelle locande: si dice, qua e là, sottovoce, che il proprietario sia originario di una lontana cittadina della costa est e che nessuno l’abbia mai visto in faccia poiché egli si camuffa dietro una larga sciarpa e scuri occhiali.

Per questo tiro dritto, sentendomi più sollevato quando le urla inferocite degli avventori si spengono tra i vicoli, alle mie spalle; devo comunque tentare di raggiungere il porto.

Alzando lo sguardo, tra i tetti vedo elevarsi un campanile e ciò vuol dire che sono prossimo alla banchina; ma qualcosa mi fa esitare: è un suono. Viene proprio dal campanile, dalla sua guglia dorata; l’orologio indica l’ottava ora, ma i rintocchi della campana sono strani, possiedono quasi come una distorsione che si insinua ipnoticamente nella mia testa.

Passati gli otto rintocchi, tuttavia un’eco permane nell’aria e mi rammenta in parte la risata sguaiata di una povera demente; so comunque che in tutte le case tra cui sto sfilando, abitano pazzi, folli per qualcosa che non dovevano sapere; ma al di là di ciò, rabbrividisco nello scoprire che l’ottavo rintocco non ha ancora cessato di propagarsi; proprio questo prodigio, probabilmente, una volta al giorno, rinnova la follia dei residenti.

Vorrei correre, ma si spalancano innanzi a me mille alternative che danno vita a un infinito labirinto dove ingresso e uscita sono solo astrazioni di una realtà perduta.

Scelgo una stradina oppressa da fatiscenti costruzioni che, sono certo, mi condurrà al porto; alla mia sinistra, su di una casetta inclinata quanto la pendenza della strada, una vecchia con la schiuma alla bocca, tenta di stendere della biancheria tutta lacera e muffita; quando mi vede esplode in una soffocata risata che la scuote pericolosamente, tanto è fragile. Guardo altrove, disgustato.

La via che percorro serpeggia tra angoli e ponticelli a cavallo di fogne mefitiche; noto, dal colore del cielo, che ormai è l’ora del tramonto; se davvero voglio uscire da questo guaio, devo giungere al porto il più presto possibile, altrimenti non mi rimarrà che tornare indietro e passare ciò che mi resta da vivere in quelle bizzarre osterie.

Vedo una luce arancione riflettersi lontano, su di un muro e l’emozione subito mi prende, perché sono arrivato in prossimità del porto. Sfinito, esco dalla porta maestra del labirinto e volgo subito lo sguardo a sinistra, nella direzione che dovrebbe portarmi verso alcune abitazioni.

Cammino per la prima volta senza fretta, percorrendo il bordo lungo della banchina; di fronte a me, il sole, nella sua implacabile calata, come una fiamma che non smette di irraggiare calore distruttivo. Alla mia sinistra, un’alta muraglia, con qualche feritoia; alla mia destra l’acqua marina e una fila di barchette, ormeggiate dei pescatori, che oscillano all’unisono, seguendo il ritmo delle impercettibili onde chiazzate di olio e nafta.

Sono consapevole di dover arrivare sino alla fine della banchina; intanto il sole ha accelerato la sua calata, nascondendosi presto dietro le montagne, oltre il mare; subito il buio è padrone della scena e qualche lampione, dalla luce arancione, si accende con tremula difficoltà.

Avanzando, una dolce magia mi assale, quando scorgo una casa, a pochi metri da me; e sono certo che avrò le mie risposte; ma presto una morsa mi attanaglia lo stomaco mentre mi avvicino. La casa è circondata da un muro, oltre il quale sta un piccolo piazzale.

La luce irreale della scarsa illuminazione, contrasta con un cielo nero e senza luna; mi domando quale segreto si nasconda dietro tutto ciò.

Arrivato al centro dello spiazzo, vedo che le finestre della casa sono debolmente illuminate; così mi fermo e decido sul da farsi.

Devo richiamare l’attenzione di chi vi abita, ma come? Potrei fischiettare, ma sarei ridicolo; potrei tossire, fare rumore con le scarpe, ma sono tutte soluzioni di nessun risultato e il timore comincia ad assalirmi.

