Alessandro

 
Alessandro M. capitò nella mia classe durante la V Ginnasio e rimase con noi sino alla I Liceo, che non poté superare, nonostante con infinita clemenza, i professori gli avessero assegnato quattro materie da recuperare per settembre.
Suo padre era operaio specializzato in una compagnia petrolifera e, come accade a tutti i figli di questi professionisti, Alessandro aveva girato il mondo al suo seguito: Russia, Arabia Saudita, Sud America, ecc.
 
 La prima volta che lo vidi, era seduto all’ultimo banco, con aria un po’ smarrita, gli occhi dolci e inquieti, i capelli un po’ lunghi, jeans a zampa fuori moda e maglietta larga ti tipo indiano, in lino. Era uno nuovo, diciamo, approdato in classe per compiere regolarmente gli studi delle scuole superiori. Non è che provenisse, in quel momento, da un paese estero; era solo il suo ennesimo trasferimento, questa volta da Genova e il suo accento era proprio genovese doc: una frase sua tipica era: «ma te sei fuori dai fogliiii!».
  
Normalmente io sono un tipo taciturno e non mi piace dare confidenza per primo; tuttavia, durante la pausa tra una materia e l’altra, per un attimo ci guardiamo e lui: «Ci vieni a fumare una sigarettaaa?» E io: «Sì».
Uno scambio di sorrisi. Eravamo diventati amici!
 
Tuttavia Alessandro non sarebbe stato un tipo povero di stravaganze e sorprese; subito mi offrì di fumare uno spinello, cosa che per lui era come mangiare una caramella, dal tono in cui lo diceva. Io rifiutai, tra lo sdegnato e lo scandalizzato, immaginando già battaglioni di Carabinieri pronti ad arrestarci per possesso e uso di stupefacenti. Tuttavia lui era molto sereno, la canna se la preparò ugualmente e se la fumò con gran soddisfazione. Ovvio che per quel genere di abitudine, Alessandro fece “gruppo” con gli “specializzati” della mia scuola; gente che con gli stupefacenti più a buon mercato ci marciava alla grande.
  
A parte, però, la passione per l’hashish, rimanevo affascinato dai racconti di Alessandro sul lavoro di suo padre nelle piattaforme petrolifere, in Arabia, dove, diceva, “gli arabi guidano come dei pazzi, dando l’impressione di non avere mai il controllo della macchina e con lo sguardo spiritato”. E poi ancora, le scuole frequentate in medio oriente, dove ha imparato un po’ di arabo e lì mi faceva vedere come si conta da uno a dieci e così via. “Sai”, mi disse, “questa città sembra una città araba: la cupola di quella chiesa è quasi come la cupola di una moschea che ho visto”. E nel dirlo guardava fuori, con quegli occhi sempre sognanti, mobili e fieri.
Poi mi raccontava di suo padre in Kwait, dopo la seconda guerra del golfo; “ho una foto di mio papà che saluta verso l’obiettivo mentre è a bordo di un carro armato americano”.
  
Insomma, Alessandro era una ventata di novità, per me, ma anche per tutti gli altri della classe. Certo, le più cretine tra le ragazze di classe, come S. S. o A. P. parlavano con lui come se fosse un deficiente; facevano finta di interessarsi ai suoi racconti e poi ammiccavano al vicino come a dire “che stupido… e io lo sto prendendo in giro!”; classico comportamento malvagio delle donne. Io mi accorgevo di questa vera e propria infamia e ne soffrivo, perché non ha senso trattare con falsità le persone. Tuttavia Alessandro, se se ne accorgeva, faceva buon viso, tutto gli scivolava via e spesso si concentrava a scrivere una lunga lettera ad una sua ex ragazza rimasta a Genova. “La ragazza della mia vita”, diceva “non potrò amare nessun’altra come ho amato lei, ma ormai è finita e quando è finita ero ubriaco, con i miei amici e prendevo a pugni una rete metallica perché in un locale davano “La canzone dei Fiori” di Lucio Battisti e io non potevo dirle quanto le volessi bene; mi hanno dovuto fermare, se no mi sarei distrutto le mani a forza di dare pugni”.
  