Finalmente vedo una latta vuota e comincio a tempestarla di calci, facendo un vero finimondo, fino a quando, dietro una delle finestre, noto un’ombra muoversi. Mi sento come paralizzato, mentre la latta sbatte un’ultima volta contro il muro.

È certamente una figura femminile, quella che vedo. Magari è la persona che deve parlare con me, ma cose le dirò? Forse di venir giù, perché la devo informare di qualcosa di importante; oppure le potrei domandare di farmi salire e… Ma ecco che si affaccia.

È una vecchia in vestaglia che per un attimo mi guarda di sbieco e subito si appresta a chiudere le pesanti persiane in legno; io precipitosamente cerco di parlarle, ma quella, in tutta risposta, mi indica con la testa un angolo scuro a sinistra della casa; poi sbatte le imposte e ogni luce spira.

La speranza è morta. Lentamente cammino, guardando in basso, senza riuscire a coordinare un pensiero coerente; un cane, intanto, abbaia lontano, donando un’ultima cornice squallida alla mia ricerca; credo che ormai sia solo il caso di dimenticare; desidero dimenticare!

Con un briciolo di lucidità, ripercorro, barcollando, il mio precedente tragitto, fino a imboccare nuovamente la orrida porta maestra.

Corro, questa volta, strusciando le mani sui muri sghembi, lacerandomi le nocche; ma ormai non sento più dolore: come potrei? Il percorso è più agevole, adesso, perché sto calandomi nel mio inferno senza resistere più ad alcuna tentazione di salvezza.

Ed ecco una di quelle famigerate osterie innominabili; dopo una breve esitazione, d’un balzo varco la soglia, appena celata da una tendina fatta di strisce verdi opache, in plastica. Vedo i clienti; all’improvviso tutti gli occhi di quei vecchi folli lì assisi, si puntano su di me; per un attimo cessano le urla e gli schiamazzi. Mi trascino avanti per pochi passi, in un ambiente fatto di muri verdi e neri di muffa, lampade a olio vecchissime e annerite dalla fuliggine; improvvisamente una figura mi si para innanzi e, non potendo trattenere un brivido di ribrezzo, mi accorgo trattarsi proprio del misterioso oste che si mormora provenga dalla lontana e decaduta costa est. È alto, con il volto coperto da grossi occhiali scuri e da una sciarpa che ha conosciuto certo tempi migliori.

Siamo proprio uno innanzi all’altro e, trovando l’ultimo briciolo di lucidità che mi rimane, lo afferro per il sudicio bavero della giacca e gli grido:

– Fammi dimenticare, tu puoi!

Ma quello rimane immobile, sembra che voglia schernirmi col suo silenzio ostinato; allora, in un impeto d’ira, lo scuoto violentemente, facendo saltar via il suo camuffamento.

Quello che si spalanca ai miei occhi, a stento potrei definirlo semplicemente delirio, il baratro entro il quale le essenze di divinità assurde bestemmiano e gorgogliano in una continua contorsione; io ho innanzi proprio una di quelle essenze, un vero caos emergente.

Finalmente la mia anima scivola via, risucchiata da quel prodigio blasfemo; si perde nel vuoto; si smarrisce in me anche la ragione. Ora posso sedermi al fianco di quei relitti umani che erano uomini e che ora vivono nel nulla della demenza.

Dimentico… Lascio andare il bavero di quella creatura incredibile che pur rimane sempre immobile a disgustarmi, lì, con il suo orribile volto, con quegli strani occhi tondi e fissi, sempre spalancati, infossati in una pelle grigiastra, secca e squamosa.

Anche io, adesso, potrò gridare imprecazioni irripetibili e strillare, come un ossesso, al suono di mille flauti impazziti. Non penserò più a quello che scorsi all’angolo di quella casa sul porto; credendo di trovare una risposta o una soluzione e dove, invece, intravidi una lapide che laconicamente recava incisa la data della mia prematura scomparsa.

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S. Èffrena