In lui c’era qualcosa del sessantottino: amava i Doors, Jim Morrison, Alessandro Magno e poi scivolava verso la nostalgia del passato, prima della II Guerra Mondiale; aveva sempre un’idea su tutto, un’opinione concreta, un’idea da proporre e tanta ironia. Una volta, siccome sapeva quanto io fossi prevenuto sugli spinelli, per farmi impressionare, dopo averne fumato uno, fece finta di sbagliare aula nel rientrare in classe. A quella scena io mi sono piegato per diversi minuti dal ridere! Non potevo dimenticare quella scenetta: sguardo spento da fumato, passo pesante e porta aperta di scatto in una classe aliena! Poi mi ha confessato che l’aveva fatto apposta per farmi ridere, visto che pensavo così male delle droghe. Che tipo!
  
Un’altra volta ho visto il suo carattere meno solare. Provenendo da una vita fatta di viaggi e da una città piuttosto grande, non sopportava di essere fissato dagli sconosciuti. Un giorno stavamo andando in cortile per la ricreazione e all’improvviso si fermò, puntando verso un ragazzo con la faccia da schiaffi butterata di brufoli e i capelli lunghi, ricci. Alessandro cominciò: “Che cazzo hai da guardare te, eh? Ti spacco la faccia coglione!” Quel tipo sbiancò letteralmente, perché gli occhi del sognatore erano diventati due occhi feroci, da belva, pieni di sincerità determinata e implacabile. In mano aveva una sigaretta fatta a mano e con mia grande sorpresa la infilò nei capelli ricci di quel tipo paralizzato dalla paura, causando in lui un’angoscia mista a terrore che si manifestavano in un vago quanto inutile tentativo di difendersi da quella cascata di scintille fatte di capelli e tabacco bruciato. Poi l’ha lasciato lì, tremante e ce ne siamo usciti fuori come se niente fosse.
  
Se ad un certo punto della mia vita mi sono piaciuti per un certo periodo i Doors, lo devo a lui, perché mi prestò un libro con la biografia di Jim Morrison; certo il libro era un po’ esagerato, ma rimasi profondamente impressionato e mi piaceva spesso commentare e canticchiare le canzoni del gruppo con Alessandro che le conosceva tutte, o quasi. Ci teneva molto a sottolineare che Morrison non era solo un rocker, ma anche un poeta e filosofo che aveva scritto non solo musica ma anche dei saggi e delle poesie. Io però continuavo a vedere Morrison come un rocker, perché sino a quel momento e anche oggi, non si parla per nulla del Morrison filosofo o poeta…
  
Alessandro vedeva suo padre come un semidio, però c’era una certa conflittualità tra i due che lui esprimeva nell’ammirazione per il mito di Edìpo e del rapporto conflittuale tra Alessandro Magno e suo padre. Mi raccontava che quando il padre non era fuori per lavoro, solevano sfidarsi guardandosi negli occhi per interi minuti, sino allo sfinimento. Il primo che avesse abbassato lo sguardo sarebbe andato via dalla stanza, sconfitto.
 
Oltre che con me, Alessandro era in buoni rapporti con una sua omonima che aveva il padre impegnato anch’esso nelle stazioni petrolifere all’estero. Non facevano grandi discorsi, ma i loro sguardi si intendevano al volo comprendendo a vicenda la condizione di figli lontani dal genitore.
  
Alessandro mi prometteva spesso: “ti farò passare un’estate divertente!” e a modo suo mantenne la promessa, quell’estate che, sciagurati, riuscimmo quasi a farci bocciare con quattro materie sul groppone da recuperare a Settembre.
Di quell’estate vorrei ricordare solo la sera che andammo in spiaggia a bere un po’ di birra in una classica indianata a due. Attorno a noi c’erano dei gruppi di altri ragazzi che se la spassavano ridendo e cantando; ad un certo punto, però, sentimmo un litigio tra ragazze: urla, sibili e poi un rumore sordo, come un sacco da boxe percosso da Van Damme: era una ragazza che, per gelosia, aveva prima cercato di aggredire l’antagonista, poi, alle spalle e a tradimento, con rincorsa, le aveva sferrato un calcio micidiale, vendicativo ed implacabile nel mezzo della schiena! Alessandro e io siamo rimasti impressionatissimi, allibiti e abbiamo detto: “Ehi, non venire a picchiare anche noi!!!”. Ma quella, infuriata, di rimando ci mandò prontamente a quel paese. Certo che quando le donne si picchiano, se le danno proprio di santa ragione! Ma quanto sono buffe però!!!
 
Per la cronaca, quando siamo andati via dalla spiaggia, Alessandro ha dato un passaggio a casa proprio a quella ragazza di prima, la calciatrice furibonda che, smaltita la rabbia e la sbornia, ormai doveva rincasare. Ci sarebbero altri episodi che potrei raccontare, ma questo è davvero uno dei più divertenti.
  
L’amicizia con Alessandro non è stata solo momenti spensierati e felici; lui era un tipo dal carattere molto forte, deciso spesso a imporlo agli altri, anche con forti pressioni psicologiche. In questi casi gli facevo notare quanto fosse idiota a comportarsi in questo modo e passavamo interi periodi senza rivolgerci la parola, guardandoci, le rare volte, in cagnesco, quasi con odio; anzi, proprio lo odiavo, in quei frangenti, lo avrei strozzato e preso a pugni. Ma poi allungavamo le mani e facevamo la pace.
  
Come tanti ragazzi, aveva una maturità innata ma grezza; quella ruvidezza andava levigata con lo studio, l’impegno e la dedizione a qualcosa; non bastava l’età, il crescere, per divenire un uomo maturo; era necessario coltivare le proprie qualità. Sono certo che sarebbe divenuto un grande personaggio dal grande carisma.
  
Ma non ne ha avuto il tempo perché dopo aver lasciato la nostra classe, falliti gli esami di Settembre della I Liceo, si trasferì a S., imparando il mestiere di tecnico audiometrico, forse grazie al cugino.
  
Poi, la passione per le moto di grande cilindrata, ha decretato la fine della sua ambizione e del suo coraggio.
Una notte, mentre percorreva una delle nostre statali maledette con dietro un amico, ha perso il controllo della sua moto. Il resto è cronaca: una fotografia in prima pagina del suo corpo rannicchiato sull’asfalto che ho subito riconosciuto dalla forma delle gambe; l’insensibile commento del giornalista ricco di dettagli abominevoli e strazianti, come “un dito conficcato nell’asfalto per l’alta velocità” e il passeggero “scagliato a 50 metri di distanza morto sul colpo”. Se esiste un Dio, vorrei che punisse questi sciacalli della stampa che vomitano schifezze sulla carta per darle in pasto ad un’opinione pubblica spesso più bavosa di qualsiasi nefandezza.
  
Devo dire la verità, Alessandro non lo vedevo più già da tempo, ormai, ma i ricordi che ho dei momenti di vera amicizia passati con lui rimangono e rimarranno sacro tesoro dentro il mio cuore.
 
Non ho mai fatto una fotografia con lui, ma mi piace ricordarlo come quel primo giorno che lo vidi a scuola: capelli lunghi, un po’ alla Grignani, sguardo spaesato, inquieto, dolce, jeans “a zampa”, camicia indiana di lino bianco.
«Ci vieni a fumare una sigarettaaa?»
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3 Risposte to “Alessandro”

  1. stelioeffrena Says:

    L’ha ribloggato su Poesie e prose di S. Èffrena ©.

  2. ludmillarte Says:

    un racconto in cui mi sono immersa e commossa. ho trovato molta dolcezza (anche nel tuo gesto di rtcordarlo). grazie, buona giornata

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